Utilizzate da più del 70% dei governi del mondo, le tecnologie di riconoscimento facciale sono strumenti sempre più diffusi in qualsiasi contesto urbano. Nel 2025 il mercato globale ha superato i 7 miliardi di dollari e si prevede possa superare i 30 entro il 2035. Uscito dalla distopia orwelliana, poi replicata in format tv, negli anni Venti del Duemila il Grande Fratello è ufficialmente arrivato tra noi, con appena qualche decennio di ritardo. Il mantra è stato per anni quello della sicurezza, che ora si sta evolvendo e trasformando, scivolando verso la “prevenzione del crimine”. La realtà è quella di una tecnologia imperfetta, spesso caratterizzata da forti bias, sviluppata da aziende private i cui profitti continuano a moltiplicarsi, mentre il divario economico cresce e i diritti fondamentali sono sempre più a rischio. D’altra parte, gli stessi sistemi di sorveglianza, in particolare quelli legati ai dati biometrici, sono in aperta contraddizione con il rispetto di alcuni di questi diritti, come quello alla privacy, alla libertà di movimento o alla libertà di espressione.
C’è un brand di moda che vuole renderti invisibile ai sistemi di sorveglianza AI
I tessuti di Cap_able usano pattern avversari per confondere i sistemi di riconoscimento facciale. Una forma di design di resistenza che trasforma la moda in uno strumento politico contro la sorveglianza biometrica.
Courtesy Cap_able
Courtesy Cap_able
Courtesy Cap_able
Courtesy Cap_able
Courtesy Cap_able
Courtesy Cap_able
Courtesy Cap_able
Courtesy Cap_able
View Article details
- Matilde Moro
- 11 giugno 2026
Parallelamente alla tecnologia, però, si stanno sviluppando anche nuovi modi per opporsi o proteggersi. Uno di questi è un brand di moda, si chiama Cap_able, è nato in Italia e i suoi tessuti sono sviluppati per “confondere” i sistemi di riconoscimento facciale, rendendo impossibile l’acquisizione dei dati biometrici e proteggendo così il diritto alla privacy di chi li indossa. Tecnicamente si chiamano “pattern avversari” e fanno parte di quello che viene definito “design di resistenza”: una combinazione tra moda e tecnologia pensata per prendere posizione e fornire una forma di tutela, ma anche per aumentare la consapevolezza rispetto a questo tema.
I capi non sono pensati per essere neutrali: sono progettati per comunicare, per rendere visibile un problema e per attivare una reazione.
Rachele Didero, fondatrice e designer di Cap_able
“L’idea,” spiega Rachele Didero, fondatrice e designer di Cap_able, “è emersa osservando come i sistemi di visione artificiale stessero diventando sempre più presenti e invisibili nella nostra quotidianità, senza che le persone ne fossero realmente consapevoli o avessero strumenti per interagirci. Da qui la domanda: e se il design potesse rendere visibili questi sistemi e, allo stesso tempo, permettere alle persone di negoziare la propria visibilità?”.
Un mantello dell’invisibilità per il mondo contemporaneo
Nascono così i complessi pattern di Cap_able, una sorta di coloratissimo mantello dell’invisibilità. Didero li definisce “Critical Design Tech Products, cioè oggetti che non sono solo funzionali o estetici, ma che incorporano una posizione etica e rendono tangibili dinamiche complesse”. Cap_able nasce all’interno del percorso di ricerca di Rachele Didero tra design, tecnologia e società, in particolare durante il suo dottorato tra Politecnico di Milano e MIT. Uno degli aspetti più critici e complessi quando si parla di tecnologie di riconoscimento facciale e, più in generale, di sorveglianza è quello del consenso. Le tecnologie di riconoscimento facciale si fondono fluidamente con l’ambiente urbano, fino a diventare invisibili. È difficile quindi perfino sapere quando i propri dati potrebbero essere raccolti, ancor più esprimere o eventualmente negare il proprio consenso. Secondo Didero, in questo contesto “il rischio principale è la normalizzazione della sorveglianza. Tecnologie di riconoscimento facciale e tracciamento automatico possono trasformare lo spazio pubblico in uno spazio monitorato in modo continuo, spesso senza consenso esplicito”.
