di Chiara Testoni
Poche idee hanno attraversato la storia dell’urbanistica con la stessa persistenza della città ideale.
Dalla polis immaginata da Platone nella Repubblica alle smart city contemporanee, il pensiero urbanistico è stato animato dall’aspirazione a progettare luoghi capaci di migliorare la vita collettiva. Eppure, come scriveva Paul Claudel ne La Ville, quando l’uomo tenta di costruire il paradiso sulla terra il risultato rischia di somigliare all’inferno.
Nel Rinascimento, questa aspirazione trova nella geometria il proprio principio ordinatore: nei trattati di Leon Battista Alberti, Francesco di Giorgio Martini e Filarete, la città viene concepita come un organismo razionale e compiuto, espressione di un ordine politico, economico e morale. Dall’utopia mai realizzata di Sforzinda alle esperienze di Pienza, Sabbioneta e Palmanova, l’ideale urbano si traduce in una forma misurabile. Con la rivoluzione industriale, invece, inurbamento e inquinamento impongono un nuovo equilibrio tra natura e costruito: nasce la città giardino, destinata a influenzare new towns, quartieri giardino e città satelliti.
Nel Novecento, la città ideale diventa anche strumento di sviluppo economico, riforma sociale e progetto politico. È il caso delle company towns, realizzate ex novo da un’imprenditoria spesso illuminata e filantropica, che associa efficienza produttiva e benessere collettivo, da New Lanark in Scozia a Crespi d’Adda e Ivrea in Italia, fino ai quartieri sperimentali del secondo dopoguerra e alle utopie ecologiche.
Oggi, tra crisi climatica, complessità sociale e nuovi modelli di prossimità, l’idea di una città fondata su un disegno unitario e definitivo appare sempre più fragile. Da queste incertezze scaturisce una stagione contemporanea di sperimentazioni, in cui la città non è più pensata come forma finita ma come un processo in fieri: è a questo periodo che appartiene la “città dei quindici minuti” di Carlos Moreno.
Domus ha selezionato sette luoghi che, in epoche diverse e secondo approcci differenti, hanno provato a dare forma alla città ideale, nella convinzione che ogni tempo ridefinisca – inevitabilmente – il proprio orizzonte di perfezione.
Sabbioneta fu fondata tra il 1556 e il 1591 da Vespasiano Gonzaga, che la concepì come capitale del proprio Stato e come manifestazione tangibile di un progetto politico, culturale e militare. Edificata in un'area strategica tra la pianura padana e le principali direttrici del traffico fluviale del medio Po, la città nasce infatti come presidio difensivo ma, al tempo stesso, come raffinato laboratorio urbanistico in cui tradurre gli ideali umanistici della città ideale. Diversamente da molti centri storici europei, sviluppatisi per successive stratificazioni, Sabbioneta è il risultato di un unico disegno, realizzato nell'arco di poco più di trent'anni secondo una visione unitaria che integra architettura, infrastrutture e spazio pubblico.
L'impianto urbano, racchiuso entro una cinta muraria stellata con bastioni e fossati, è organizzato secondo una rigorosa maglia ortogonale ispirata al “castrum” romano e articolata in 36 isolati regolari. La geometria della città non risponde a un semplice criterio formale ma diventa lo strumento attraverso cui ordinare funzioni, gerarchie e percorsi, mettendo in relazione gli edifici del potere con le piazze, i luoghi di rappresentanza e le principali vie di accesso. Ne deriva un organismo urbano compatto, leggibile e coerente, in cui il rapporto tra architettura e spazio aperto è governato da un preciso equilibrio di proporzioni e assi prospettici. Il programma architettonico comprende alcuni dei più significativi edifici del Rinascimento italiano, tra cui il Palazzo Ducale, il Palazzo del Giardino, la Galleria degli Antichi e il Teatro all'Antica, progettato da Vincenzo Scamozzi e considerato il primo teatro stabile dell'età moderna costruito ex novo in Europa. Nel 2008 Sabbioneta è stata iscritta, insieme a Mantova, nella lista del Patrimonio Mondiale Unesco, rimanendo ancora oggi uno dei più compiuti esempi europei di città ideale integralmente costruita.
