Glass Boulder Tower

Nel distretto di Ginza, a Tokyo, si è appena inaugurata la nuova sede della Mikimoto, la più antica industria di perle coltivate del mondo. Le facciate dell'edificio, interamente progettate da Toyo Ito, sono l'ultimo risultato del connubio fra architettura d'eccellenza e prodotti di lusso.

L'ultima volta che avevamo incontrato Toyo Ito era stato un paio di anni fa, si era in una fase che possiamo definire del "post-Sendai" (inteso come Mediatheque). Il progetto di Sendai chiude nel 2001 una stagione iniziata sotto l'influenza di due maestri quali Kazuo Shinohara (l'eccellenza assoluta del XXo secolo giapponese) nonché Kiyonori Kikutake (uno dei supereroi della grande famiglia Metabolist). Venticinque anni di lavori straordinari: White U (1975/6), Silver Hut (1984), Nomad Restaurant e Tower of Winds (entrambi del 1986). Alla Tower of Winds segue di qualche anno (1991) Egg of Winds. Non dimentichiamo la collaborazione con un'allora giovanissima (ma già fuoriclasse) Kazuyo Sejima su Dwelling for a Tokyo Nomadic Woman (1985) e gli arredi collegati (1986). Continuando poi con il Pao II, costruito a Bruxelles in una delle prime felici trasferte di Ito. Venticinque anni di opere ben conosciute durante i quali vengono definite delle idee chiare: la poetica della trasparenza e della leggerezza, l'architettura intesa come abbigliamento e filtro mediatico.

Scriveva per l'appunto Ito nel 1996 (che non sembra, ma era il secolo scorso):
… il flusso di elettroni che definisce il nostro intorno contemporaneo riesce però a penetrare il guscio rigido e arrivare al nostro corpo. Il nostro essere fisico ha compreso che, ancora una volta, abbiamo un collegamento con il mondo esterno grazie ai flussi di elettroni caratteristici dei network informatici… immaginiamo un vestito mediatico, con dei sistemi digitali incorporati. A differenza dei gusci rigidi a cui eravamo abituati, questo nuovo vestito mediatico è leggero e flessibile, controlla e ci protegge dall'inondazione completa di informazioni… (1)

Le sue architetture, i suoi pensieri, le installazioni temporanee – citiamo "Vision of Japan" (Londra 1991), il padiglione Health Futures (Hannover 2000), e l'allestimento per la sua mostra antologica del 2001 alla Basilica Palladiana di Vicenza – ci fanno sognare questa compiuta integrazione tra l'architettura e i nuovi media, il mondo fisico e quello digitale. In una disciplina in cui molti si nutrono di allucinazioni digitali, Ito è un riferimento a cui guardare per la sua capacità di innestare le nuove tecnologie nel corpo fisico dell'architettura, qui e ora. Incontrare Ito è sempre un piacere, per la sua disponibilità e per la sua cortesia. Ci piacerebbe parlare della mostra, "Toyo Ito: Made in Italy" (2) e siamo molto curiosi dei suoi nuovi progetti e direzioni di ricerca. Per quanto sembri sempre avere quarant'anni, l'architetto ne ha oramai sessantacinque e sta cominciando una nuova stagione che potrebbe essere ancora meglio di quella precedente. Ci aspettavamo cose sorprendenti, e abbiamo cominciato a sentirne quando Ito ha iniziato a parlare con Flavio Albanese (che va ringraziato per la gentilissima ospitalità) di una frase attribuita a Ettore Sottsass. Sembra che Sottsass osservasse che l'architettura di Ito lo colpiva per quanto fosse algida e fredda, fatta di sistemi spaziali quasi inumani, o meglio, privi di umani. Mentre rimuginavamo sulla frase di Sottsass, sul tavolo scorrevano le immagini del recente edificio costruito da Ito per Mikimoto nel quartiere di Ginza a Tokyo.

La vista attraverso una delle finestre che dà su via Marronier-dori e via Namiki-dori. In tutto, Toyo Ito fa uso di 163 perforazioni vetrate di questo tipo nel suo progetto di facciata

Il libro scritto su di lui qualche anno fa (3) si apriva con una citazione di Ito stesso: "Devo dire che non ho particolare gusto per la moda femminile. Però guardo molto al modo in cui le ragazze si vestono. Il vestire femminile è a mio avviso il luogo in cui la sensibilità moderna raggiunge la sua attenzione assoluta". La superficie di acciaio è una pelle di leopardo, e crea interessanti riflessi sugli edifici di fronte. Sono forme morbide, ironiche, inaspettate, molto lontane dai lavori che l'hanno reso celebre nel passato. Il virtuosismo tecnologico e costruttivo si sovrappone perfettamente con un linguaggio che sembra uscito da un albo a fumetti. Partiti da strutture eteree e immateriali, giungiamo ad un colossale parallelepipedo di gruviera nel cuore di Ginza. Meglio lasciare la parola a Ito:
… Mah… In questo lavoro ho riproposto quello che avevo fatto con l'edificio per Tod's, ma non ho più usato il cemento, questa volta la pelle è in acciaio. Siccome Ginza è un'area molto sofisticata, ho voluto fare un'architettura primitiva…
Toyo Ito? Primitivo? A Ginza? Capiamo in fretta che in questo caso Ito sta usando un particolare senso della parola primitivo (4):
La pelle è fatta con un acciaio da dodici millimetri, e quando viene saldata tende a incurvarsi. Se non si fa attenzione rimangono visibili i segni delle saldature. Per arrivare ad avere una superficie piatta perfetta, si è dovuto lavorare moltissimo… Tra noi, gli ingegneri e le maestranze, abbiamo dovuto sperimentare parecchie soluzioni. Lavorare con la Taisei è stato fondamentale. È un po' l'atteggiamento degli artigiani giapponesi. Che vogliono fare cose difficili, che amano la sfida impossibile. Più il tema è difficile, maggiore è la forza che l'artigiano sviluppa. Che pensa: "Solo io lo posso fare"…
E i nuovi media, e le nuove tecnologie? Dove sono finite le proiezioni dell'Egg of Winds, gli scenari da fantascienza infiltrata nel presente a cui ci aveva abituato negli anni passati? Sorride e parla lentamente. Muove le mani a sottolineare i passaggi più importanti. Ci guarda negli occhi (il che, fatto da un giapponese, intimidisce).

