Frank Gehry: I have an idea

L’esposizione, a cura del giovane architetto giapponese Tsuyoshi Tane, non vuole essere un’ordinaria mostra d’architettura, ma ha lo scopo di comunicare le idee e il processo progettuale di Frank Gehry.

La scelta schiera degli architetti che hanno raggiunto la condizione di professionisti di fama mondiale è anche inserita nella sfera pubblica di cui le loro idee sono parte. Nella misura in cui ottengono l’attenzione dei media, divengono anche oggetto di critiche. Da questo punto di vista, pochi architetti contemporanei sono stati vivisezionati ed esaltati quanto l’architetto americano di origine canadese Frank Owen Gehry, che a 86 anni continua a sfidare il pubblico con i suoi controversi edifici.

Il medesimo architetto che si è trovato sotto i riflettori per progetti come il Guggenheim Museum di Bilbao e per il recentissimo edificio parigino della Fondation Louis Vuitton non ha ancora costruito in Giappone un edificio di scala paragonabile. E tuttavia Gehry è approdato a Tokyo, suscitando grandi attese, per presentare un paio di mostre personali.

Vista della mostra “Frank Gehry: I Have an Idea” (“Mi viene un’idea”), al 21_21 Design Sight di Tokyo

Una di queste è aperta dalla metà di ottobre fino ai primi di febbraio al 21_21 Design Sight di Tokyo. Questo spazio, che si occupa principalmente di cultura del progetto, è il primo a dedicare un’intera mostra all’opera di uno dei più importanti architetti dell’ultimo cinquantennio. L’esposizione, a cura del giovane architetto giapponese Tsuyosohi Tane (DGT.), non vuole essere un’ordinaria mostra d’architettura, ma ha lo scopo di comunicare le idee e il processo progettuale di Gehry. Perciò, Tane è stato incaricato da Issey Miyake di allestire una mostra sui progetti più importanti dell’architetto, affrontando il compito in una prospettiva acuta e tuttavia semplice: la riproduzione del mondo architettonico di Gehry come lo vede Gehry stesso.

Il poster della mostra

Tane, insieme con lo studio francese DGT, ha vinto nel 2006 in concorso internazionale per il Museo nazionale estone e ha già al suo attivo un brillante curriculum in materia di Exhibition Design. Ha trascorso qualche tempo con Gehry nel suo studio, osservandolo al lavoro e cercando di trovare una chiave di lettura del suo modo di lavorare. Tane ha compreso che spiegare l’opera di Gehry esclusivamente attraverso i suoi progetti penalizzava il potenziale rivoluzionario della sua architettura.

Ha deciso quindi di adottare il concetto di ‘idea’, la cui connotazione ha un generale riferimento all’insieme dell’elaborazione di un progetto, dalla prima sensazione all’edificio compiuto. L’idea – come spiega il principale video della mostra, che presenta il “Manifesto di Gehry” – non è solo la prima, feconda forma assunta dal progetto, ma piuttosto l’intero processo della creazione, dello sviluppo, degli scarti e della nuova creazione, fino a portare l’idea all’identità finale.

Vista della mostra “Frank Gehry: I Have an Idea” (“Mi viene un’idea”), al 21_21 Design Sight di Tokyo

Per meglio esprimere questo processo, Tane ha suddiviso la mostra in tre sezioni principali, precedute da un atrio vuoto sulle cui pareti sono proiettate fotografie delle più celebri e significative realizzazioni. Qui, sotto il titolo generale “I capolavori di Gehry”, troviamo il Guggenheim di Bilbao (1997), la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles (2003) e la recente Fondation Louis Vuitton di Parigi (2014).

La prima sala è la “Stanza di Gehry”. Qui Tane presenta il progettista nella sua quotidianità. Troviamo il già citato video del suo Manifesto e delle fotografie della casa che si è progettato, di alcuni dei suoi mobili e oggetti personali, libri, quadri, sculture e di altre delle sue fonti d’ispirazione. Un gruppo di televisori d’epoca che riproducono interviste, documentari e video del passato fanno da eco all’aura del personaggio mediatico internazionale, come lo ritrae la celebre sequenza di un episodio dei Simpsons, che mette in ridicolo lui e la sua opera. Nello stesso spazio si trova anche la ricostruzione di una parte del suo studio dove sono esposti parecchi “abbozzi d’idee” – come li definisce Tane – tra cui modelli di tessuto e cubi di acrilico: idee in fase preliminare.

