Massimiliano Fuksas da Kant all’IA architetto

La collaborazione dello Studio Fuksas con LG Signature, divisione ultralusso del brand coreano, si trasforma nell’occasione per un incontro tra epistemologia, architettura e arte che conduce all’inevitabile: presto non serviremo più. Intanto però possiamo imparare molte cose.

Tutto comincia con un disegno, per Massimiliano Fuksas. “Chi mi conosce lo sa, io sono in un automatismo. Qualcuno mi chiede un progetto e io comincio a disegnare”, mi racconta in un angolo appartato e fin troppo refrigerato dello sterminato cantiere che nel giro di poche ore si trasformerà in IFA, la fiera berlinese dove si dà appuntamento il meglio dell’elettronica di consumo (e dell’innovazione, e non solo) del pianeta. Domani apre Infinity, l'installazione che Studio Fuksas ha progettato per lo stand di LG Signature. Un pattern caleidoscopico fa da cornice allo schieramento di elettrodomestici ultrapremium del brand coreano. Del quale l’architetto Fuksas, ammette candidamente egli stesso, prima di questo progetto non sapeva granché. Anche se il brand coreano ha avuto in qualche modo un ruolo di rilievo nella sua storia recente.

C’è un cambiamento nell’approccio al lavoro, una modalità diversa che Fuksas ha adottato: “Faccio dei disegni e c'è qualcuno vicino a me che li mette in 3D su un grande schermo”, spiega. “Quando LG mi ha chiesto di lavorare insieme, mi sono accorto che il grande schermo da 100 pollici che c'è in studio è loro. E anche quello di Parigi. Anche a Siena. Alla fine abbiamo scoperto di essere circondati di schermi LG”. Sorride, mentre chiacchieriamo tra lavatrici e tv, un contorno così algido che sembra estratto dallo spazio tempo, l’aria condizionata al massimo - Fuksas indossa giacca e sciarpa - e come unica distrazione i loop musicali da cartone animato distorto che arrivano dalla fiera in costruzione e che lasceranno una indelebile impronta, come una radiazione cosmica di fondo, nella registrazione di questa intervista. Com'è cominciata con LG Signature, c'era una richiesta precisa da parte loro? 
Io inizio a disegnare. Intuisco una cosa, che poi non è mai quella vera o quella che mi era richiesta. Doriana dice che ho delle reazioni autistiche, con grande rispetto per il mondo dell'autismo che è un mondo molto intelligente. Se io vedo una grande opera mi concentro su un dettaglio che mi interessa, quello che potrei usare. E tutto parte dal disegno. 
Disegnare è il mio modo di reagire. Quel disegno (e indica lo schizzo che illustra la descrizione del progetto Infinity) l'ho fatto lo stesso giorno in cui ho parlato con LG Signature per la prima volta. Tu mi chiedi un disegno, io lo faccio, poi non so se sia bello o brutto. Sono stato ideato per fare questa cosa.

L'immediatezza? 
Dipingere, scrivere, è uguale. Non preparo mai un brief, in tv non voglio mai sapere le domande, lo stesso per le interviste, a me piacciono le cose immediate. Da dove arriva questo approccio? 
Dalla pittura. Se tu usi i colori in un certo modo poi non ci devi tornare. Se proprio vuoi tornarci devi sapere già prima quali sono i colori che vuoi metterci. Questo tipo di educazione dà l'idea che una cosa debba essere fresca. Ma anche con il 3D, anche con Photoshop è la stessa cosa. Bisognerebbe essere pittori e invece ci si lavora troppo e il disegno si rovina. Uno dei temi di Infinity è il caleidoscopio. 
È qualcosa su cui sto lavorando negli ultimi tempi. Il caleidoscopio è un oggetto irreale, che non c'è e non esiste, è un gioco di luci. Un effimero che non esiste, la cosa più bella, l'annullamento della forma. E poi, come dal nulla: “A me quello piace tanto!”, dice Massimiliano Fuksas indicando il nuovo condizionatore di LG Signature, che svetta nello stand con la sua figura allungata e il bocchettone composto di cerchi concentrici sulla cima.

LG Signature Air Conditioner

Come mai? 
Quello può essere un totem. E si muove da solo. Se tu l'accendi si gira e ti segue, è un oggetto incredibile, ha questa parte monolitica e questa parte mobile, che ti parla, inizia a interagire con te. Trova ispirazione nella tecnologia? 
No, è la tecnologia che trova ispirazione da me. Sono serio, anzi, la dico ancora peggio. Feci un grande quadro una volta, in cui si vede la natura e poi la natura si trasforma. Quando mi hanno chiesto se mi fossi ispirato alla natura, ho risposto che era stata la natura a prendere ispirazione da me. Vale anche per l’architettura? 
L'architettura è l'ispirazione per la natura. Questo è un paradosso. 
Un paradosso, sì, però alla fine è questa la forma di interazione che tu hai con gli oggetti. Come spiegava Kant, il sistema della conoscenza è un processo, consiste nella trasformazione di un fenomeno in qualcosa che ti appartiene, che tu conosci. Ecco perché io per conoscere la natura devo trasformarla in architettura, o dipingerla, affinché riesca ad appropriarmene. E per questo dico che la natura prende ispirazione da me.

