C’è una metafora che torna spesso nelle conversazioni tra chi progetta spazi e chi progetta organizzazioni, e riguarda la pietra. La pietra come simbolo di permanenza, di potere e di confine. L’impresa come fortezza: mura alte, fossato profondo, ponte levatoio sollevato all’alba. La città come scenario esterno, sfondo, contesto geografico nel quale l’azienda si inserisce senza davvero appartenervi. Un’entità che occupa suolo, che consuma infrastrutture, che paga tasse. Ma che rimane, nella sua essenza, altrove.
Questo modello è finito. A sancirne la fine non è stata una crisi economica, né una rivoluzione tecnologica, ma qualcosa di più sottile e radicale: un cambiamento nell’idea stessa di valore. Che cosa produce un’impresa? Per chi? Con chi? Queste domande, che sembravano retoriche o marginali vent’anni fa, sono diventate il cuore di ogni strategia che voglia avere un senso nel decennio che stiamo attraversando.
C’è un concetto che Ezio Manzini – forse il più influente teorico italiano del design per l’innovazione sociale, professore onorario al Politecnico di Milano e fondatore del network internazionale Desis – ha messo al centro della sua riflessione decennale: quello della prossimità come risorsa generativa. Non come vicinanza fisica, ma come condizione relazionale, fiducia reciproca, capacità collaborativa e senso condiviso del luogo. Un’energia che si libera solo quando contesti diversi si mescolano, quando l’impresa smette di essere un’enclave e diventa parte di un tessuto. È in questo humus che il talento trova le condizioni per esprimersi al meglio.
Perché questo avvenga, però, serve che l’impresa smetta di essere un luogo impermeabile. Serve porosità. Serve quella leggerezza che non è assenza di struttura, ma capacità di lasciare passare aria, luce, relazione. È ciò che Italo Calvino identificava come la prima delle sue Lezioni Americane: la leggerezza non come sottrazione di peso, ma come cambio di prospettiva sul peso stesso.
Un’impresa leggera non è un’impresa debole, ma una realtà che ha capito che la rigidità è un rischio, non una protezione. Milano è un osservatorio privilegiato in Europa per comprendere questa trasformazione. È la città in cui la tensione tra i due modelli – la fortezza e la spugna, il cemento e il tessuto – è più evidente, drammatica e carica di implicazioni culturali. Milano è la città che ha rifatto sé stessa nel giro di due decenni attraverso una serie di scommesse audaci: Expo 2015, il Bosco Verticale, il distretto di Porta Nuova, la riqualificazione dei suoi scali ferroviari.
E ogni intervento ha riproposto la stessa domanda: chi abita questo spazio? Chi ne beneficia? Il rischio che Milano ha corso, e che in parte continua a correre, è quello di scambiare l’attrazione per l’inclusione. Una città che attrae capitali non è necessariamente una città che cresce in modo sano. La questione dei domicili fiscali dei miliardari ha generato un dibattito importante, ma spesso mal impostato.
Il problema non è se i ricchi debbano pagare più tasse, ma che cosa porta, in termini di ecosistema culturale e produttivo, la presenza di patrimoni senza radici. Un miliardario che trasferisce la propria residenza a Milano per ragioni fiscali porta con sé consumi di lusso, aumenta la pressione sul mercato immobiliare, frequenta circoli privati. Raramente però porta conoscenza, costruisce relazioni generative con il territorio o investe in quella rete di connessioni che trasforma una città da palcoscenico in organismo vivente.
È qui che entra in gioco il secondo tipo di attrazione, quello che riguarda le grandi organizzazioni di servizi professionali. Realtà come EY, che a Milano non si sono semplicemente insediate, ma hanno scelto di radicarsi. La distinzione è fondamentale, così come lo è il “patto del carbonio”, più volte evocato dal Ceo di EY Italia, Stefania Boschetti.
EY a Milano non è un ufficio di rappresentanza. È una comunità professionale di diverse migliaia di persone – catene di carbonio, appunto – con una presenza che attraversa generazioni di laureati milanesi e non, che ha costruito nel tempo una relazione profonda con il sistema universitario, con le istituzioni e con il mondo della cultura d’impresa.
Questo tipo di presenza produce qualcosa che nessuna flat tax può acquistare: genera capitale umano stratificato, reti di relazione tra settori, una cultura del lavoro che si sedimenta nella città e la modifica. Un’alleanza tra reti di carbonio. C’è una differenza enorme, che le classifiche di attrattività faticano a misurare, tra una città che ospita ricchezza e una che forma e trattiene talento. La prima è una vetrina. La seconda è un ecosistema.
La permeabilità, quando si discute del nuovo rapporto tra impresa e città, non riguarda solo lo spazio fisico, ma anche e soprattutto la porosità culturale e professionale. La guerra per il talento non si vince solo con i salari. Si vince con la qualità del contesto. È per questo che il tema dell’impresa come soggetto urbano non è un tema di responsabilità sociale d’impresa, non è filantropia.
È strategia pura: un’impresa che contribuisce a rendere la propria città più vivibile, più aperta, più ricca di opportunità sta investendo nel proprio bacino di talenti futuri. Sta coltivando il terreno in cui continuerà a crescere.
Immagine di apertura: nel render di Piuarch, la vista dall’alto del complesso consente di leggere l’alternanza di volumi pieni e vuoti e i percorsi di attraversamento che connettono la sede alla città. Courtesy of Piuarch
