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Il palazzo dove vive un’intera città: da Le Corbusier al caso Begich Towers

A Whittier, in Alaska, quasi tutta la popolazione vive nello stesso edificio: un caso limite che rende concreta — e problematica — l’idea moderna dell’edificio autosufficiente, dall’Immeuble-villa di Le Corbusier alle sue derive contemporanee.

A Whittier, cittadina nel sud dell’Alaska incastonata fra le insenature del Prince William Sound e accerchiata dai ghiacciai, vivono 272 abitanti, di cui almeno 200 risiedono nello stesso edificio, il Begich Towers Condominium.

Il complesso di 14 piani non risalta tanto per qualità estetica, quanto per una certa austerità militare: nasce infatti tra 1954 e 1957 come Hodge Building, quartier generale del Corpo di ingegneri dell’esercito degli Stati Uniti. Già nel 1943 Whittier era stata scelta per via della sua posizione strategica come luogo adatto alla realizzazione di un porto militare, e lo Hodge assicurava 150 appartamenti per le famiglie dei militari, e una scuola. Quando il terremoto e lo tsunami del 1964 devastano il porto, il Begich Towers rimane sostanzialmente illeso, e a da quel momento ne viene stabilita la riconversione in edificio civile, portando all’estremo il concetto di edificio autosufficiente: 196 unità abitative, un ospedale, un albergo, un supermercato, una piccola chiesa, un parco giochi con piscina coperta, l’ufficio postale, il commissariato di polizia, e una lavanderia.

Begich Towers Condominium (ex Hodge Building), Whittier, Alaska, 1954–1957. Foto da Wikimedia Commons

In un video promozionale sui benefici e i comfort della vita di comunità al Begich Towers, gli abitanti si sentono mediamente rassicurati dalla possibilità di non dover uscire dall’edificio per settimane, e se non altro si può intendere il caso di Whittier come un esempio funzionale di organizzazione comunitaria, specialmente in relazione alle difficili condizioni climatiche.

Volendo fare una associazione provocatoria, viene da pensare al contempo al cinismo di James G. Ballard nel suo High-rise del 1975: al centro di tutto, un condominio come una sorta di gabbia dorata, abitato “da una nuova tipologia sociale, fredda e antiemozionale, insensibile alle pressioni psicologiche della vita, con esigenze minimali in fatto di privacy e capace di prosperare nell’atmosfera neutra”, inquietantemente “libera di comportarsi in qualsiasi modo” e di “esplorare le pieghe più oscure della propria personalità”.

Begich Towers Condominium (ex Hodge Building), Whittier, Alaska, 1954–1957. Foto da Wikimedia Commons

Che forma hanno preso, nel reale, gli edifici-città? E soprattutto, come sono arrivati a quella forma?

Architettonicamente, la questione dell’edificio-città ha origini ben radicate, in particolar modo alle sperimentazioni razionaliste di cui primo ambasciatore non può che essere considerato Le Corbusier
Fin dal 1922 con il progetto per una Ville contemporaine per tre milioni di abitanti, Le Corbusier parte dalla macro scala urbana per formulare una nuova utopia abitativa per il XX secolo, basata sull’idea dell’Immeuble-villa, l’edificio comunitario e potenzialmente autosufficiente. Prenderà finalmente forma compiuta con l’Unité d’habitation a Marsiglia: nel super-blocco dalla plasticità brutalista si condensano 300 appartamenti di diverse dimensioni e ogni genere di servizio, dalla lavanderia all’albergo, fino ai servizi scolastici, e guai a tralasciare la magnificenza del tetto-terrazza dotato di palestra, piscina, solarium, spazio giochi per bambini e teatro all’aperto.

L'utopia, generatrice di immaginari architettonici a volte estremi, si dimostra nella storia spesso incompatibile con la realtà sociale, economica, politica dei contesti urbani.
Le Corbusier, Unité d'habitation, Marsiglia, Francia. Foto da Wikimedia Commons

All’ostentata e universalmente reiterabile formula lecorbusierana va necessariamente contrapposta la lezione di Alison e Peter Smithson, e la loro volontà di tramutare l’utopia del maestro razionalista in impegno sociale: già nel progetto di concorso per il complesso Golden Lane (1951-52) l’edificio è inteso come infrastruttura sociale, dove la rue intérieure di Le Corbusier perde la sua mera essenza funzionale per divenire spazio di aggregazione, nelle streets-in-the-air che collegano i diversi livelli del complesso. Ma quando gli Smithons provano ad applicare questo principio in un progetto costruito, i Robin Hood Gardens a Londra (1966-70, demolito nel 2025), l’esito rivela le falle dell’utopia concretizzata: un tentativo di integrazione sociale forzata dall’alta densità abitativa proposta dagli Smithson (circa 700 abitanti distribuiti in 214 alloggi), le cui aspettative verranno inevitabilmente deluse; ai Robin Hood Gardens l’unico luogo di socializzazione ad essere accolto è quello del giardino e della collinetta artificiale fra le due stecche residenziali. 

