Phineas Harper

L’architettura dei millennial

Intervista a Phineas Harper, critico e curatore della prossima Oslo Architecture Triennale, sulle risposte dei millennial alla crisi economica che, attraverso progetti temporanei e una buona dose di cinismo, ha creato un’utopia del reale sono.

Hanno fra i 22 e i 37 anni e, in Italia, sono la generazione che ha pagato il prezzo più alto della crisi economica. All’estero, invece, i millennial sono riusciti a crearsi un mercato, reinventando la professione o, meglio, contrastando la crisi con un’improvvisazione progettata e la voglia di trasformare le condizioni della realtà che li circonda in un’occasione di progetto. Dopo averci raccontato per grandi linee la sua generazione, Phineas Harper – critico, membro dello studio Interrobang e curatore della prossima Oslo Architecture Triennale – delinea una geografia che dall’Inghilterra, suo Paese di origine, passa per il Giappone e l’Africa, mostrando realtà diverse, con l’unico denominatore comune della volontà di agire sui luoghi attraverso progetti temporanei. La crisi economica ha ridotto le possibilità di lavoro nei grandi studi e la conseguenza naturale è stata la professione indipendente. Sono nati piccoli studi che hanno cercato occasioni di lavoro diverse: abitazioni di dimensioni ridotte trasformate in spazi di coabitazione e coworking, installazioni e architetture temporanee riconfigurano la pratica dell’architettura. I millennial sono stati capaci di trasformare il reale, ma allo stesso tempo forse hanno rinunciato a una certa idea di architettura. La necessità e una buona dose di cinismo hanno creato un’utopia del reale che forse solo chi ha superato una linea di mezzo riesce vedere. È giusto che l’architettura sia cambiata. L’importante è non perdere la speranza del suo ruolo nella nostra società. Non arrendersi di fronte alla voglia di costruire edifici, di fare concorsi di entrare a far parte dello star system. È questa sensazione di totale disconnessione da ciò che è stato, quasi un rifiuto consapevole della memoria, che nasconde invece una grande sicurezza e convinzione che non sarà il nuovo a costruire il mondo che verrà. Per capire meglio quello che sta accadendo, abbiamo rivolto qualche domanda a Phineas Harper in occasione della sua conferenza alla British School di Roma.

I millennial sono sulla cresta dell’onda di un profondo cambiamento tecnologico e sociale, mentre le vecchie regole dell’impegno vengono riscritte.

Credo che la nuova generazione sia piuttosto attratta da un’utopia del reale. Che genere d’architettura la contraddistingue, secondo te, e quali sono i progetti del passato che determinano il loro immaginario?
Phineas Harper: Oggi, a dar forma ai nostri obiettivi e ai nostri valori, ci sono evidenti realtà ecologiche ed economiche che differiscono sostanzialmente da quelle di momenti storici precedenti. I millennial si trovano di fronte a una convergenza di questioni cruciali. Hanno una cultura vasta e di qualità, padroneggiano strumenti che i loro genitori non potevano nemmeno immaginare e possiedono una consapevolezza profonda che rende evidenti gli immani fallimenti politici del XX e del XXI secolo. Sono sulla cresta dell’onda di un profondo cambiamento tecnologico e sociale, mentre le vecchie regole dell’impegno vengono riscritte. Soprattutto va rapidamente avvicinandosi un disastro ecologico mai prima d’ora affrontato dall’umanità. E tuttavia i millennial sono più poveri delle generazioni precedenti, minacciati da un capitalismo impaziente e privi di forza in un’economia che non ha speranza di resistere alle trasformazioni. L’architettura dei millennial è la risposta alle condizioni di scompiglio che hanno ereditato. Talvolta è ridotta ai minimi termini e opportunista, e crea gesti significativi alla scala della panchina di un parco. Altre volte è politica, integra persone e idee nella stanza dei bottoni. Spesso gioca con i modelli di business, creando reti di aziende in simbiosi come ha fatto 00, o gestendo parallelamente al proprio studio un complesso di spazi di lavoro come fa Assemble, oppure scambia servizi per il mondo dell’infanzia come fa Build Up, o addirittura si fa interdisciplinare, fondendo ingegneria, architettura e critica, come fa Interrobang. Non ci sono un linguaggio disciplinare, una gamma di materiali o una soluzione strutturale condivisi: l’elemento comune sta nella volontà di impegnarsi non solo sui temi dell’architettura ma anche su quelli della società. È il motivo per cui parecchi millennial che conosco apprezzano il lavoro delle socialdemocrazie postbelliche, che appare ispirato a una visione ampia del terreno d’intervento dell’architettura, sia pratica sia utopica. In Gran Bretagna Neave Brown, Kate Macintosh, Chamberlain Powell and Bon, Ralph Erskine e Berthold Lubetkin lavoravano tutti su forme inedite e obiettivi sociali. Questi eroi del passato operavano in un contesto politico diverso che oggi è impossibile, ma solo perché lo rende impossibile il nostro consenso economico. Oggi per l’architettura il terreno più importante è il cambiamento del consenso.