Il negozio Mikimoto nel contesto urbano di Ginza. Nonostante la sua reputazione come uno dei distretti più prestigiosi di Tokyo, è meno popolata di architettura ‘firmata’ dell’area intorno a Omotesando

La cosa importante non è la tecnologia, è il dialogo con le persone. L'architettura nasce da un dialogo. Mi chiedete delle nuove tecnologie… In effetti, il senso della tecnologia nei miei lavori sta un po' cambiando. Nel passato, la tecnologia era visibile, manifesta. Adesso forse è cambiata. È una cosa un po' più nascosta, da ricercare, non la vedi, non si vede. È un elemento da sfruttare in maniera indiretta. Prima pensavo e tendevo a un'architettura che, anche se la vuoi toccare non si lascia afferrare. Adesso è diverso. Adesso voglio fare un'architettura che si riesca a toccare, a sentire. Adesso sto lavorando sulla realtà fisica, sugli oggetti, sul reale. Questo mi interessa. Per esempio, adesso sto programmando di fare una grossa mostra a Tokyo in autunno, il titolo sarà: "Nuovo Reale". Ci saranno moltissimi modelli, elementi in scala 1/1, il pubblico potrà toccare, sentire…

La cosa importante non è la tecnologia, è il dialogo con le persone. L'architettura nasce da un dialogo. Mi chiedete delle nuove tecnologie…
Le facciate dell'edificio sono state trattate con una speciale vernice di resina al fluoro. Il suo colore rosa pastello varia di intensità a seconda della luce e delle condizioni metereologiche

Lo osserviamo mentre parla. Gli chiediamo se è lecito fare un parallelo tra la prima stagione di Le Corbusier, quella delle ville bianche e i lavori straordinari del periodo più tardo. La Tourette, Ronchamp, le sensorialità delle case Jaoul, di Chandigarh e del Cabanon… Adesso ride divertito:
Le Corbusier era un genio. Io non sono un genio. Però, Le Corbusier, lo amo moltissimo. Continua a ridere mentre riguardiamo assieme a lui le immagini degli ultimi lavori. Ci dice:
Sto sviluppando diversi prodotti ora in Italia. C'è un feeling speciale che mi piace, che mi porta a fare questo tipo di lavoro. Soprattutto il poter lavorare con Luciano Marson. Luciano dà molto di più di quello che lui si immagina. Questo mi piace, è molto diverso dal Giappone. È come quando lavoro con Cecil Balmond sulle architetture. Io faccio delle domande, ma il feedback e le risposte sono molto più profonde di quello che io gli chiedo in prima battuta. Non mi parla solo di costruzione. Mi parla di tante altre cose. A lavorare con lui imparo moltissimo. Sul come costruire, sul fare. Molto bello, affascinante. È questione di trovare gli interlocutori giusti per dialogare. Il progetto può cambiare intanto che viene sviluppato, e cambia secondo le persone che si incontrano. Questa è la parte più interessante, e la più difficile.

È ora di andare via, e Ito capisce dalle nostre facce che vorremmo chiedergli molte altre cose. Mentre ci inchiniamo, lui ci dà la mano (curioso momento di cross-over culturale) dicendoci:
Mi avete fatto tutte queste domande sulle mie architetture, sulle tecnologie immateriali e digitali. Forse in questo momento io sto lavorando su altri temi. Ma è normale. Le persone diventano anziane, per poi alla fine tornare al suolo, alla terra. Tutto torna alla terra. È normale.
Tutto torna alla terra. È normale.

Interno della Glass Boulder Tower di Toyo Ito

Note
1. "Tarzan in the forest of media", pubblicato in: Tomorrow Where Shall We Live?, Art4D, Bangkok 1996
2. Toyo Ito. Made in Italy. A cura di Toyo Ito, organizzazione di Abacoarchitettura. Costabissara (Vi), showroom Fontana, fino al 18 marzo 2006
3. A. Barrie, R. Choochuey, S. Mirti: Toyo Ito. Istruzioni per l'uso, Postmedia Books, Milano, 2004
4. In questo caso significa "molto raffinato e difficile"

Walter Aprile, informatico, è partner di Id-lab, ed è impegnato in un dottorato in robotica presso la Scuola Superiore Sant'Anna
Stefano Mirti, progettista, è un altro dei partner di Id-lab (Interaction Design Lab). Dal 2001 al 2005 ha insegnato all'Interaction Design Institute Ivrea
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