È chiaro già da questi pochi esempi archetipici, che l’emblema dell’edificio-città non può che fondare i termini della sua stessa esistenza su un principio di contraddizione: l’utopia, generatrice di immaginari architettonici a volte estremi, si dimostra nella storia spesso incompatibile con la realtà sociale, economica, politica dei contesti urbani, ma è proprio da queste premesse che architetti e urbanisti continuano ad alimentare il dibattito intorno a questa categoria di edifici.

Alison e Peter Smithson Golden Lane Londra, Regno Unito 1951–1952. Foto da Wikimedia Commons

Nel 1967, in occasione dell’Expo di Montreal, l’architetto israelo-canadese Moshe Safdie realizza il progetto Habitat ’67, sulle rive del fiume Saint Laurent. Inizialmente inteso come vero e proprio segmento urbano, il cluster di volumi prefabbricati in cemento armato ospita 158 appartamenti evocando un insediamento (apparentemente) spontaneo, vicino all’immaginario del villaggio mediterraneo che Safdie conosce bene per via delle sue origini. Anche qui, servizi – inclusi trasporti – parcheggi, negozi, scuole, spazi per uffici che rendono il complesso autosufficiente, mentre a ogni livello è garantito un sistema di strade pedonali che conducono ad aree gioco e spazi verdi, richiamando vagamente le streets-in-the-air degli Smithson.

Da avveniristico esperimento brutalista, a suo modo in dialogo con la ricerca tecno-compositiva dei metabolisti giapponesi, e ancora prima con i disegni per la Ville spatiale di Yona Friedman, Habitat ’67 si converte velocemente in residence di lusso, e non stupisce come la stessa mente di Safdie abbia concepito, in epoca ben più recente, esempi di edifici/infrastrutture urbane come il Marina Bay Sands a Singapore (2009), o ancora il Raffles City a Chongqing (2019), peraltro instant icons, in cui l’unico vero traino sembra essere quello dell’iper capitalismo, e dove l’architettura piega la sua immagine a una reiterazione senza anima delle sue stesse forme (gruppi di torri collegate da ponti sospesi, dove la residenza diventa luxury resort e dove si può facilmente alternare una puntata al casinò con un bagno in piscina al 57esimo piano a circa 200 metri di altezza). 

Moshe Safdie, Marina Bay Sands, Singapore, 2009. Foto da Wikimedia Commons

Sulla scia della città ponte, il Linked Hybrid complex di Steven Holl a Pechino (2003-09), ripropone invece un concetto più vicino all’abitare, la “porosità” già esplorata nella Simmons Hall del MIT (Cambridge, 1999-2002), applicata a un nuovo modello di spazio urbano inteso come una open city within a city. Nelle 8 torri, gli ormai consueti ristoranti, hotel, asili, cinema accompagnano ai piani bassi le residenze; fra il 12esimo e il 18esimo piano, però, una piscina, una sala fitness, una caffetteria, una galleria, un auditorium, una mini lounge e svariati altri luoghi di intrattenimento, trovano spazio proprio in quegli skybridges che tengono insieme il complesso. Questo non impedisce che ancora una volta, dietro la griglia cartesiana delle facciate si celi lo spettro del cluster-enclave, più che di un luogo che dovrebbe “costantemente generare relazioni”.

L'utopia dell'edificio-città non può sottrarsi al continuo confronto con le consuetudini e i pragmatismi della vita quotidiana, anche la più ordinaria, pena il rischio della deriva distopica di Ballard.
Steven Holl, Simmons Hall (MIT), Cambridge, USA, 1999–2002. Foto da Wikimedia Commons

Se proviamo a guardare nuovamente indietro, a Barcellona, troviamo Ricardo Bofill con la sua versione di utopia sociale, il Walden 7. Secondo il suo Taller de Arquitectura, il nome evoca Henry David Thoreau che trascorse circa due anni della sua vita – fra il 1845 e il ’47 –  in una capanna costruita sulle sponde del lago Walden, a Concord, Massachusetts, a cercare un rapporto intimo con la natura e ritrovare sé stesso in una società dove non si sentiva rappresentato.

Walden 7 appare piuttosto come un’inespugnabile fortezza. In un articolo pubblicato su Architectural Digest nel 1988, Vincent Scully lo definisce “un condominio selvaggiamente espressionista, in parte Gaudí, in parte Archigram”, e se trovare una riconciliazione col mondo naturale non è propriamente il primo pensiero che viene in mente alla vista dell’edificio,  l’uso del mattone, le ceramiche, e la ripetizione di motivi, temi e componenti architettonici, sottolineano il tentativo di recupero della tradizione architettonica modernista catalana, coniugato alla volontà di sperimentare un nuovo modello abitativo urbano, ancora basato sull’interazione pubblica e sull’offerta diversificata di servizi, convogliati all’interno di un unico edificio.

Ricardo Bofill / Taller de Arquitectura Walden 7 Barcellona, Spagna. Foto Denis Esakov da Flickr

Gli esempi potranno essere più o meno virtuosi, più o meno asserviti alle logiche del capitale, ma il fatto incontrovertibile resta uno solo: l’utopia dell’edificio-città non può sottrarsi al continuo confronto con le consuetudini e i pragmatismi della vita quotidiana, anche la più ordinaria, pena il rischio della deriva distopica di Ballard. E questo discorso, che si arricchisce ogni anno di nuovi progetti, non accenna minimamente a esaurirsi.

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