Zaha Hadid in America

L’opera prima di Zaha Hadid in America esalta le qualità urbane di Cincinnati. Testo di Rowan Moore. Fotografia di Michael Moran.

Avere un centro città per Cincinnati è un optional. Come le ferrovie, anche i centri delle città americane, un tempo potenti strumenti di sviluppo industriale e di successo, non hanno più una vera e convincente ragione di esistere: quello di Cincinnati sopravvive come scelta di vita per una minoranza di abitanti e, paradossalmente, come rifugio di chi è troppo povero per poter scegliere. È un centro che ha qualche dignità e grandezza, grazie ad alcuni grattacieli e monumenti Art Déco, a un impianto regolare a griglia e ad alcuni grandi ponti: ma si sente che è sottopopolato, e che per ora vanamente aspira alla densità abitativa delle periferie.

Strutture di solito considerate tipicamente periferiche, come i centri commerciali e gli stadi, si sono trasferite in centro, dove la domanda di spazi non è certo pressante. Questo però non significa che la città non abbia una dimensione culturale. L’attuale Contemporary Arts Center (CAC) affonda le sue radici nelle tradizioni progressiste dell’America degli anni Trenta. Ha ospitato, per esempio, una mostra di fotografie di Robert Mapplethorpe che ha provocato un celebre processo per offesa alla morale pubblica. Oggi a Zaha Hadid è stato affidato l’incarico di costruire la sua nuova sede, che per l’architetto è la sua prima opera americana.

Il Contemporary Arts Center è dunque un tentativo eroico, per non dire donchisciottesco, di riaffermare i valori urbani nel centro di Cincinnati. Il progetto si basa sull’idea di un tappeto urbano. La superficie della strada fluisce all’interno dell’edificio e curva verso l’alto, in un percorso di circolazione molto particolare, creando una zona continua, con sezione a ‘L’, in cui si svolgono diverse attività. In contrasto con il disordine degli isolati vicini, in molti casi ormai privi di consistenza e trasformati in aree di parcheggio, i volumi dell’edificio, accatastati uno sopra l’altro, riempiono tutto il sito e sembrano premere contro i suoi confini: in una realtà di dissoluzione e dispersione, esso incarna e riafferma la dimensione della densità e dell’intensità.

Anche il CAC rappresenta in fondo una merce altrettanto optional nell’America media di oggi: l’architettura. È un gioco raffinato di scale, volumi, masse, materiali, luci e ombre, interni ed esterni, piante, sezioni, prospetti. È l’opposto dell’architettura-spazzatura, delle costruzioni usa-e-getta che sorgono ai lati delle strade: ma anche di alcuni esempi di architettura contemporanea in cui il gesto formale è tutto, come per esempio la maggior parte delle opere di Santiago Calatrava. In questo senso l’edificio di Hadid è quasi vecchio stile. Ha qualche vaga somiglianza con il Whitney Museum of American Art di Marcel Breuer e, come il Whitney, esprime fiducia nel potere della fisicità e dello spazio costruito e organizzato.

Con l’architettura e l’urbanizzazione arrivano la complessità, il paradosso, le emozioni, i capovolgimenti, le frizioni e i disagi, e tutto questo è ciò che distingue il CAC. Quando lo si descrive, può sembrare simile ad altri edifici. L’idea dei percorsi di circolazione verticali trattati come uno spazio urbano risale almeno al Centre Pompidou, ma se lo si vede in concreto è unico. L’idea guida del progetto è il muoversi fra due estremi, l’aspetto massiccio dell’esterno e la fluidità dell’interno. Ciò che si vede per prima cosa è ovviamente l’esterno massiccio.

Il CAC si presenta come una scogliera, incrinata e spaccata da forze sconosciute ma possenti. La vigorosa geometria del blocco urbano americano è qui resa con intensità ancora maggiore. È una sorta di meditazione plastica che parte dalla griglia regolare della città: la verticalità dei blocchi in competizione l’uno contro l’altro diventa tensione di volumi di cemento adagiati in orizzontale, come una fetta di Manhattan girata sul fianco di 90 gradi (o forse di 270). Un volume spicca fra gli altri, per il rivestimento in pannelli neri di alluminio. Non c’è nessuna ragione particolare per questa scelta, se non che va bene così: è un segno dell’inclinazione di Hadid a fare le cose non per obbedire a una logica di fondo, ma per seguire un’intuizione.