Pienza rappresenta uno dei casi più emblematici di città ideale del Rinascimento, nonché uno dei primi esempi di rigenerazione urbana della storia. Voluta da Papa Pio II a partire dal 1459 e affidata al progetto di Bernardo Rossellino, amico e collaboratore di Leon Battista Alberti, la “città di Pio” non è una città di fondazione ma si sviluppa a partire dalla radicale trasformazione di Corsignano, borgo natale del pontefice, secondo i principi umanistici di ordine, armonia, misura e razionalità.
Pur intervenendo su un tessuto medioevale preesistente, il progetto introduce una nuova organizzazione dello spazio pubblico, in cui architettura, prospettiva e paesaggio concorrono a definire un insieme unitario. Fulcro dell'intervento è piazza Pio II, attorno a cui si dispongono gli edifici “simbolo” del potere civile e religioso (Cattedrale, Palazzo Vescovile, Palazzo Comunale e Palazzo Piccolomini che, in particolare, diverrà imprescindibile esempio per le successive ville suburbane).
L’impianto trapezoidale della piazza non è un “vezzo” formale ma un accorgimento progettuale mirato a correggere otticamente la percezione dello spazio (in realtà angusto) e amplificarne la profondità attraverso un effetto anti-prospettico: la Cattedrale, disposta sul lato lungo del trapezio in direzione opposta alle naturali linee di fuga rispetto al punto di vista dell’osservatore, sembra troneggiare nello spazio urbano con proporzioni apparentemente più monumentali di quelle reali. Il progetto urbano è emblematico nel suo approccio unitario perché include, oltre ad edifici gentilizi e di rappresentanza, anche un esempio di edilizia sociale “ante litteram”: le dodici “case nuove” progettate da Pietro Paolo del Porrina nel 1463 a nord-est della città furono commissionate dal pontefice per ospitare il popolo non abbiente che aveva dovuto abbandonare i propri alloggi durante i lavori di realizzazione della piazza. Nel 1996 il centro storico di Pienza è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco.
Fondata nel 1593 dalla Repubblica di Venezia, Palmanova rappresenta uno dei più compiuti esempi di “città-fortezza” dell'età moderna e una delle più rigorose applicazioni dei principi della città ideale al tema dell'architettura militare. Nata come presidio difensivo ai confini orientali della Serenissima, in un territorio esposto alle incursioni ottomane, la città fu concepita come una “macchina bellica” perfettamente organizzata, nella quale esigenze strategiche, ordine urbano e rappresentazione del potere coincidono in un unico progetto. La pianta stellare a nove punte, ancora oggi pressoché integralmente conservata, è il risultato di una sofisticata concezione di fortificazione “alla moderna”, sviluppata in risposta all'introduzione delle armi da fuoco.
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Città fortezza di Palmanova, ente di decentramento regionale di Udine, Friuli-Venezia Giulia, Italia
Foto Courtesy Comune di Palmanova
Città fortezza di Palmanova, ente di decentramento regionale di Udine, Friuli-Venezia Giulia, Italia
Foto Courtesy Comune di Palmanova
Città fortezza di Palmanova, ente di decentramento regionale di Udine, Friuli-Venezia Giulia, Italia
Foto Courtesy Comune di Palmanova
Città fortezza di Palmanova, ente di decentramento regionale di Udine, Friuli-Venezia Giulia, Italia
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Città fortezza di Palmanova, ente di decentramento regionale di Udine, Friuli-Venezia Giulia, Italia
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Città fortezza di Palmanova, ente di decentramento regionale di Udine, Friuli-Venezia Giulia, Italia
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Città fortezza di Palmanova, ente di decentramento regionale di Udine, Friuli-Venezia Giulia, Italia
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Città fortezza di Palmanova, ente di decentramento regionale di Udine, Friuli-Venezia Giulia, Italia
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Città fortezza di Palmanova, ente di decentramento regionale di Udine, Friuli-Venezia Giulia, Italia
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Città fortezza di Palmanova, ente di decentramento regionale di Udine, Friuli-Venezia Giulia, Italia
Foto Courtesy Comune di Palmanova
Il sistema difensivo si articola in tre cerchie concentriche di bastioni, rivellini e fossati: le prime due realizzate dalla Serenissima tra XVI e XVII secolo mentre la terza, più esterna, completata durante la dominazione napoleonica all'inizio del XIX secolo per rafforzare ulteriormente lo schema difensivo della città. Un sistema di anelli viari concentrici è intersecato da sei assi radiali principali che suddividono la città in settori regolari e convergono verso la piazza Grande, di forma esagonale, fulcro civico e militare dell'insediamento. L'intero impianto traduce in forma costruita un principio di assoluta efficienza e leggibilità, nel quale ogni elemento – dalle fortificazioni alla trama viaria – risponde a una precisa gerarchia spaziale e operativa, garantendo un efficace controllo dei flussi interni e una distribuzione razionale delle funzioni. Anche Palmanova è stata iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco, nel 2017.
