Milano non è una città che si offre allo sguardo in modo immediato. La sua architettura non si costruisce attraverso grandi gesti o scenografie urbane dichiarate, ma attraverso una sequenza più sottile di spazi che si rivelano progressivamente: ingressi che introducono, corti che raccolgono, passaggi che connettono, terrazze che improvvisamente aprono lo sguardo sul paesaggio dei tetti. La Milano storica è introversa: esprime la propria natura in una frammentazione nascosta, spesso celata allo sguardo di chi la attraversa. Edifici dalla presenza compatta lasciano solo intuire ciò che custodiscono al loro interno, rivelandosi a quanti cedono alla curiosità di varcare una soglia. Nel suo denso tessuto di strade, piazze, palazzi e verde pubblico episodico ma preziosissimo si coglie un’eterogeneità di linguaggi architettonici che può spiazzare.
Un frammento di città che genera relazione
Nel progetto di retrofitting della sede milanese di EY, presentato da Piuarch, la dinamica tra spazio pubblico e dimensione privata che caratterizza la cultura architettonica cittadina diventa matrice progettuale. Una compenetrazione non solo simbolica.
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- Gino Garbellini, Founding Partner Piuarch
- 06 aprile 2026
La sua identità risiede proprio in questa varietà: una qualità, discreta ma molto densa, che rappresenta il punto di partenza per il progetto di trasformazione della sede milanese di EY, nel cuore storico della città. Attraverso un intervento di retrofitting profondo, il nuovo headquarters si relaziona al contesto urbano guardando ad alcuni elementi cardine della città come matrice progettuale: EY dentro Milano; Milano simbolicamente dentro l’edificio. Nel cuore di una realtà stratificata come Milano, in fondo, tutto è già presente. Il nostro lavoro si è configurato quindi come un’operazione di rilettura e ricostituzione: non consiste nell’introdurre nuovi segni formali, quanto nel riconoscere alcuni principi radicati nel la cultura architettonica della città, reinterpretandoli secondo la scala di una sede contemporanea.
Ingressi prospettici che introducono e preparano allo spazio interno; corti affacciate sul verde, capaci di generare luoghi raccolti e protetti; terrazze e rooftop aperti sul panorama circostante; ambienti comuni che favoriscono l’incontro e contribuiscono alla formazione di una piccola comunità. Elementi spesso silenziosi, quasi invisibili dalla strada, ma capaci di generare una straordinaria complessità spaziale. Il riferimento non è tanto la dimensione domestica della casa milanese quanto la scala urbana che la città ha saputo costruire, soprattutto nel secondo dopoguerra: un’architettura civile e misurata, in cui l’edificio stabilisce relazioni con la città attraverso sequenze di spazi intermedi.
Il lavoro ha cercato di interpretarne la logica, vale a dire quel sistema di relazioni tra interno ed esterno, tra spazio pubblico e dimensione privata, che nel tempo ha dato forma a una delle culture architettoniche più riconoscibili in Europa. All’interno di questo approccio si inserisce un elemento che ne sottolinea l’evoluzione in senso contemporaneo: la trasformazione del piano terra. L’intervento introduce una scelta radicale di apertura e alleggerimento dell’attacco al suolo, che diventa permeabile e trasparente. Ciò che nella città introversa rimane nascosto dietro una cortina compatta qui si offre alla vista di chi attraversa lo spazio urbano, permettendo di percepire con uno sguardo la qualità degli ambienti interni. Il piano terra si configura così come un filtro, un luogo di relazione tra la sede privata e la dimensione pubblica della città. Un percorso attraversa l’edificio collegando esterno e interno: l’ingresso, la lobby, la cor te, gli spazi verdi comuni e di relazione, fino a ricondurre nuovamente verso la città, in una sequenza di luoghi fortemente identitari.
Al centro di questo sistema abbiamo voluto distillare un’idea di spazio comunitario articolato e diffuso, che racconta il valore della relazione tra le persone come elemento fondante della sede. Nell’immaginare questi ambienti ci siamo nuovamente affidati a un carattere profondamente milanese: quel design fiorito tra gli anni Cinquanta e Sessanta che, nutrendosi del respiro dinamico della città, ne ha travalicato i confini diventando universale sinonimo di comfort e sobrio decoro.
Negli elementi che definiscono gli interni – dai controsoffitti ai rivestimenti a pavimento, dalle maniglie ai corpi illuminanti – riaffiora questo riferimento alla città, come un filo rosso che attraversa i diversi ambienti. In questa operazione dinamica, in cui EY raccoglie e interpreta un’eredità milanese, si attiva anche un movimento reciproco. Se Milano entra simbolicamente nell’edificio attraverso i suoi dispositivi spaziali – ingressi, corti, terrazze, luoghi di relazione – l’edificio restituisce alla città uno spazio pubblico rinnovato. La riqualificazione della vicina piazza Santi Pietro e Lino, trasformata in uno spazio pedonale e verde, estende verso l’esterno i principi di apertura e relazione sviluppati con la progettazione degli interni. Più che un semplice edificio per uffici, la nuova sede di EY prova così a proporsi come una piccola infrastruttura urbana: un frammento di città capace di accogliere lavoro, incontro e vita quotidiana all’interno della stessa struttura spaziale. È in questo scambio continuo tra architettura e città che prende forma l’idea che, fin dall’inizio, ha guidato il progetto: Milano entra in EY, EY entra in Milano.
Immagine di apertura: L’area su cui si innesta la sede di EY nel centro di Milano, tra via Meravigli e piazza Cordusio. Courtesy of Piuarch