Quindi creare è una operazione di conoscenza?
Io non sono architetto, io sono una cosa strana. Io dico che chiunque può fare l'architetto, se stai due settimane con me, tre settimane con me sei un architetto (ride). Tanto sono poche le cose da imparare. Sono convinto, non lo dico per snobismo. Solo che io non ti insegno a fare l'architetto, io ti insegno a fare un'altra cosa. A vedere le persone, come sono. Come siamo. Studiamo così. Non posso insegnarti l'architettura, quella o ce l'hai o non ce l'hai. Massimiliano Fuksas in mezzo a uno schieramento di elettrodomestici LG Signature. Come li descriverebbe? 
La cosa bella è che non sembrano design, sono il contrario del design. Non c'è niente che mi sembri inutile (ride). Mi sono trovato bene con loro perché fanno delle cose assurde, l'aria condizionata, il frigo, sembra E.T. o la fantascienza di Kubrick. Io c'ho fatto un progetto, quello di Vienna, sul monolite (il riferimento ovviamente è al monolite nero di 2001 Odissea nello spazio), dove di monoliti ce ne sono due in verità e la distanza tra di loro crea la tensione. Di 2001 mi ha sempre colpito l'astrazione del viaggio. E quel finale, dove vedi il protagonista che diventa vecchio. Poi cade un bicchiere, quindi è tornata la gravità. Invece per tutto il film c'era solo il piano inclinato, l'orizzontalità veniva abolita. Quasi tutta la mia architettura viene da quelle parti, da Hitchcock per il montaggio e da Kubrick per il cambiamento continuo dei generi. Soddisfatto di questa collaborazione? 
Il risultato è molto fotogenico e quanto questo sia importante l'ho scoperto quando abbiamo fatto l'inaugurazione dell'aeroporto di Shenzhen. La gente entrava, tutti con il telefono in mano, e poi il telefono diventava l'oggetto per fare le foto. È andata bene perché lo facevano tutti. Vuol dire che l'emozione era forte. Ancora oggi vedo tante immagini di quell'aeroporto da parte di chi ci va.

In effetti è molto instagrammabile… 
Sono sulla strada giusta, vedi?, sto imparando (ride). Ecco, l'avrei fatta più brillante. Volevo fare vedere la luce che penetrava, il volume dall'interno e dall'esterno. Sarà per la prossima volta, tutte le cose hanno bisogno di esperienza. Come diceva Oscar Wilde, vado a memoria, l'uomo che non impara più ma inizia a insegnare è finito (la citazione esatta è “Tutti coloro che sono incapaci d’imparare si sono messi a insegnare”, NdR). Qualcosa da imparare c’è sempre. Lo rifarebbe? 
Di più. Costruirei un edificio in una città che sia soltanto fatto di schermi all'interno e all'esterno. Io infatti gli ho detto, perché non ne facciamo di piccoli che si possano attaccare l'uno all'altro. E poi costruiamo come vogliamo. Così potremmo ridisegnare una parte di casa nostra o della nostra città, tante immagini frammentarie. Tante erbe o una pianura. Una finestra sul mondo. Questo è quello che mi piacerebbe fare. Ma l'ho capito dalla bellezza degli schermi. Ora abbiamo degli schermi straordinari ed è solo l'inizio. Guarda quello pieghevole (indica il tv arrotolabile di LG che sta alle mie spalle). Stiamo a metà del percorso. Cosa ci manca? 
Ci mancano tante cose ma due in particolare. Intelligenza artificiale e 5G. Senza 5G non funzionano le macchine. Quella è la grande battaglia.

Foto di Gianmarco Chieregato

E l'intelligenza artificiale? 
Se non c'è manca un anello. Per esempio quell'oggetto, (e indica il “totem” dell'aria condizionata), dovrebbe sentire lui che io ho freddo. L'intelligenza artificiale può aiutare le macchine a capire meglio l'uomo. Altrimenti non ci capiamo. Una macchina è una macchina. Invece l'intelligenza, chiamala artificiale o come vuoi, ci aiuta a capire le nostre esigenze. Non fa un po' paura, l'IA? 
Io non ho paura. Per me arte o tecnologia è tutta la stessa cosa. Espressione del genere umano. E se l'IA facesse l'architetto? 
Quello mi piace di più. Io sono convinto che chiunque possa essere un grande architetto. Mi dici se lo sei diventato te, certo (ride, poi si fa serio). Ho fatto degli esperimenti con l'automa cellulare, nell'ultimo anno. Abbiamo realizzato parte di un progetto in questo modo. La creatività c'è sempre, ma sta nel dare i parametri, i limiti. E più sei bravo più cresce la cosa, l'oggetto capisce e reagisce con te e può diventare una cosa straordinaria. Io sono convinto di questo: chiunque può essere un grande artista. E noi umani? 
Presto non serviremo più. Ma possiamo conoscere tante cose. Intanto questo è parte del processo (indica lo stand con un gesto ampio). Ecco perché l'abbiamo fatto con piacere.