Crespi d’Adda rappresenta un esperimento di pianificazione urbana nel quale architettura, impresa e organizzazione sociale convergono in un unico progetto territoriale, in risposta alle trasformazioni economiche e culturali della seconda rivoluzione industriale. Fondata nel 1878 per iniziativa dell’imprenditore Cristoforo Benigno Crespi e sviluppata nei decenni successivi dal figlio, Crespi d’Adda è uno dei più significativi esempi europei di company town, ovvero di villaggio operaio pianificato e realizzato da un’unica impresa per ospitare la propria forza lavoro.
Sorto su un’area allora prevalentemente agricola lungo il fiume Adda, in prossimità del cotonificio di famiglia, il comparto nasce con l’obiettivo di integrare produzione, residenza e servizi all’interno di un unico organismo urbano, secondo un modello che intendeva coniugare efficienza industriale, controllo sociale e miglioramento delle condizioni di vita degli operai. L’impianto urbanistico è caratterizzato da una chiara organizzazione gerarchica, nella quale la fabbrica costituisce il fulcro produttivo attorno a cui si dispone l’intero insediamento. Una rete regolare di strade alberate ordina il villaggio secondo una logica funzionale che distingue gli spazi della produzione da quelli della vita domestica e collettiva.
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Crespi d'Adda, Panorama dal belvedere. Foto © Walter Carrera, Associazione Crespi d'Adda
Crespi d'Adda, Massa di operai nella fabbrica. Foto © Archivio Storico di Crespi d'Adda
Crespi d'Adda, Panorama dal belvedere. Foto © Walter Carrera, Associazione Crespi d'Adda
Crespi d'Adda, Massa di operai nella fabbrica. Foto © Archivio Storico di Crespi d'Adda
Le abitazioni, prevalentemente unifamiliari o bifamiliari e dotate di orto o giardino, rappresentavano un’alternativa innovativa ai quartieri operai ad alta densità diffusi nelle città industriali europee, favorendo condizioni igieniche migliori e una maggiore qualità abitativa. Il progetto comprendeva inoltre un articolato sistema di servizi collettivi – scuola, chiesa, ospedale, teatro, bagni pubblici, dopolavoro, cimitero e impianti sportivi – concepiti come parte integrante della città e strumenti di costruzione di una comunità stabile e autosufficiente.
Dopo la progressiva dismissione dell’attività manifatturiera nel corso del Novecento, il villaggio ha conservato pressoché intatto il proprio impianto e continua ancora oggi a essere abitato, in molti casi, dai discendenti delle famiglie che vi lavorarono. Dal 1995 Crespi d’Adda è nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco come uno dei più completi e autentici villaggi operai dell’età industriale.
La “città ideale” di Ivrea si sviluppa soprattutto tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento a partire dal nucleo del “borgo Olivetti”, realizzato già negli anni Venti intorno alla fabbrica di macchine da scrivere fondata da Camillo Olivetti. Sotto la guida di Adriano Olivetti, alla direzione dell’azienda dal 1938, il progetto urbano amplia considerevolmente il proprio orizzonte rispetto all’originario insediamento industriale per diventare un “laboratorio di progettazione” in cui architettura, produzione, cultura e organizzazione sociale vengono concepite come parti di un unico sistema urbano.
L’obiettivo non è soltanto migliorare l’efficienza della fabbrica ma costruire una comunità fondata sull’equilibrio tra impresa e democrazia, progresso tecnologico e qualità della vita. Gli spazi di lavoro vengono reinterpretati come ambienti luminosi, aperti al paesaggio e progettati per favorire il benessere dei lavoratori mentre il sistema di servizi – biblioteche, mense, asili, centri culturali, assistenza sanitaria e formazione – anticipa molte delle forme di welfare aziendale che si sarebbero sviluppate successivamente.
