Luca Nichetto: “Mi considero un designer al 200%”

Conversazione con il designer di Murano sulla ultima serie di sedute disegnata per Et al., sui suoi modelli, sul design dopo il coronavirus e la passione per il basket.

“Amo le sfide e questa nuova collaborazione con Et al. ne è la prova”. Luca Nichetto, muranese di origine e oggi di base a Stoccolma – dove nel 2011 ha aperto il suo secondo studio, dopo quello veneziano aperto nel 2006, e dove ha anche messo su famiglia – è orgoglioso della seduta Classy che ha da poco ultimato per il brand italiano Et al., nuovo nome della storica azienda Metalmobil. Definisce il progetto un “ping pong process”, un gioco sviluppato internamente in studio, partendo dagli schizzi del prodotto e poi manipolando le stampe 3D che ha portato a disegnare una scocca in polipropilene unica per seduta e schienale che, ripiegati come un origami, creano una nervatura. Le nervature, che a loro volta rendono la scocca portante, sono la cifra distintiva del prodotto, oltre che la sua soluzione tecnica. C’è però anche un altro elemento che la distingue da altre sedute: la doppia finitura. internamente (la parte che si consuma di più) la seduta è opacalo; lo schienale, invece, è lucido. 

Con Classy, volevamo un prodotto semplice, non urlato e senza tempo.

Qual è stato il punto di partenza di Classy?
È il classico lavoro da designer “ingaggiato” dall’azienda. È la risposta a un bisogno specifico, cercare d’innalzare l’offerta di alcune tipologie molto chiare: una scocca in plastica con struttura metallica declinata in sedia, poltroncina e sgabello. Anche il target iniziale è stato preciso: costi, materiali, impilaggi, funzione, utilizzo. Una famiglia di tre sedute – sedia, poltroncina e sgabello –che doveva funzionare in ambito contract, ma anche domestico e avere la possibilità di espandersi in futuro con altre versioni, un progetto aperto anche a nuove tipologie. Volevamo un prodotto semplice, non urlato e senza tempo. 

Luca Nichetto, Classy, schizzi di progetto
Luca Nichetto, Classy, schizzi di progetto

Un progetto con diversi vincoli. I vincoli però sono d’aiuto in un progetto…
È vero, i paletti aiutano, molto. Al punto che quando non ci sono, me li metto io. Anche quando credi di avere carta bianca, basta studiare l’azienda, le sue specificità, per scoprire che non è così. Di Et Al. mi sono piaciute subito le persone, c’è stata subito un’ottima relazione. In fondo, il design italiano si basa sulle relazioni, è spesso questione di empatia. Non sono mancati i conflitti – sugli aspetti commerciali, la vendita, i costi – abbiamo affrontato anche tutti quegli aspetti che penso siano necessari per fare questo lavoro bene e non essere solo creativi. 

Il nome?
L’ho scelto io. Volevo un nome divertente, non particolarmente impegnativo, legato all’ambizione di creare un nuovo classico, non un’icona, ma piuttosto un prodotto corretto. L’estetica della sedia è minimale, ma pulita con dettagli di un certo tipo, ha una certa classe. È frutto di un gioco di intenzioni. 

Quali materiali hai usato? Perché?
Polipropilene caricato con fibra, in modo da ridurre gli spessori e il peso. Nell’utilizzo di un materiale, poco ecologico come la plastica, c’è la mia coscienza nordica, la consapevolezza che qualunque gesto faccia, inquinerà. L’obiettivo, dunque, è stato quello di fare un prodotto che potesse rimanere sul mercato per tanto tempo. Mi considero un designer al 200%: anche quando faccio una scenografia arrivo a progettare il minimo dettaglio, fino alla posizione della vite. Parto sempre dal presupposto che il progetto deve stare in piedi e non superare il budget a disposizione.

Luca Nichetto, Classy, Et al., 2020
Luca Nichetto, Classy, Et al., 2020

Cosa la distingue da altre sedute in commercio?
Un giusto connubio tra costo, estetica e funzione. È un progetto corretto, non ha l’ambizione di cambiare la storia del design, ma nemmeno di passare inosservato. Un occhio attento dal punto di vista tecnico mi ha permesso di ridurre la quantità di plastica di 50 grammi. È come trovare la ricetta del tiramisù in rete, cerchi di seguirla misurando gli ingredienti per farla al meglio possibile. La ricetta era il brief, gli ingredienti un po’ li ho messi io e un po’ l’azienda, ma il tiramisù esisteva già. 

Quando lavoro con un’azienda storica, mi tuffo nell’archivio, cerco di capire il motivo per cui sono diventati famosi e da lì cerco di capire come portare questo heritage nel contemporaneo.

C’è una routine nel tuo lavoro?
Sì in studio siamo molto strutturati: ci sono riunioni, call a distanza legate agli avanzamenti di progetto, per fare il punto della situazione, anche dal punto di vista economico. C’è una routine settimanale, con gli appuntamenti divisi per giorni. A livello di processo creativo, ho fondamentalmente due approcci diversi. Quando lavoro con un’azienda storica che ha un heritage importante, prima ancora di pensare a un progetto, cerco di farmi un’idea della sua storia, mi tuffo nell’archivio, cerco di capire il motivo per cui sono diventati famosi e da lì procedo per sottrazione, cercando di capire come portare questo heritage nel contemporaneo. Se non è un’azienda storica, cerco di lavorare con le tecnologie che usa. Poi penso sempre al cliente finale, a cosa si aspetta, perché dovrebbe comprare un oggetto. 