Sorprende il senso di peso dell’edificio, dal momento che i disegni di Hadid avevano a suo tempo rivelato in lei una profetessa della città senza peso, senza gravità. Proprio questo peso non sembra in armonia con l’obiettivo, dichiarato sia dall’architetto che dai committenti, di portare la strada dentro l’edificio. A prima vista questo assomiglia a una fortezza della cultura degli anni Sessanta, a un mausoleo per mecenati, a un caveau per impilare l’arte fino al cielo. Solo una sorta di irrequietezza dei volumi, un’energia raggelata, frena questa impressione. Poi si vede che questa parete rocciosa in realtà poggia sul vetro: una prodezza che la trasforma in qualcosa di stabile e insieme instabile, di aperto e insieme impenetrabile.

Un altro elemento molto particolare dell’edificio è la grandiosa scala, che sale per i sei piani di gallerie dagli alti soffitti, contenuta entro uno spazio profondo e scosceso: una grande fenditura, un baratro nella scogliera. Questa è la Hadid che tutti conosciamo, con rampe di scale che volano nel vuoto coprendo campate larghissime con intersezioni molto oblique e angoli molto acuti. È attraverso la scala che si esprime la sua idea di una città interiorizzata: le gallerie espositive si aprono su questo spazio, si affacciano su di esso, come gli edifici di una piazza europea, per usare il paragone (improbabile ma appropriato) che la stessa Hadid suggerisce.

Nello stesso tempo il baratro della scala – di cemento armato, con poderosi gradini di acciaio prodotti da costruttori di ottovolanti – è un pezzo di arredo urbano, come le attrezzature delle strade e dei trasporti pubblici. Ogni rampa pesa 15 tonnellate, ha la larghezza massima gestibile dalle gru di cantiere, e le saldature dei giunti non rifinite ma lasciate grezze. È un ibrido fra la piazza e i grandi ponti sul fiume Ohio che segnano l’ingresso a Cincinnati, quindi fra il concetto europeo di circolazione e quello americano. In Europa il movimento è un’espressione culturale, una specie di acrobazia, in America è un problema pratico.

Fra la scogliera e il baratro, fra il peso e il volo, altri opposti si dispiegano. A livello del piano terreno, quando nel visitatore ancora resta la memoria della solidità dell’esterno, l’atrio dalle pareti vetrate è tutto aperto, con le parti strutturali ridotte al minimo e nessuna differenza di quota fra interno ed esterno. Qui l’idea della galleria come continuazione della strada trova la sua massima espressione. L’atrio si può dire completato dagli edifici che stanno dall’altra parte della strada, e il paesaggio stradale di insegne e distributori di giornali acquisisce il ruolo di oggetto da esposizione. Gli spazi ai piani superiori sono invece privi di finestre, circondati da pareti di cemento e oscurati, per dare rilievo soltanto alle opere d’arte: sono introversi quanto il piano terreno è estroverso.

Attraverso il vano della scala e le viste che permette sulla città che sta intorno, l’edificio si addentra in un gioco delle parti fra interno ed esterno, in cui le sensazioni di essere dentro e fuori trasformano l’ambiente, e uno stesso elemento si presenta alternativamente come oggetto e come spazio. La contemplazione dell’arte taglia fuori le prospettive sulla città: che però poi ritornano, mentre il borbottio e lo strepito dei video fanno da surrogato al rumore del traffico. L’andamento verticale dei percorsi di circolazione e degli spazi espositivi ricorda il Guggenheim di Frank Lloyd Wright, ma in una versione più complessa e meno rigidamente lineare. Come nel Guggenheim, l’uso del cemento come materiale predominante e le pochissime aperture danno un senso di unità, che rende i contrasti ancora più potenti e incisivi. Più di Wright, però, Hadid va oltre il fatto puramente architettonico, per esprimersi attraverso il contrasto fra massa e apertura. La massa asserisce il valore dell’arte che ci si appresta a vedere: fa capire che all’interno dell’edificio viene offerta un’esperienza diversa dal solito, che richiede un diverso tipo di attenzione. L’apertura indica che tutti possono entrare e tutto può accadere: uno scenario perfetto per un’istituzione che non possiede collezioni permanenti e che il suo direttore definisce “un museo dell’arte degli ultimi dieci minuti”.

Nell’edificio si nota anche una grande intelligenza nella scelta delle finiture e nell’organizzazione delle sale. Sono state lasciate volutamente grezze e spoglie, così che il loro carattere possa cambiare secondo le esigenze delle varie mostre e installazioni. Le gallerie hanno proporzioni e altezze diverse per consentire la creazione di diversi allestimenti e sistemazioni: questo intento si esprime anche nei blocchi sovrapposti dei volumi esterni, specie di “catalogo degli spazi”. Benché molto caratterizzato, l’edificio è aperto a eventi e impieghi futuri. Non vuole essere una struttura perfetta e chiusa in sé, ma qualcosa che solo il contenuto e il contesto possono completare. È presto per averne la certezza, ma sembra proprio che il CAC sia uno dei pochi musei nuovi che per la sua flessibilità piace ai curatori.

