Fern Mallis, la ‘madrina’ della moda americana: “Siamo arrivati a un punto in cui non c'è più copione”

Abbiamo intervistato l’ideatrice della New York Fashion Week sui temi della reazione della moda alle condizioni imposte dal Covid-19 e dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti.

Il mondo della moda e del design negli ultimi mesi ha affrontato alcune sfide significative. Fern Mallis, una vera autorità nel mondo della moda americana e ideatrice della New York Fashion Week, direttore generale del Council of Fashion Designers of America dal 1991 al 2001, nonché l'ideatrice delle popolarissime interviste Fashion Icons with Fern Mallis ha dedicato un colloquio a Domus sui temi della reazione della moda alle condizioni imposte dal Covid-19 e dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, nonché dell’importanza dei rapporti in presenza in occasione delle sfilate di moda.

La New York Fashion Week quest’anno si è svolta dal 14 al 16 settembre con un programma limitato a causa delle disposizioni sanitarie relative al Covid-19 e si è trasformata in un’esperienza virtuale. “La moda è parte integrante della nostra cultura, così come l'architettura e il design. L'abbigliamento racconta molto del tempo e del luogo. Gli stilisti di moda sono noti per il saper usare il loro mestiere, le loro abilità e il loro lavoro per comunicare ciò che sta succedendo, e ciò di cui il mondo si occupa attualmente: quando l'economia andava bene le gonne erano corte, quando l'economia anadva male le gonne erano lunghe. Oggi come oggi tutti si vedono dal torace in su, sugli schermi”. Con tante persone che oggi lavorano da casa e nessuno che esce, lo schermo del computer è diventato il luogo dell’interazione quotidiana per le riunioni, per lo svago e perfino per le sfilate di moda. “La felpa con il cappuccio è diventata una tenuta accettabile per andare a lavoro e ha cambiato completamente il paesaggio della moda e per questo devo creditare - non ringraziare - gente come Mark Zuckerberg.”

Il modo di presentarsi virtualmente a lavoro e nello svago è diventato significativamente più disinvolto in ragione della comodità domestica. Ma ciò che le persone indossano, in certi casi per un’affermazione di stile o magari per contestazione, “La prima cosa che si fa quando si vede qualcuno è guardare i suoi capelli, guardare i suoi vestiti e dare un giudizio - che non è sempre la cosa più intelligente da fare. È il modo in cui le persone comunicano. L’abbigliamento dice molto. E ora che la protesta si concentra sui diritti civili e sul movimento statunitense del Black Lives Matter, l’abbigliamento è ancor più una questione di messaggio. Questo ha il ruolo di comunicare che cosa sta succedendo e i cambiamenti che si vogliono introdurre.”

Dalle magliette con scritte di protesta alle mascherine con gli slogan, agli indumenti protettivi, tutto rafforza il messaggio. “Gli stilisti integreranno questa protesta per la giustizia sociale nelle loro collezioni. Vedremo più abbigliamento da “combattimento”, qualsiasi cosa si stia combattendo. Se mi seguite su Instagram capite cosa intendo. Le reazioni a quel post mi affascinano”. È quasi come se la moda fosse diventata essa stessa un partito politico e quando le chiediamo come le proteste stiano effettivamente influenzando il mondo della moda, risponde che “le proteste stanno cambiando il modo in cui tutto è concepito, non solo la moda. È un momento di protesta che non finirà così presto. Tutto è interconnesso: il modo in cui la gente si veste, il modo in cui la gente vive”.

Gli stilisti hanno anche risposto all’attuale crisi sanitaria in modo creativo. La mascherina “è diventata il nuovo accessorio del prossimo futuro”. Agli inizi della crisi sanitaria certi stilisti sono addirittura scesi in campo per contribuire a fabbricare mascherine e altri articoli, come indumenti protettivi per i lavoratori della sanità e perfino visiere. “Christian Siriano è stato il primo stilista americano ad adeguarsi a questa tendenza. Si è messo in contatto con l’ufficio del governatore di New York e ciò ha spinto parecchi altri stilisti a contribuire”.

Tornando ai molteplici rapporti virtuali che hanno riguardato il mondo della moda, la nostra conversazione ha toccato anche il mondo dell’architettura e dell’architettura d’interni. “Tutti lavorano da casa, dove passano incredibili quantità di tempo a cercare di renderla più adatta al lavoro, più comoda e più adattabile. Oggi, grazie a Zoom, anche nel mondo della televisione e dell’intrattenimento tutti sono visibili in un angolo della loro casa. Il che comunica ancor più del modo in cui sono vestiti. Si inizia a vedere dallo schermo del proprio computer come vivono e qual è il loro stile di vita. La maggior parte delle persone si mette sullo sfondo di uno scaffale di libri”. Le persone ripensano al modo in cui vogliono e devono usare i loro spazi. Nella casa di ciascuno va integrata una combinazione di lavoro, gioco, riposo e abitudini quotidiane, trasformando stanze che prima avevano una funzione prevalente in zone plurifunzionali. In futuro questa concezione dovrà essere certamente tenuta in considerazione nel modo di progettare gli spazi di vita”.

Come per la Fashion Week, le fiere del design sono state cancellate o sono divenute interamente virtuali. Abbiano chiesto a Fern come l’esperienza virtuale possa essere paragonata a quella in presenza. “L’incontro delle imprese, come succede al Salone del Mobile, a un convegno dell’American Institute of Architects o alla Fashion Week, è molto importante. Riguarda l’interazione tra le persone e da questo dialogo nasce tanta creatività. La spontaneità dell’interazione tra le persone è insostituibile. Quest’anno sarà interessante vedere la reazione delle settimane della moda. Confido che nell’industria esista creatività sufficiente, coinvolgendo tutti coloro che sono parte del dibattito su che cosa realizzare. Ma ciò sostituisce la presenza di persona alla sfilata? No. Nulla può sostituire una stupenda sfilata, dove ciascuno sente che sta assistendo a qualcosa di speciale. Il potere delle manifestazioni ‘collettive’ non è finito. È solo un’interruzione.”

La domanda finale riguarda l’intreccio tra moda e design, e i loro reciproci influssi. “Il modo in cui si vive, ci si veste, si apparecchia la tavola, si presentano i piatti e l’ospitalità per me sono tutt’uno. Ci sono degli stilisti come Tom Ford, che hanno studiato architettura. Per parecchi stilisti l’architettura fa decisamente parte della loro idea della moda.”

Salutandoci chiediamo a Fern di ricordare la sua esperienza alla festa intitolata Beach, organizzata nel 1979 a Fire Island Pines, raccontata di recente da Domus. “È stata un trionfo per il mio amico, l’architetto Scott Bromley. È stata una di quelle serate che non si possono ripetere, un evento magico fatto fatto per raccogliere fondi per i vigili del fuoco. Lì abbiamo parlato di sostenibilità prima ancora che qualcuno sapesse cosa significasse. Il pavimento in legno utilizzato sulla spiaggia è stato tagliato in modo da poter essere riutilizzato per costruire le case lì attorno. Tutto era destinato ad essere riciclato. È stata letteralmente l'ultima festa prima che l'AIDS entrasse in scena: gran parte delle persone che erano lì sono morte successivamente per la malattia. Sono molto orgogliosa di aver partecipato a quell’evento straordinario.”

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