Ammiro tutti i designer che fanno cose diverse dalle mie

Un designer che ammiri? Perché?
Tutti quelli che fanno cose diverse dalle mie. Non ho un modello. Anche quando studiavo, mi attraevano progetti di designer diversi: Lovegrove, Maurer, Magistretti. Al di là del designer guardo al prodotto. Mi possono piacere le ceramiche di Hayon gli arredi dei Bouroullec, Grcic o di Castiglioni. Non ho mai provato venerazione per i maestri. 

Quale oggetto ti ha cambiato la vita?
Il pallone da basket: non perché è un oggetto di design, ma per la sua funzione. Gioco da sempre e, quando ho bisogno di sfogarmi o di pensare, vado in un campetto a fare due tiri. Non ho un attaccamento viscerale nei confronti degli oggetti, non sono un collezionista. Non colleziono nemmeno i miei di oggetti. 

Gioco a basket da sempre e, quando ho bisogno di sfogarmi o di pensare, vado in un campetto a fare due tiri.

Quando hai capito che volevi diventare designer?
È successo. Sono di Murano, sono cresciuto in un’isola dove vedere un disegno che diventa oggetto è la quotidianità. Il 99% delle persone che conoscevo era coinvolta nella lavorazione del vetro: mio zio con la Foscarini, mia mamma è decoratrice. Fin da piccolo, ero portato per il disegno e i miei genitori mi hanno spinto a studiare all’istituto d’arte. In estate poi si andava nelle fornaci a vendere i disegni per guadagnare un po’ di soldi. Finite le superiori, era nato un corso nuovo, Disegno industriale, mi sembrava quello che già facevo, anche la frequenza obbligatoria faceva per me: in una gabbia rendo meglio. L’impatto è stato duro: il primo semestre volevo ritirarmi, poi però ho cominciato a dare e passare gli esami. Anche all’università, ho mantenuto il rituale di fare cartelline e bussare alle fornaci per proporre i miei disegni. Al secondo anno, bussai alla porta di Salviati: mi voleva comprare tutti i disegni, ma mi disse “non ne realizzerò nemmeno uno. Ti manca di capire cosa ha bisogno l’azienda, se passi di qui una volta a settimana, te lo spiego”. Mi ha spiegato come funziona un’azienda e presto mi sono reso conto che imparavamo più lì che a scuola. Ho cominciato così, con un apprendistato in azienda e da autodidatta, ho imparato sbagliando. 

Sono di Murano, sono cresciuto in un’isola dove vedere un disegno che diventa oggetto è la quotidianità.
Luca Nichetto
Luca Nichetto

Svezia o Italia? Pro e contro?
In Italia i designer non si rendono conto quanto siamo viziati dal sistema Italia, dal distretto del saper fare, dai fornitori che ti offrono le soluzioni: non ti dicono mai sì o no, ti dicono forse e accettano la sfida. È così che nasce l’innovazione. All’estero, c’è maggiore senso civico e rispetto per il tempo degli altri. Ti dicono di sì solo se sanno fare una cosa. Sono molto più bravi nel marketing, nella produzione e nell’organizzazione. Dieci anni fa poi si parlava già di ecosostenibilità, era già un elemento molto importante. In Italia, invece, la competizione è molto più alta, devi importi, devi farti notare. In breve, se ce la fai in Italia ce la fai in tutto il mondo. In Svezia, mi sono tolto la pressione dei maestri milanocentrica, sono arrivato ad avere il 70% dei miei clienti in giro per il mondo. La Scandinavia mi ha aiutato a diventare internazionale. 

Come cambierà il mondo del design dopo il coronavirus?
La crisi del coronavirus si è inserita in una crisi che già in atto, quella ambientale. E l’ha portata a galla in modo veloce. Da questo punto di vista, ci ha fatto anche bene. Ci saranno saranno budget inferiori e la casa torna a essere di nuovo al centro. Si tornerà a una prospettiva reale: non divani da otto metri o cucine portaerei. Il design è fatto per le persone, lavora sul bisogno. La gente trascorrendo maggior tempo a casa, comincerà ad apprezzare la qualità di un prodotto. Ci sarà un ridimensionamento del mercato, ma in prospettiva rimarrà quello che saprà interpretare meglio la situazione. Come designer, possiamo avere un impatto vero.

Nome prodotto:
Classy
Designer:
Luca Nichetto
Azienda:
Et. al
Anno di produzione:
2020
Leggi tutto
China Germany India Mexico, Central America and Caribbean Sri Lanka Korea icon-camera close icon-comments icon-down-sm icon-download icon-facebook icon-heart icon-heart icon-next-sm icon-next icon-pinterest icon-play icon-plus icon-prev-sm icon-prev Search icon-twitter icon-views icon-instagram