Tra le minacce di cancellazione dei voli, il rincaro dei costi e l’ennesima ossessione per le “experience”, il campeggio, a quanto pare, sta di nuovo avendo il suo momento. C’è chi parte per l’Asia per dormire nelle yurte, le architetture effimere che i nomadi della steppa perfezionano da secoli; c’è chi sceglie il glamping, la versione lussuosa del campeggio, con servizi da resort o casette in legno costruite sugli alberi; e c’è chi sogna la bella estate italiana, magari passata in una struttura d’autore come il Camping Fusina, progettato da Carlo Scarpa nei pressi della sua Venezia. E poi ci sono i festival estivi, che da sempre hanno nel campeggio una parte fondamentale della propria mitologia: tende montate in fretta, comunità provvisorie, oggetti essenziali e piccole architetture temporanee che trasformano un prato in una città effimera.
In ogni caso, il campeggio continua a piacerci perché, in misure diverse a seconda della tipologia, ci chiede di misurarci con un ambiente in cui i servizi e le comodità delle grandi città sono lontani, di cavarcela mettendo alla prova le nostre capacità, là dove la distanza dal paesaggio naturale si annulla.
È una storia in cui c’entrano anche e soprattutto architettura e design: dal progetto-sfida di un’architettura mobile, leggera, trasportabile e smontabile, ai tanti oggetti e accessori per sopravvivere in contesti non domestici — e non per questo, soprattutto oggi, meno ospitali — il mondo del progetto industriale si misura con il campeggio da sempre, tanto da poter considerare l’uno complice della nascita dell’altro.
Ecco dunque che leggere il campeggio con il filtro del design è una sfida tutt’altro che impossibile: non servono forzature perché anche il campeggio, appunto, è una questione di design. Scandagliando i cataloghi dei marchi sportivi e facendo un giro nella storia remota e recente del progetto, abbiamo redatto una lista che è un kit del perfetto designer-campeggiatore.
