La Biennale di arte contemporanea di Venezia si apre in questi giorni. E le polemiche impazzano: proteste e sit-in si moltiplicano, davanti ai padiglioni di alcune nazioni si affollano gruppi di manifestanti, nelle immagini diffuse dai media i Giardini sono avvolti dalla nebbia dei fumogeni, i viali coperti di volantini. I toni della stampa internazionale sono allarmati, alcuni catastrofici. Ma non è una cattiva notizia, al contrario. In questi giorni di preapertura riservati ai professionisti del mondo dell’arte, prima dell’assalto del pubblico, l’attenzione si concentra inevitabilmente sulle “prime impressioni”, sulle cronache d’anticipazione, sui commenti a caldo. Eppure un evento labirintico e complesso come la Biennale richiede tempo: tempo di visita, di lettura, di approfondimento, ma anche di esperienza. Un tempo che, in questo caotico marasma, è semplicemente impossibile concedersi davvero.
La Biennale è viva perché è polemica. Una lezione anche per la Design Week
Tra proteste, sit-in e tensioni politiche, l’apertura della Biennale di Venezia mostra che l’arte contemporanea è ancora un campo di conflitto. Ed è proprio questo a renderla viva, in un presente spesso anestetizzato dal consenso.
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- Emanuele Quinz
- 09 maggio 2026
La polemica come dispositivo dell’arte
Foto Nicole Marianna Wytyczak
Foto Nicole Marianna Wytyczak
Foto Shot by Us, Jakub Jansa
Foto Ondrej Rychnavský
Foto Joe Habben
Foto Andrea Avezzù
Foto Norton Maza. Courtesy dell'artista
Foto Norton Maza. Courtesy dell'artista
Courtesy Taipei Fine Arts Museum
Courtesy Taipei Fine Arts Museum
Foto Ugo Carmeni
Foto Zoe Chait
Foto Giacomo Bianco
Foto Giacomo Bianco
Foto Tiziano Ercoli. Courtesy gli artisti e Fondazione Pier Luigi Nervi
Foto Tiziano Ercoli. Courtesy gli artisti e Fondazione Pier Luigi Nervi
Foto Uli Holz
Foto Uli Holz
Foto Francesco Barasciutti
Foto Francesco Barasciutti
Foto Gerda Studio. Courtesy of the Uzbekistan Art and Culture Development Foundation
Foto Gerda Studio. Courtesy of the Uzbekistan Art and Culture Development Foundation
Foto Ismail Noor of Seeing Things
Foto Ismail Noor of Seeing Things
Courtesy GRAYSC
Courtesy GRAYSC
Foto Ivan Erofeev
Foto Ivan Erofeev
La sovrabbondanza di stimoli, la pletorica sovrapposizione di opere e linguaggi, ostacolano quella concentrazione necessaria a cogliere le “tonalità minori” che la curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente prima di portare a termine il suo mandato, ha sapientemente orchestrato. Così è la polemica a prendere il sopravvento: occupa gli animi, monopolizza le conversazioni, orienta gli sguardi. In questa Biennale è impossibile non parlare di politica. E, appunto, non è una cattiva notizia. Al contrario.
Le polemiche che infiammano l’apertura della Biennale rivelano l’importanza strategica di questa manifestazione, non solo come vetrina della creazione contemporanea ma soprattutto come laboratorio geopolitico di primo piano. L’attenzione mediatica che l’evento riesce a catalizzare mostra che l’arte costituisce ancora un processo vivo, a contatto con le trasformazioni del mondo, con le sue crisi, le sue conflittualità.
La funzione dell’arte è mostrare che la società è ancora viva, che le voci “in tonalità minore” hanno ancora spazio per levarsi, nonostante le molteplici pressioni e un clima di violenza e repressione.
Senza conflitto non c’è pensiero
Certo, le differenze tra il mondo dell’arte e quello del design sono molte: dalla diversa implicazione tra istituzioni pubbliche e private, tra Stato e industria, fino al funzionamento stesso dei mercati e dei loro sistemi di legittimazione. Se l’arte conserva ancora, almeno in parte, uno spazio di ambiguità critica e di autonomia simbolica, il design appare sempre più monopolizzato dalle logiche della produzione, del branding e dell’innovazione industriale.
La funzione dell’arte è mostrare che la società è ancora viva, che le voci ‘in tonalità minore’ hanno ancora spazio per levarsi, nonostante le molteplici pressioni e un clima di violenza e repressione.
Anche il rapporto con il pubblico cambia radicalmente: se l’arte può permettersi l’inutilità, la provocazione, la fragilità e il fallimento, il design appare sempre più orientato a rispondere a criteri di funzionalità, desiderabilità e consumo. Per questo tende a trasformarsi in linguaggio di superficie: più attento alla narrazione e all’esperienza che alle contraddizioni materiali del presente.
Eppure, proprio perché opera nel cuore dei processi economici, tecnologici e sociali, il design avrebbe strumenti enormi per confrontarsi concretamente con le crisi del nostro tempo — dall’ecologia alle disuguaglianze, dall’automazione all’intelligenza artificiale. La domanda è allora se voglia davvero assumere questa responsabilità.
Il dissenso come condizione dell’arte
Un’altra dimensione fondamentale riguarda il ruolo centrale che il mondo dell’arte attribuisce al discorso critico, di cui la polemica rappresenta una tattica essenziale. L’arte contemporanea non si limita a produrre oggetti o immagini: si fonda sulla costruzione di conflitti interpretativi, di prese di posizione.
Il dibattito, persino lo scontro, fanno parte integrante del suo ecosistema culturale e della sua capacità di restare in tensione con il presente. Come mostra questa Biennale, l’artista non esita a prendere la parola: non solo per parlare di arte, ma anche di politica, e non solo attraverso l’arte, ma anche attraverso la politica.
Nel mondo del design, al contrario, il dissenso tende spesso a essere neutralizzato in favore del consenso. La critica rischia così di essere assorbita dal marketing, trasformata in stile o in segnale superficiale di contemporaneità. Eppure, senza conflitto non esiste vero pensiero progettuale: esiste solo gestione dell’esistente. Dopo la Design Week di Milano, un critico americano ha chiuso la nostra conversazione con una formula lapidaria: oggi, mi ha detto, c’è troppa politica nell’arte e troppo poca nel design. Non ne sono convinto. Se da una parte non perdo la fiducia nel mondo del design, dall’altra il dibattito acceso che questa Biennale sta suscitando — il modo in cui riesce a riportare al centro dell’attenzione pubblica le conflittualità del nostro tempo — conferma semmai il contrario: non c’è mai troppa politica. Così come non c’è mai troppa arte.