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Luigi Figini e Gino Pollini, Case per impiegati, Ivrea, Italia 1941
Pubblicazione “Architetture olivettiane a Ivrea - I luoghi della residenza e i servizi per la comunità” di Daniele Boltri, Giovanni Maggia, Enrico Papa e Pier Paride Vidari - Archivio Cattaneo Editore e Associazione Archivio Storico Olivetti
Luigi Figini e Gino Pollini, Case per impiegati, Ivrea, Italia 1941
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"Architetture olivettiane", Asilo Garbagnati, Ivrea, Italia
Pubblicazione “Architetture olivettiane a Ivrea - I luoghi della residenza e i servizi per la comunità” di Daniele Boltri, Giovanni Maggia, Enrico Papa e Pier Paride Vidari - Archivio Cattaneo Editore e Associazione Archivio Storico Olivetti
Luigi Figini e Gino Pollini, Case per impiegati, Ivrea, Italia 1941
sezione trasversale
Luigi Figini e Gino Pollini, Case per dipendenti con famiglie numerose, Ivrea, Italia 1941. Vista dei primi sette blocchi costruiti
Pubblicazione “Architetture olivettiane a Ivrea - I luoghi della residenza e i servizi per la comunità” di Daniele Boltri, Giovanni Maggia, Enrico Papa e Pier Paride Vidari - Archivio Cattaneo Editore e Associazione Archivio Storico Olivetti
Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Unità Residenziale Ovest, Ivrea, Italia 1971
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Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Unità Residenziale Ovest, Ivrea, Italia 1971
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Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Unità Residenziale Ovest, Ivrea, Italia 1971
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Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Unità Residenziale Ovest, Ivrea, Italia 1971
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Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
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Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
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Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
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Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
vista prospettica
Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
pianta generale
Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
pianta del blocco delle aule
Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Luigi Figini e Gino Pollini, Case per impiegati, Ivrea, Italia 1941
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Luigi Figini e Gino Pollini, Case per impiegati, Ivrea, Italia 1941
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"Architetture olivettiane", Asilo Garbagnati, Ivrea, Italia
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Luigi Figini e Gino Pollini, Case per impiegati, Ivrea, Italia 1941
sezione trasversale
Luigi Figini e Gino Pollini, Case per dipendenti con famiglie numerose, Ivrea, Italia 1941. Vista dei primi sette blocchi costruiti
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Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Unità Residenziale Ovest, Ivrea, Italia 1971
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Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Unità Residenziale Ovest, Ivrea, Italia 1971
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Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Unità Residenziale Ovest, Ivrea, Italia 1971
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Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Unità Residenziale Ovest, Ivrea, Italia 1971
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Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
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Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
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Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
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Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
vista prospettica
Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
pianta generale
Ludovico Quaroni e Adolfo De Carlo, Scuola Elementare a Canton Vasco, Ivrea, Italia 1964
pianta del blocco delle aule
Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
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Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl, Scuola Materna di Canton Vasco, Ivrea, Italia 1963
Pubblicazione “Architetture olivettiane a Ivrea - I luoghi della residenza e i servizi per la comunità” di Daniele Boltri, Giovanni Maggia, Enrico Papa e Pier Paride Vidari - Archivio Cattaneo Editore e Associazione Archivio Storico Olivetti
Tra gli anni Quaranta e Sessanta, attorno alla Olivetti vengono chiamati a lavorare alcuni dei protagonisti della cultura progettuale del Novecento, in un confronto continuo tra innovazione tecnologica, ricerca abitativa e attenzione al contesto ambientale. Tra gli interventi più significativi figurano gli edifici per uffici, le officine, le case per impiegati e i servizi progettati da Figini e Pollini, il complesso residenziale di Talponia di Gabetti e Isola, la mensa e il centro ricreativo di Ignazio Gardella, oltre agli interventi di Eduardo Vittoria e di numerosi altri architetti, urbanisti e designer coinvolti nel programma di trasformazione della città. Nel 2018 Ivrea è stata iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco come “Città industriale del XX secolo”.