L’architettura dei millennial talvolta è ridotta ai minimi termini e opportunista. Altre volte è politica. Spesso gioca con i modelli di business.

Nella tua esperienza personale vedi dei cambiamenti importanti? Come vedi il nostro paese, chi sono gli architetti italiani che vale la pena di seguire oggi per la loro ricerca e per le loro sperimentazioni?
Gli architetti italiani del XX secolo ispirano profondo rispetto e attenzione in Gran Bretagna e altrove come teorici e creatori d’immagine, ma certo è più difficile vedere una nuova generazione sul loro stesso percorso, nonostante che dall’Italia provengano molti straordinari giovani progettisti. Ne attribuisco interamente la colpa all’ossessione diffusa in tutta Europa per il mercato aperto neoliberista che depriva le città di un’architettura contemporanea. Mi ha lasciato senza parole il lavoro di Orizzontale, che ho conosciuto quando ero a Roma, credo che la loro ricca commistione di progetti, dai prodotti agli spazi pubblici, parli proprio alla natura della professione dei giovani di oggi: ricavarsi occasioni negli interstizi delle discipline tradizionali. Vorrei conoscere meglio i loro lavori e quelli di chi si muove come loro.

Rimango stupito dalla vivacità e dalla varietà che si trovano perfino nella più modesta delle scuole d’architettura.

La scuola ha una parte fondamentale nella formazione di questa generazione di architetti perché è il luogo in cui ci si incontra in senso materiale? In quali scuole accade, e perché?
A molti piace lamentarsi della formazione degli architetti e sfogare su di essa le loro frustrazioni nel mondo della produzione in senso più generale. Io la penso diversamente. Rimango stupito dalla vivacità e dalla varietà che si trovano perfino nella più modesta delle scuole d’architettura. In parecchi altri curricula universitari si è fortunati se si trovano sei ore di lezione la settimana, un occasionale seminario di gruppo e una tessera della biblioteca. Invece nella maggior parte delle scuole d’architettura una potente miscela di pratica, letture, dibattiti e fantasia contribuisce a creare una formazione sorprendente e aperta. Occorre che più curricula di alta formazione seguano l’esempio dell’architettura. Lavoro al Royal College of Art, e credo che sia un istituto straordinario, ma è limitato esclusivamente a un ridotto numero di studenti. Per me le scuole più interessanti sono quelle che riescono a catturare il più ampio numero di studenti, qualunque età abbiano. Sono un ammiratore del Centre for Alternative Technology (CAT) del Galles: la loro formazione consiste in un insieme di corsi residenziali brevi, visite giornaliere, un museo dell’innovazione ecologica e dei programmi d’architettura. La mia scuola preferita è la Test Unit: una scuola estiva di Glasgow che ogni anno tiene un corso con una varietà di collaboratori per realizzare prototipi urbani sperimentali. È implicitamente destinata ai giovani ed esplicitamente effimera. Ma la sua presenza nel paesaggio della cultura architettonica è forte e brillante.

Sarai il curatore della prossima Oslo Architecture Triennale. Come organizzerai l’esposizione e che ruolo ha per le nuove generazioni una mostra d’architettura? A che cosa gli serve una mostra d’architettura?
La Triennale d’Architettura di Oslo del 2019 sarà una sfida alla preponderanza dello sviluppo economico come base delle società contemporanee e prenderà in esame le alternative possibili. La manifestazione analizzerà l’architettura di un’economia nuova, in cui il punto più importante sia la crescita umana ed ecologica: l’architettura della decrescita. Con OAT 19 proporremo delle alternative a questa situazione insostenibile e iniqua. Il vecchio paradigma dello sviluppo sta crollando, mentre i movimenti economici alternativi e il cambiamento nelle norme sociali aprono la strada a un’economia postcapitalista della decrescita. Noi progetteremo spazi e istituzioni in grado di favorire la transizione dalla nostra dipendenza dalla fisicità alla ricchezza dei rapporti interpersonali, e di trasformare anche il modo di fare architettura.

Abbiamo incontrato Phineas Harper, in occasione della sua lecture “The kids aren’t all right” alla British School at Rome, lo scorso 25 giugno, parte del ciclo “Brave New World: New Visions in Architecture”.

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