La Biennale è viva perché è polemica. Una lezione anche per la Design Week

Tra proteste, sit-in e tensioni politiche, l’apertura della Biennale di Venezia mostra che l’arte contemporanea è ancora un campo di conflitto. Ed è proprio questo a renderla viva, in un presente spesso anestetizzato dal consenso.

La Biennale di arte contemporanea di Venezia si apre in questi giorni. E le polemiche impazzano: proteste e sit-in si moltiplicano, davanti ai padiglioni di alcune nazioni si affollano gruppi di manifestanti, nelle immagini diffuse dai media i Giardini sono avvolti dalla nebbia dei fumogeni, i viali coperti di volantini. I toni della stampa internazionale sono allarmati, alcuni catastrofici. Ma non è una cattiva notizia, al contrario. In questi giorni di preapertura riservati ai professionisti del mondo dell’arte, prima dell’assalto del pubblico, l’attenzione si concentra inevitabilmente sulle “prime impressioni”, sulle cronache d’anticipazione, sui commenti a caldo. Eppure un evento labirintico e complesso come la Biennale richiede tempo: tempo di visita, di lettura, di approfondimento, ma anche di esperienza. Un tempo che, in questo caotico marasma, è semplicemente impossibile concedersi davvero.

La polemica come dispositivo dell’arte

Padiglione Austria Florentina Holzinger, “Seaworld Venice” (Giardini)

Foto Nicole Marianna Wytyczak

Padiglione Austria Florentina Holzinger, “Seaworld Venice” (Giardini)

Foto Nicole Marianna Wytyczak

Padiglione di Cechia e Slovacchia Jakub Jansa e Selmeci Kocka Jusko, “Il Silenzio della Talpa” (Giardini)

Foto Shot by Us, Jakub Jansa

Padiglione di Cechia e Slovacchia Jakub Jansa e Selmeci Kocka Jusko, “Il Silenzio della Talpa” (Giardini)

Foto Ondrej Rychnavský

Padiglione India Alwar Balasubramaniam, Ranjani Shettar, Sumakshi Singh, Skarma Sonam Tashi e Asim Waqif, “Geographies of Distance: remembering home” (Arsenale)

Foto Joe Habben

Padiglione India Alwar Balasubramaniam, Ranjani Shettar, Sumakshi Singh, Skarma Sonam Tashi e Asim Waqif, “Geographies of Distance: remembering home” (Arsenale)

Foto Andrea Avezzù 

Padiglione Cile Norton Maza, “Inter-Reality” (Arsenale)

Foto Norton Maza. Courtesy dell'artista

Padiglione Cile Norton Maza, “Inter-Reality” (Arsenale)

Foto Norton Maza. Courtesy dell'artista

Padiglione Taiwan Li Yi-Fan, “Screen Melancholy” (Palazzo delle Prigioni)

Courtesy Taipei Fine Arts Museum

Padiglione Taiwan Li Yi-Fan, “Screen Melancholy” (Palazzo delle Prigioni)

Courtesy Taipei Fine Arts Museum

Padiglione Danimarca Maja Malou Lyse, “Things to come” (Giardini)

Foto Ugo Carmeni

Padiglione Danimarca Maja Malou Lyse, “Things to come” (Giardini)

Foto Zoe Chait

Padiglione Argentina Matías Duville, “Monitor Yin Yang” (Arsenale)

Foto Giacomo Bianco

Padiglione Argentina Matías Duville, “Monitor Yin Yang” (Arsenale)

Foto Giacomo Bianco

Fondazione Pier Luigi Nervi Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki, Tai Shani, “If All Time Is Eternally Present” (Campo Manin)

Foto Tiziano Ercoli. Courtesy gli artisti e Fondazione Pier Luigi Nervi

Fondazione Pier Luigi Nervi Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki, Tai Shani, “If All Time Is Eternally Present” (Campo Manin)

Foto Tiziano Ercoli. Courtesy gli artisti e Fondazione Pier Luigi Nervi

Padiglione Giappone Ei Arakawa-Nash, “Grass Babies, Moon Babies” (Giardini)

Foto Uli Holz

Padiglione Giappone Ei Arakawa-Nash, “Grass Babies, Moon Babies” (Giardini)

Foto Uli Holz

Padiglione Canada Abbas Akhavan, “Entre chien et loup” (Giardini)

Foto Francesco Barasciutti

Padiglione Canada Abbas Akhavan, “Entre chien et loup” (Giardini)

Foto Francesco Barasciutti

Padiglione Uzbekistan Zulfiya Spowart, Beshik (The Cradle), 2026, “The Aural Sea” (Arsenale)

Foto Gerda Studio. Courtesy of the Uzbekistan Art and Culture Development Foundation

Padiglione Uzbekistan (primo piano) Zi Kakhramonova’s Archive of Lost Forms, 2026. (secondo piano) A.A.Murakami, The Sun Sets in a Shell, 2026 “The Aural Sea” (Arsenale)

Foto Gerda Studio. Courtesy of the Uzbekistan Art and Culture Development Foundation

Padiglione Emirati Arabi Uniti Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash, Taus Makhacheva, “Washwasha” (Arsenale)