Vista della mostra “Frank Gehry: I Have an Idea” (“Mi viene un’idea”), al 21_21 Design Sight di Tokyo

La seconda e più vasta sala è divisa complessivamente in due temi: “L’evoluzione dell’idea” e “La realizzazione dell’idea”. Per dirla con Tane, mentre la prima sezione illustra “il processo secondo il quale le idee prendono forma tra tentativi, critiche e abbandoni”, la seconda “segue il processo attraverso il quale le idee di Gehry diventano realtà” tramite l’illustrazione delle famose “tecnologie di Gehry”, “la tecnologia d’avanguardia che rende possibile l’architettura di Gehry”: qui sono esposti il software di progettazione digitale BIM (Building Information Modeling) insieme con modelli di scintillante titanio e d’acciaio inossidabile.

Vista della mostra “Frank Gehry: I Have an Idea” (“Mi viene un’idea”), al 21_21 Design Sight di Tokyo

L’organizzazione dello spazio è in apparenza caotica, con vasti gruppi di contenitori di legno che presentano i vari progetti scelti da Tane a rappresentare globalmente il processo progettuale di Frank Gehry. Tra i progetti si trovano l’edificio della Dr. Chau Chak Wing per la University of Technology di Sidney (2014), il grattacielo di Spruce Street n. 8 a New York (2011), il Facebook West Campus a Menlo Park e la Fondation Luma attualmente in costruzione ad Arles (2018). Tutti i progetti sono illustrati fin dall’idea originaria, poi da quelle scartate, da quelle più precise e infine dai modelli definitivi con le fotografie degli edifici realizzati. Aforismi di Gehry e citazioni da interviste selezionati da Tane sono riprodotti accanto ai contenitori e forniscono un’interpretazione della prospettiva di Gehry riguardo a ogni progetto. Un altro spiraglio sul processo attraverso il quale Gehry svela se stesso al visitatore.

Vista della mostra “Frank Gehry: I Have an Idea” (“Mi viene un’idea”), al 21_21 Design Sight di Tokyo

All’ingresso della seconda sala si può osservare con gli occhi di Tane la percezione del mondo espressivo di Gehry. Un grande diagramma, intitolato Ideagram cerca di semplificare la reinterpretazione di Gehry da parte del curatore, che fornisce una chiave di lettura della mostra. Al centro troviamo la prima scintilla di tutto il motore progettuale: l’idea. Da questa si irradiano i tre principali rami del processo architettonico: le persone, la tecnologia e ovviamente l’architettura. Ciascun ramo minore poi si suddivide nel complesso delle interpretazioni, negli obiettivi dell’arsenale tecnologico con cui Gehry ha a che fare nel suo percorso progettuale. Ciascuna di queste variabili conferisce al processo complessivo un movimento circolare, in cui le idee di partenza si sviluppano costantemente per poi ritornare sotto forma di idee sempre differenti.

Vista della mostra “Frank Gehry: I Have an Idea” (“Mi viene un’idea”), al 21_21 Design Sight di Tokyo

La terza sala, la più piccola, è lo spazio intitolato “Il segreto di Gehry”. Qui la prospettiva minimalista scelta da Tane vuole illustrare uno degli aspetti più nascosti dell’atteggiamento di Gehry nei confronti del progetto. Fotografie delle fabbriche degli anni Settanta alla periferia di Los Angeles scattate da Gehry stanno di fronte a disegni, sculture e citazioni dell’architetto che hanno per tema pesci e serpenti. La scelta di Tane di accoppiare fabbriche e pesci (antica ossessione di Gehry) ha le sue radici nell’intuizione del confronto tra il movimento dinamico ed elegante dei pesci e i materiali moderni e poveri spesso usati da Gehry nella composizione delle sue celebri superfici architettoniche. Il contrasto che ne deriva è solo apparente, perché la progettualità di Gehry è evidentemente ispirata a queste due sfere intellettuali.

Tutti hanno delle idee, ma pochi hanno imparato (come Gehry) a raffinarle fino a scoprire il loro potere di sfidare altre idee costituite. Rileggendo il manifesto presentato nella mostra, si scopre una semplice, ma schietta, definizione del modo in cui le idee funzionano nella sua mente. Prima c’è un’autoanalisi esaustiva, ma fluida, fino a scoprire la pièce de résistance – come la chiama lui –, quella che è in grado di reggere il confronto con altre idee. E poi, presentare il manifesto su un enorme foglio di carta spiegazzato è forse un invito a leggerlo come una delle sue affermazioni ironiche, in cui questo gesto non è che una parte del suo processo personale, senza lo scopo di rivendicare un’impostazione filosofica. Che sia o meno così, Gehry non esisterebbe se non ci fossero città che intendono colmare le proprie lacune con idee di natura così eccentrica.

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