La città di Tresigallo si sviluppa tra il 1935 e il 1939 per volontà di Edmondo Rossoni, politico fascista originario del territorio ferrarese e ministro dell’Agricoltura e delle Foreste nel governo Mussolini, con l’ambizione di trasformare un modesto borgo agricolo della pianura emiliana in un modello urbano rappresentativo dei principi della società corporativa fascista. Il progetto nasce nell’ambito delle politiche di riorganizzazione economica e territoriale promosse dal regime negli anni Trenta e mira a costruire una “città di fondazione” capace di integrare produzione agricola, trasformazione industriale e servizi collettivi, in un sistema autosufficiente basato sulla valorizzazione delle risorse locali.
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L’intervento, affidato all’ingegnere e urbanista Carlo Frighi, non si limita a un’espansione edilizia del nucleo esistente ma ridefinisce completamente l’immagine del paese attraverso un disegno unitario ispirato ai principi del razionalismo italiano. La nuova città si organizza attorno a una struttura geometrica rigorosa, composta da assi ortogonali, piazze scenografiche, assi prospettici e sequenze spaziali studiate per costruire una percezione monumentale dello spazio pubblico. Volumi puri, superfici intonacate, simmetrie e rapporti proporzionali definiscono un linguaggio architettonico essenziale, nel quale la modernità razionalista si combina con un carattere potentemente metafisico.
Il progetto comprende un articolato sistema di edifici e infrastrutture: scuole, abitazioni, impianti sportivi, parchi, strutture assistenziali, un sanatorio, un teatro, il complesso per la lavorazione agricola e l’istituto di ricamo femminile. Il progetto politico e ideologico rimane però in parte incompiuto a causa degli eventi bellici e della successiva trasformazione del sistema economico agricolo. Con la progressiva dismissione delle attività produttive e degli edifici pubblici, la città ha attraversato una fase di declino: a partire dagli anni Novanta, tuttavia, una serie di interventi di recupero, restauro e valorizzazione culturale ha restituito attenzione al suo patrimonio architettonico, trasformando la città in un importante esempio di conservazione e rilettura critica dell’urbanistica razionalista italiana.
Sull’onda della tradizione delle città giardino e dei modelli residenziali suburbani sviluppatisi in Europa nel corso del Novecento, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Novanta sorgono nell’hinterland milanese due tra i più significativi esempi italiani di insediamento residenziale pianificato: Milano 2 a Segrate, realizzato tra il 1974 e il 1980, e Milano 3 a Basiglio, sviluppato tra il 1980 e il 1991. Promossi da Silvio Berlusconi attraverso il gruppo immobiliare Edilnord e progettati dall’architetto Giancarlo Ragazzi con la collaborazione di Giuseppe Marvelli, i due interventi rappresentano un modello abitativo alternativo alla città consolidata e alla periferia tradizionale, spesso associata a densità elevata e carenza di servizi.
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Quartiere residenziale di Milano 2, Provincia di Milano, Lombardia, Italia
Foto courtesy Clem Immobiliare
Quartiere residenziale di Milano 2, Provincia di Milano, Lombardia, Italia
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Quartiere residenziale di Milano 2, Provincia di Milano, Lombardia, Italia
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Entrambi i comparti sono ideati come insediamenti residenziali elitari, organizzati secondo una logica introversa, con una chiara separazione dal traffico esterno e una rete interna di percorsi pedonali e ciclabili che privilegia la mobilità lenta. Cifra comune ai due interventi è una sostanziale omogeneità linguistica e tipologica: edifici residenziali di scala contenuta e organizzati per creare visuali aperte e continuità tra spazi costruiti e spazi verdi.
L’elemento più innovativo è il sistema paesaggistico concepito come infrastruttura urbana, che restituisce l’idea di “abitare in campagna” seppure a poca distanza dal capoluogo: prati, alberature, percorsi, laghetti e aree attrezzate costituiscono una rete continua che connette l’edificato, contribuendo alla costruzione di un immaginario domestico ispirato a un ideale arcadico e pacificante.
Se da un lato i due insediamenti sono stati interpretati come esempi pionieristici di pianificazione integrata, in grado di anticipare temi oggi centrali come la qualità ambientale, la pedonalizzazione e la prossimità dei servizi, dall’altro sono stati oggetto di dibattito per il carattere di “enclave” separata dal contesto urbano circostante che rappresentano.
Immagine di apertura: Città di fondazione di Tresigallo, Provincia di Ferrara, Emilia-Romagna, Italia. Foto Gianluca Bertoncelli via Flickr
