Luisa Collina

In Italia, si può insegnare design in inglese?

La risposta di Luisa Collina, Preside della Scuola del Design al Politecnico di Milano, alla recente decisione del Consiglio di Stato che vieta corsi di laurea e dottorati solo in inglese.

Elsebeth Gerner Nielsen, ex Ministro della Cultura Danese e oggi Rettore di una delle principali Scuole di Design danesi, la Designskolen Kolding, ha affrontato una volta, in un seminario internazionale, l’argomento in questione, premettendo la sua altissima considerazione per la cultura e per la tradizione del proprio paese e per il ruolo che gli atenei giocano nella trasmissione di questi saperi alle future generazioni... per poi continuare con l’affermazione “e proprio per questo motivo nell’istituto che io dirigo ho voluto mantenere il danese come lingua primaria di insegnamento di tutti i corsi di Bachelor”. Una posizione espressa e attuata con rigore, che considera acquisito il fatto che in un paese come la Danimarca la formazione di secondo livello sia offerta in lingua inglese. Si tratta di una scelta condivisa dagli atenei europei “non anglofoni” presenti ai vertici dei ranking internazionali [1], tra cui ad esempio Aalto University in Finlandia, Konstfack in Svezia e TU-Delft in Olanda (mentre TU-Eindhoven ha esteso l’offerta in inglese anche a livello Bachelor).

In Italia il primo corso offerto interamente in lingua inglese in design a livello nazionale è stato attivato già nel 2005 al Politecnico di Milano. Stimolato dall’allora Preside, Alberto Seassaro, e messo in atto dalla sottoscritta, l’intento era quello di accogliere i numerosi studenti internazionali interessati a studiare design a Milano. L’obiettivo era di delineare un programma sufficientemente ampio e trasversale capace di attrarre e di formare progettisti dalla visione ampia, sistemica in grado di affrontare problemi complessi e di apportare innovazione sostenibile nel sistema delle imprese, nelle istituzioni e nella società contemporanea. L’impostazione data mirava da un lato a veicolare l’identità e le peculiarità del design made in Italy, dall’altra a mettere in relazione tale approccio con le dinamiche d’innovazione in atto a livello globale.

I benefici dati dalla qualità di tali ambienti formativi sono risultati altamente superiori rispetto all’inevitabile minore efficacia didattica dei docenti impegnati a fare lezione in inglese e non nella propria lingua madre

Prese così avvio la Laurea Magistrale in Design del Sistema Prodotto Servizio / Product Service System Design offerta per metà a studenti italiani e per metà a studenti internazionali. La faculty era composta sia da docenti italiani che da professori madrelingua (penso al grande contributo offerto, sin dall’inizio, da Norman Mc Nally della Glasgow School of Art ad esempio, così come da Neil Frankel e Cindy Coleman di SAIC – the School of the Art Institute of Chicago). La titubanza iniziale ci aveva portato ad offrire la possibilità – esplicitata nel regolamento didattico – di sostituire ciascun corso con un equivalente insegnamento in italiano. Nessuno studente, sia italiano che straniero, ha chiesto di usufruire di questa possibilità, tanto che dopo alcuni anni questa è stata eliminata.

Il seguito è dato dall’attuale offerta formativa: progressivamente, a partire dal 2012, anche tutti gli altri corsi di laurea magistrale offerti dalla Scuola del Design hanno scelto di insegnare totalmente o almeno con una sezione, in inglese; un nuovo corso in Digital and Interaction Design è stato avviato quest’anno unicamente in inglese; altri Atenei, come Roma La Sapienza con la laurea magistrale in Product Design, hanno seguito. Questo ha portato dei cambiamenti significativi. Entrerò nel merito del Politecnico di Milano di cui ho esperienza diretta.

Gli studenti italiani, sono tornati a scegliere le lauree magistrali del Politecnico, dopo alcuni anni di riduzione delle immatricolazioni ai corsi di secondo livello. I laureati triennali della Scuola erano infatti portati a non proseguire gli studi o ad iscriversi in un ateneo straniero per studiare in un ambiente internazionale in grado di offrire visioni e stimoli più ampi rispetto alle esperienze precedenti. L’inversione di questa tendenza costituisce a mio avviso un punto essenziale per una università pubblica, quale è il Politecnico di Milano.

A questo si è aggiunto l’aumento delle immatricolazioni degli studenti internazionali, sia europei che extra europei, e la crescita degli studenti in arrivo da altre sedi in scambio. L’insieme ha portato alla costituzione di “comunità d’aula” altamente diversificate e ricche di stimoli: i benefici dati dalla qualità di tali ambienti formativi sono risultati altamente superiori rispetto all’inevitabile minore efficacia didattica dei docenti impegnati a fare lezione in inglese e non nella propria lingua madre.

Basta aggirarsi per Milano durante la Design Week per capire come sia oggi impensabile lavorare come designer in posizioni di rilievo senza sapere comunicare e dialogare in inglese

Sono aumentati, infine, i docenti internazionali che hanno potuto così insegnare nelle nostre aule, portando competenze e punti di vista anche molto lontani da quelli “made in Italy”. L’internazionalizzazione “a casa propria” è stata così messa in atto in modo proficuo con risultati positivi:

– la media del voto di laurea è aumentata, per cui la comunità di studenti così composta ha raggiunto risultati migliori rispetto al passato;

– i dati occupazionali per i corsi in lingua mista o totalmente in inglese sono molto positivi, con una percentuale di occupati ad un anno dalla laurea tra l’84,2% (di Moda) e il 96,8% (di Design&Engineering); con una retribuzione netta mensile che supera i 1.600 euro al mese (per i laureati di Product Service System Design) e con una quota inferiore al 20% di occupati all’estero; [2]

– il ranking QS nell’ambito di “Art & Design”, basato sulla reputazione sia accademica che del mercato del lavoro, ha proiettato la Scuola del Design ai vertici della classifica fino a ricoprire l’attuale 7 posizione mondiale, prima di importanti atenei quale Yale e Stanford;

– due università cinesi, la Tsinghua di Pechino e la Tongji di Shanghai, si stanno muovendo per aprire il proprio “campus abroad” in Bovisa, in prossimità della Scuola del Design.

Ingressi alle Lauree Magistrali, fonte Politecnico di Milano
Ingressi alle Lauree Magistrali, fonte Politecnico di Milano
Ingressi lauree magistrali

Emerge in sintesi un quadro positivo, sia per i laureati che per il sistema professionale e industriale italiano che ha bisogno di figure apicali in grado di affrontare i processi competitivi globali in atto. Basta aggirarsi per Milano durante la Design Week per capire come sia oggi impensabile lavorare come designer in posizioni di rilievo senza sapere comunicare e dialogare in inglese.

I recenti pronunciamenti del Consiglio di Stato rendono, in alcuni casi, questo percorso intrapreso più difficile da perseguire, ma non potrà mutare l’inevitabile corso di internazionalizzazione in atto che permea tutte le nostre realtà quotidiane.

Voto medio di laurea. Fonte Politecnico di Milano
Voto medio di laurea. Fonte Politecnico di Milano
[1]:
Cfr. QS ranking by subject, “Art & Design”
[2]:
Fonte: Indagine occupazionale sui laureati 2015, Politecnico di Milano

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