Cap_able nasce quindi prima di tutto dal desiderio di aumentare la consapevolezza su questo tema. “Non si tratta necessariamente di ‘bloccare’ la tecnologia,” spiega Didero, “ma di evitare che venga adottata in modo acritico e non regolato”. Come invece sembra per lo più avvenire al momento. L’ignoranza sul tema rischia infatti di portare l’argomento lontano dal dibattito pubblico e quindi dal processo democratico: “Contrastare questa tendenza significa creare consapevolezza, introdurre strumenti di agency e aprire uno spazio di discussione pubblica. Anche forme di resistenza imperfette possono essere importanti, perché rendono visibile ciò che altrimenti rimarrebbe invisibile”.
Moda, AI e design di resistenza
È a questo punto che entra in gioco la moda: “la moda ha sempre avuto una dimensione politica, ma oggi può diventare anche un’interfaccia”. È chiaro a prima vista che i capi progettati da Didero e dal suo team non sono neutri: pattern chiassosi e colori sgargianti li collocano immediatamente fuori dal neutro. Sono, anche visivamente, un errore del sistema. “Nel nostro caso,” spiega infatti la designer, “i capi non sono pensati per essere neutrali: sono progettati per comunicare, per rendere visibile un problema e per attivare una reazione. Parliamo di ‘Manifesto’ [il nome della prima collezione, ndr.] proprio perché il capo diventa un medium, uno spazio di espressione e posizionamento”.
E se il design potesse permettere alle persone di negoziare la propria visibilità?
Rachele Didero
In particolare, gli abiti Cap_able “sono una presa di posizione rispetto all’idea che l’essere umano debba essere costantemente leggibile, tracciabile e analizzabile da sistemi automatizzati. Indossare questi capi significa affermare il diritto a scegliere quando essere visibili e quando no. È una forma di agency, ma anche di riflessione critica”. Eppure, la pratica di design politico di Cap_able, lungi dall’essere passatista, esclusivamente “contro” o legata a una realtà in cui, piaccia o non piaccia, non viviamo più, include le stesse tecnologie su cui vuole ispirare una riflessione critica. I pattern oppositivi sono infatti sviluppati anche grazie all’intelligenza artificiale: “Quello che cerchiamo di fare è lavorare in uno spazio intermedio: non completamente oppositivo, ma nemmeno neutro. Creiamo prodotti reali, utilizzabili, che possono esistere nel mercato, ma che allo stesso tempo portano con sé una narrativa critica. Questo permette di entrare nel sistema, ma introducendo una frizione, una domanda, una possibilità alternativa”.
Proprio perché sia la moda sia la tecnologia sono di per sé strumenti anche politici. E tutto dipende dall’uso che se ne fa. “Utilizziamo la conoscenza di queste tecnologie,” sottolinea Didero, “per costruire alternative, non per rifiutarle, ma per riequilibrare il rapporto tra individuo e sistema”. Resta la questione dell’accessibilità. Se è vero che Cap_able è pensato per proteggere gli individui come parte della comunità, per creare una via differente e più attiva di interagire con la tecnologia è necessario anche che questa via sia percorribile da chiunque. Soprattutto da chi rischia di soffrire maggiormente per le disuguaglianze del sistema. Come spiega Didero, infatti, nemmeno la sorveglianza è uguale per tutti: “diversi studi hanno evidenziato bias significativi nei sistemi di riconoscimento, che tendono a penalizzare maggiormente persone appartenenti a categorie già marginalizzate”. A essere più a rischio di venire penalizzati dalle tecnologie di sorveglianza sono, per esempio, le persone migranti oppure gli attivisti che partecipano alle manifestazioni.
Rimane quindi da superare, per Cap_able, anche uno scoglio economico. “Oggi i nostri capi hanno costi legati alla ricerca, ai materiali e alla produzione in piccola scala”. In un sistema che certamente non facilita le piccole imprese, soprattutto di questo genere. Eppure, spiega Didero, “non è una scelta di esclusione, ma una conseguenza della fase in cui ci troviamo. Il nostro obiettivo è lavorare sulla scalabilità e sviluppare nel tempo soluzioni più accessibili, anche attraverso collaborazioni, open research, e formati diversi (non solo prodotto)”. Se soluzioni come Cap_able rappresentano certamente una via alternativa, sembra quindi necessario adottarle collettivamente, in quanti più possibile, per dare a tutti la possibilità di percorrerla.