Avrebbe potuto facilmente essere un altro esempio di virtuosismo architettonico, un pretesto per mettersi in mostra: e in fondo si poteva aspettarselo da un architetto come Zaha Hadid, la cui fama sinora è andata oltre l’esperienza del costruire e i cui disegni hanno una certa qualità retorica. In realtà l’edificio rivela invece un’inventiva e un coraggio creativo che senza quei disegni non sarebbero possibili, ma che i disegni non facevano necessariamente prevedere. Ha una concretezza maggiore di quanto si potesse pensare, manca completamente di gesti ridondanti, e per questo colpisce ancora di più. D’ora in avanti il CAC si potrà leggere su un duplice registro: come esempio di architettura contemporanea di livello internazionale e come struttura che va ad arricchire la città di Cincinnati. Avrà una funzione di proposta e di esperienza: sarà un’affermazione di ciò che lo spazio urbano potrebbe essere e un luogo a cui gli abitanti della città possono volgersi quando desiderano uscire dal tran tran della vita quotidiana. Di più non si può chiedere: un solo edificio non può riscattare l’intero centro di una città.
Un volume spicca fra gli altri, per il rivestimento in pannelli neri di alluminio. Non c’è nessuna ragione particolare per questa scelta, se non che va bene così: è un segno dell’inclinazione di Hadid a fare le cose non per obbedire a una logica di fondo, ma per seguire un’intuizione
Un volume spicca fra gli altri, per il rivestimento in pannelli neri di alluminio. Non c’è nessuna ragione particolare per questa scelta, se non che va bene così: è un segno dell’inclinazione di Hadid a fare le cose non per obbedire a una logica di fondo, ma per seguire un’intuizione
La variazione di ogni galleria è rispecchiata dal movimento dei volumi, tanto all’esterno quanto all’interno, che sporgono sulla strada sottostante e creano una presenza forte nel centro di Cincinnati
La variazione di ogni galleria è rispecchiata dal movimento dei volumi, tanto all’esterno quanto all’interno, che sporgono sulla strada sottostante e creano una presenza forte nel centro di Cincinnati
Disegnato come se fosse un proseguimento della strada, il piano terra è uno spazio pubblico che dà il benvenuto ai visitatori. Impilata su di esso, una serie di volumi solidi sembra fluttuare nell’aria
Disegnato come se fosse un proseguimento della strada, il piano terra è uno spazio pubblico che dà il benvenuto ai visitatori. Impilata su di esso, una serie di volumi solidi sembra fluttuare nell’aria
L’ingresso invita i visitatori nell’atrio luminoso che sale verso l’alto: primo gradino di una serie di passerelle che conducono a un intreccio di scale, talvolta incrociate agli spazi espositivi, talvolta ben distinte da essi
L’ingresso invita i visitatori nell’atrio luminoso che sale verso l’alto: primo gradino di una serie di passerelle che conducono a un intreccio di scale, talvolta incrociate agli spazi espositivi, talvolta ben distinte da essi
Il CAC è un’istituzione senza una sua collezione d’arte permanente. Gli spazi creati dalla Hadid sono molto impressionanti per chi li visita, ma allo stesso tempo consentono ai curatori di adattarli alle esigenze delle opere di volta in volta esposte
Il CAC è un’istituzione senza una sua collezione d’arte permanente. Gli spazi creati dalla Hadid sono molto impressionanti per chi li visita, ma allo stesso tempo consentono ai curatori di adattarli alle esigenze delle opere di volta in volta esposte
Il baratro della scala – di cemento armato, con poderosi gradini di acciaio prodotti da costruttori di ottovolanti – è un pezzo di arredo urbano, come le attrezzature delle strade e dei trasporti pubblici
Il baratro della scala – di cemento armato, con poderosi gradini di acciaio prodotti da costruttori di ottovolanti – è un pezzo di arredo urbano, come le attrezzature delle strade e dei trasporti pubblici
Dal piano terra si può accedere a una scala che conduce al livello sotterraneo, dove c’è un piccolo auditorium
Dal piano terra si può accedere a una scala che conduce al livello sotterraneo, dove c’è un piccolo auditorium
La contemplazione dell’arte taglia fuori le prospettive sulla città: che però poi ritornano, mentre il borbottio e lo strepito dei video fanno da surrogato al rumore del traffico
La contemplazione dell’arte taglia fuori le prospettive sulla città: che però poi ritornano, mentre il borbottio e lo strepito dei video fanno da surrogato al rumore del traffico

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