Foto Ismail Noor of Seeing Things

Padiglione Emirati Arabi Uniti Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash, Taus Makhacheva, “Washwasha” (Arsenale)

Foto Ismail Noor of Seeing Things

Padiglione Lussemburgo Aline Bouvy, “La Merde” (Arsenale)

Courtesy GRAYSC

Padiglione Lussemburgo Aline Bouvy, “La Merde” (Arsenale)

Courtesy GRAYSC

Padiglione Grecia Andreas Angelidakis, Escape Room” (Giardini)

Foto Ivan Erofeev

Padiglione Grecia Andreas Angelidakis, Escape Room” (Giardini)

Foto Ivan Erofeev

La sovrabbondanza di stimoli, la pletorica sovrapposizione di opere e linguaggi, ostacolano quella concentrazione necessaria a cogliere le “tonalità minori” che la curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente prima di portare a termine il suo mandato, ha sapientemente orchestrato. Così è la polemica a prendere il sopravvento: occupa gli animi, monopolizza le conversazioni, orienta gli sguardi. In questa Biennale è impossibile non parlare di politica. E, appunto, non è una cattiva notizia. Al contrario.

Le polemiche che infiammano l’apertura della Biennale rivelano l’importanza strategica di questa manifestazione, non solo come vetrina della creazione contemporanea ma soprattutto come laboratorio geopolitico di primo piano. L’attenzione mediatica che l’evento riesce a catalizzare mostra che l’arte costituisce ancora un processo vivo, a contatto con le trasformazioni del mondo, con le sue crisi, le sue conflittualità.

Pavilion of Austria. 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Foto Marco Zorzanello. Courtesy: La Biennale di Venezia. Foto Andrea Avezzù

La funzione dell’arte è mostrare che la società è ancora viva, che le voci “in tonalità minore” hanno ancora spazio per levarsi, nonostante le molteplici pressioni e un clima di violenza e repressione.

Senza conflitto non c’è pensiero

Certo, le differenze tra il mondo dell’arte e quello del design sono molte: dalla diversa implicazione tra istituzioni pubbliche e private, tra Stato e industria, fino al funzionamento stesso dei mercati e dei loro sistemi di legittimazione. Se l’arte conserva ancora, almeno in parte, uno spazio di ambiguità critica e di autonomia simbolica, il design appare sempre più monopolizzato dalle logiche della produzione, del branding e dell’innovazione industriale.

La funzione dell’arte è mostrare che la società è ancora viva, che le voci ‘in tonalità minore’ hanno ancora spazio per levarsi, nonostante le molteplici pressioni e un clima di violenza e repressione.

Anche il rapporto con il pubblico cambia radicalmente: se l’arte può permettersi l’inutilità, la provocazione, la fragilità e il fallimento, il design appare sempre più orientato a rispondere a criteri di funzionalità, desiderabilità e consumo. Per questo tende a trasformarsi in linguaggio di superficie: più attento alla narrazione e all’esperienza che alle contraddizioni materiali del presente.

Pavilion of Japan. 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Courtesy: La Biennale di Venezia. Foto Luca Zambelli Bais

Eppure, proprio perché opera nel cuore dei processi economici, tecnologici e sociali, il design avrebbe strumenti enormi per confrontarsi concretamente con le crisi del nostro tempo — dall’ecologia alle disuguaglianze, dall’automazione all’intelligenza artificiale. La domanda è allora se voglia davvero assumere questa responsabilità.

Il dissenso come condizione dell’arte

Un’altra dimensione fondamentale riguarda il ruolo centrale che il mondo dell’arte attribuisce al discorso critico, di cui la polemica rappresenta una tattica essenziale. L’arte contemporanea non si limita a produrre oggetti o immagini: si fonda sulla costruzione di conflitti interpretativi, di prese di posizione. Il dibattito, persino lo scontro, fanno parte integrante del suo ecosistema culturale e della sua capacità di restare in tensione con il presente. Come mostra questa Biennale, l’artista non esita a prendere la parola: non solo per parlare di arte, ma anche di politica, e non solo attraverso l’arte, ma anche attraverso la politica.

Victoria-Idongesit Udondian. Kayayei Momome, 2026. 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Courtesy: La Biennale di Venezia

Nel mondo del design, al contrario, il dissenso tende spesso a essere neutralizzato in favore del consenso. La critica rischia così di essere assorbita dal marketing, trasformata in stile o in segnale superficiale di contemporaneità. Eppure, senza conflitto non esiste vero pensiero progettuale: esiste solo gestione dell’esistente. Dopo la Design Week di Milano, un critico americano ha chiuso la nostra conversazione con una formula lapidaria: oggi, mi ha detto, c’è troppa politica nell’arte e troppo poca nel design. Non ne sono convinto. Se da una parte non perdo la fiducia nel mondo del design, dall’altra il dibattito acceso che questa Biennale sta suscitando — il modo in cui riesce a riportare al centro dell’attenzione pubblica le conflittualità del nostro tempo — conferma semmai il contrario: non c’è mai troppa politica. Così come non c’è mai troppa arte.