Una minicasa per l’emergenza: il design per i senza tetto secondo Lorenzo Damiani

Con Street Bed Unit, Lorenzo Damiani trasforma l’idea di ospitalità in una microarchitettura essenziale e trasportabile, pensata per offrire riparo e dignità alle persone senza dimora. Ma può il design rispondere davvero a un’emergenza sociale?

Una casa grande quanto un letto. È da questa misura minima, fisica e simbolica, che parte Street Bed Unit, il progetto con cui Lorenzo Damiani prova a dare forma a una domanda semplice: cosa significa progettare per chi una casa non ce l’ha?

Nell’ambito di un’iniziativa promossa dalla provincia autonoma di Trento, 15 designer italiani sono stati invitati a confrontarsi sul tema dell’ospitalità, lavorando con aziende locali della filiera del legno per una mostra visitabile all’Adi Design Museum dal 28 marzo al 12 aprile 2026. È un tema che di solito fa pensare all’hôtellerie e al mercato del lusso, ma che Damiani, insieme alla falegnameria Scaiarol, ha deciso di spostare radicalmente su qualcosa di più urgente: una casa per le persone senza fissa dimora.

Con Street Bed Unit, l’accoglienza diventa una microarchitettura trasportabile: una minicasa essenziale, pensata per offrire riparo, sicurezza e una forma concreta di dignità abitativa. Non si tratta solo di costruire un involucro per riparare dai pericoli e dalle intemperie, ma di interpretare specifiche necessità e tradurle in spazi, superfici, oggetti di uso quotidiano. 

Molto spesso i miei oggetti sono piccoli ambienti: anche una sedia può contenere funzioni e diventare spazio.

Lorenzo Damiani

Foto Carlo Baroni

La tipologia della “casa minima”, nata all’inizio del secolo scorso, si è evoluta negli anni passando da abitazione per gli operai, a quella per la villeggiatura, fino a costituire una risposta all’emergenza abitativa. Street Bed Unit conquista un posto in questa evoluzione, mettendo al centro un problema sotto gli occhi di tutti, ma che raramente entra a far parte dei discorsi architettonici. Lorenzo Damiani ha raccontato a Domus il progetto.

Progettare una casa come un oggetto

Nei progetti di Damiani, il design e l’architettura sono indissolubilmente legati. Più che un’architettura in senso tradizionale, Street Bed Unit è concepita “come un oggetto abitabile” spiega il designer. “Molto spesso i miei oggetti sono piccoli ambienti: anche una sedia può contenere funzioni e diventare spazio”, come la sdraio pieghevole Soleil disegnata per Campeggi nel 2019, che incorpora un piccolo tavolino nel bracciolo o L’Arcobaleno senza tempesta, esposto in occasione della mostra “The New Poetic Activism”.

Foto Carlo Baroni

Silvana Annicchiarico lo ha definito il “designer della sorprendenza, che crea “oggetti capaci di fare cose che non ti aspetteresti potessero fare.” E anche Street Bed Unit è progettato con lo stesso approccio, come fosse una naturale e inevitabile prosecuzione della sua ricerca.

Il risultato è un modulo compatto e trasportabile, che riprende le logiche costruttive di un “flying office” pensato per spazi interni flessibili che il designer aveva progettato nel 2004. “Mi interessava immaginare un posto letto movimentabile come un pallet”, racconta Damiani, “ma allo stesso tempo volevo che questo oggetto trasmettesse un’idea di casa riconoscibile”. Da qui il tetto a falda, archetipico e immediato. 

Lorenzo Damiani, Flying office, 2004

All’interno, lo spazio è ridotto all’essenziale: un letto rialzato con materasso gonfiabile, una mensola, un piccolo comodino, uno sgabello e un gancio appendiabiti. Tutto è progettato per essere funzionale, igienico e facilmente manutenibile. “L’ambiente è volutamente basico, quasi francescano: quello che non c’è non si rompe, ed è più facile da pulire”. All’esterno, i pannelli fotovoltaici garantiscono elettricità per la lampada e la ricarica di dispositivi elettronici, mentre sul prospetto rivestito in acciaio c’è anche un contenitore estraibile che può accogliere effetti personali e vestiti.

Il diritto di abitare

Non è una casa definitiva, dunque, ma un’alternativa concreta alla strada. “L’obiettivo non è competere con l’abitazione tradizionale”, chiarisce Damiani, “ma offrire una situazione migliore rispetto alla panchina”. Potrebbe sorgere però una domanda spontanea: se la progettazione offre una risposta tangibile a una condizione di emergenza, rischia di trasformare la precarietà in qualcosa di progettato, e quindi, implicitamente, accettabile?

“Un progetto del genere è solo un ingranaggio”, osserva il designer, “per funzionare ha bisogno di una rete di volontà: comuni, associazioni, comunità”.  Più che una soluzione definitiva, Street Bed Unit appare allora come un dispositivo che costringe a guardare il problema. Resta solo da capire se qualcuno raccoglierà l’input del progettista, che ambisce a qualcosa di più grande della piccola scala di progettazione della casa: ricordare che il design può contribuire a garantire, a tutti, il diritto fondamentale di avere una casa. Ma quanto siamo disposti a progettare per chi vive ai margini, e quanto invece a cambiare le condizioni che li producono? 

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