FARM Cultural Park

Con una ricca sequenza di eventi tra i cortili e gli spazi lindi e colorati di FARM il laboratorio di rigenerazione territoriale nel cuore di Favara, in Sicilia, ha festeggiato il suo sesto compleanno, mentre si estende con nuove attività come la Scuola di architettura per bambini.

FARM Cultural Park
In giugno, con una ricca sequenza di eventi tra i cortili e gli spazi lindi e colorati di FARM ma anche, per la prima volta, attraverso una serie di eventi fuori-FARM, il laboratorio di rigenerazione territoriale innescato da Andrea Bartoli e Florinda Saieva nel cuore di Favara in Sicilia ha festeggiato il suo sesto compleanno.

A poco meno di 10 km di distanza da Agrigento, Favara è una cittadina di circa 30 mila abitanti con un centro storico già abitato in epoca preistorica, dove si sono incontrate e mescolate generazioni di greci, arabi, normanni e spagnoli. Un centro che, fino a qualche anno fa, cadeva però letteralmente a pezzi.

E proprio a seguito del crollo di una palazzina, dove nel 2010 muoiono le sorelline Bellavia, nasce l’azione di riscatto del notaio Bartoli e dell’avvocato Saieva, anche loro genitori di due bambine, già collezionisti d’arte, da tempo desiderosi di far qualcosa per fermare l’abbandono e la marginalità della loro città.

FARM Cultural Park, Favara
FARM Cultural Park, Favara. In apertura e qui sopra: SOU Scuola di Architettura per bambini, progetto di allestimento di Laps Architecture

All’azione di demolizione preventiva voluta dall’amministrazione, la famiglia Bartoli contrappone un progetto di rinascita attraverso il recupero dell’esistente. Un progetto di cura e di possibile altra economia: un modello di sviluppo in cui (abbandonata l’idea di un Sud che debba crescere colmando il gap di industrializzazione rispetto al Nord) si immagina una rinascita affidata alla specificità del territorio, al suo intreccio di natura e storia, alla ricchezza di sapori e tradizioni. Il tutto illuminato dalla luce dell’arte contemporanea, al centro del programma funzionale di FARM (galleria, ma anche luogo di produzione artistica, residenza per giovani artisti, spazio per workshop e didattica), ma soprattutto alla base di una valorizzazione estetica capace di mostrare in modo nuovo le rovine, come parte di un paesaggio complesso e stratificato, aperto all’interpretazione e alla trasformazione.

Un modello di crescita in cui la dimensione di rete scardina la logica centro-periferia perché il locale vive attraverso un’esposizione mediatica globale: digitando FARM Cultural Park su Google si ottengono quasi 3,5 milioni di link in meno di un secondo: sono immagini, video, articoli su Wired, Vanity Fair, Lonely Planet, The Guardian e molto altro.

FARM Cultural Park, Favara
FARM Cultural Park, Favara, galleria FARM XL

Certo, alla base del progetto ci sono una iniziativa e un investimento personale, una coppia di mecenati che hanno deciso di investire qui e in questo modo i propri soldi, ma in realtà da subito la chiave del progetto è la sua dimensione comunitaria e la voglia di fare le cose in prima persona, con chi vuole essere coinvolto e partecipare, con chi vuole mettere a disposizione il suo tempo e il suo talento.

FARM cioè è davvero un’officina, un cantiere di innovazione sociale: uno spazio in cui una comunità di cittadini e di creativi elabora in prima persona problemi e strategie di intervento, cercando di massimizzare le risorse, di riusare, rigenerare, reinterpretare, rivitalizzare, coltivare. Per esempio, sul progetto delle galleria principale, FARM-XL, Salvator-John A. Liotta (grazie alla sua origine favarese parte integrante del gruppo promotore di FARM e autore del progetto insieme a Vincenzo Castelli) scrive: “diverse unità edilizie informi e affastellate, sono state rese spazio continuo e organico grazie all’abbattimento delle cortine murarie che le separavano, permettendo così di liberare gli spazi, adesso attraversati da percorsi di visita liberi e non gerarchici e aperti alla luce naturale con grandi vetrate.”

FARM Cultural Park, Favara
FARM Cultural Park, Favara
Un’idea di sostenibilità come volontà di consegnare alle generazioni future un mondo migliore (più ricco di possibilità e di risorse di quello che abbiamo ereditato) è al centro della ragion d’essere di questo cantiere. Per questo l’attenzione verso i bambini è essenziale, e la sfida più importante che FARM sta portando avanti è la raccolta di un milione di euro per completare i lavori di ristrutturazione di Palazzo Miccichè: un ex palazzo nobiliare da trasformare in Museo dei Bambini. Un luogo, dice Florinda Saieva “dove i bambini possano imparare giocando, sperimentare, inventare, divertirsi, sviluppare un maggior senso critico per essere domani dei cittadini migliori.”
FARM Cultural Park, Favara
FARM Cultural Park, Favara, roof garden

E per dare una prima risposta ai donatori, si è deciso di aprire una sezione del museo trasformando parte della galleria XL per ospitarvi SOU, la Scuola di Architettura per bambini. Salvator-John A. Liotta (con il suo studio Laps Architecture diretto insieme a Fabienne Louyot) ha realizzato l’allestimento  attraverso delle micro-casette da utilizzare come banchi e ambienti di studio e attività per i bambini. Nell’aula video una pedana colorata fa al tempo stesso da tribuna e da dispositivo ludico. Le pareti sono completamente rivestite da una narrazione grafica realizzata da Maria Pia Bartoli Felter. Un’aula per esposizioni temporanee ospita adesso Emotional Utopia, un’installazione grafica e sonora dell’architetto Francesco Lipari e del filosofo Luca Mori. E come ultimo ambiente della scuola, è stato realizzato un orto, con la collaborazione di Charles M. Yurgalevitch, direttore della scuola di Orticultura di New York.

Andrea mi spiega che la scuola/museo sarà strutturata per moduli didattici o esperienze: un formatore introdurrà un tema e poi i bambini avranno un tempo per “realizzare materialmente un disegno o un piccolo prototipo e poi per presentare le proprie idee”.

FARM Cultural Park, Favara
FARM Cultural Park, Favara, Riad
Quando gli chiedo dell’impatto di FARM su Favara a sei anni dall’inizio del loro cantiere culturale, mi risponde così: “Non ho numeri ufficiali ma è veramente impressionante quello che è successo negli ultimi anni; non c’è un edificio del centro storico che non sia stato oggetto di compravendita, e oggi non sia in fase di trasformazione per finalità turistico e culturali. Favara aveva un solo albergo con quindici camere, adesso è un continuo proliferare di case vacanze, relais di campagna, b&b. A due passi dai Sette Cortili si stano completando i lavori di un resort urbano su progetto di Architrend. Non parliamo di ristoranti, pizzerie, putie (botteghe),...”. L’estate scorsa da giugno a settembre FARM e Favara hanno accolto poco meno di 40mila visitatori e quest’anno si prevede un incremento del 15%. Per una cittadina fino a ieri sconosciuta agli stessi siciliani, si tratta di un piccolo miracolo. In un’Italia di borghi abbandonati, Favara si muove in contro tendenza, e sul passato costruisce un futuro radicato nell’energia dirompente dell’arte e della cultura.
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