Nella folle passeggiata di Cassie in Euphoria c’è tutta l’architettura di LA e la fine del suo mito

Nell’ultima puntata dell’ex teen drama Hbo, Sydney Sweeney si trasforma in una Godzilla americana che distrugge Downtown Los Angeles e Hollywood. Dietro c’è una critica arguta al mito cinematografico di Los Angeles.

Euphoria

Courtesy Warner Bros Discovery

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“Cassie was becoming huge” (“Cassie stava diventando gigantesca”), dice Rue, la protagonista interpretata da Zendaya di Euphoria, il teen drama Hbo alla sua terza, attesissima stagione, mentre Sydney Sweeney si ingrandisce a una velocità incredibile fino a sfondare il soffitto della sua cameretta e diventare più alta di tutte le torri di Los Angeles.

I seguaci della sua pagina OnlyFans sono arrivati a 50mila e ora Cassie - un personaggio che il regista Sam Levinson ha costruito mettendo insieme il movimento Maga, la vita suburbana negli Stati Uniti, le trad wife e la pornografia online - è finalmente diventata famosa e può andare alla conquista di LA.

Priscilla Delgado e Zendaya in una scena di Euphoria. Courtesy Warner Bros Discovery

La scena è incredibile: Sweeney si fa strada tra il traffico e i grattacieli di Downtown LA, il centro finanziario della città, poi scala la montagna dell’Hollywood Sign. Nel frattempo distrugge macchine della polizia, spaventa i passanti e spia un suo follower dalla finestra di un ufficio amministrativo mentre si masturba guardando una sua foto. Ma soprattutto, demolisce alcune delle architetture più simboliche della città degli angeli. Sembra una versione apocalittica di Buildings and Bikinis, la pagina Instagram che mette in scena corpi femminili seminudi davanti agli skyline dei grattacieli americani.

Per Davis LA era un set permanente, una città bloccata nella continua rappresentazione di sé, mentre Downtown era soprattutto una simulazione di ricchezza fatta di grattacieli spesso vuoti e mai davvero vissuti.

Il riferimento a Godzilla è esplicito - e dichiarato dallo stesso Levinson - che per girare la sequenza ha fatto costruire un enorme modellino fisico di Los Angeles, realizzato nell’arco di un anno dal team di miniature della serie in omaggio ai vecchi monster movie giapponesi e hollywoodiani. Il set era composto da blocchi modulari mobili, con edifici, alberi, lampioni e perfino elicotteri in miniatura costruiti in scala rispetto al corpo dell’attrice, così da evitare quasi completamente la CGI e ottenere l’effetto fisico dei vecchi film catastrofici.

Se però il Godzilla giapponese distruggeva la Tokyo della ricostruzione postbellica - le sue infrastrutture moderne, la Tokyo Tower, i simboli del boom economico - e nasceva dall’ansia nucleare del Giappone del dopoguerra, Cassie-zilla di Euphoria denuncia invece la crisi del grande cinema hollywoodiano e della sua città. La fine del mito di Los Angeles.

Zendaya in una scena di Euphoria. Courtesy Warner Bros Discovery

Le architetture distrutte da Cassie sono infatti tutte, a loro modo, simboli di una Los Angeles che non esiste più: l’insegna di Hollywood, i grattacieli di Downtown, i boulevard con i nomi delle vecchie star del cinema e i teatri storici del Broadway Theater District. È proprio contro l’Orpheum, il movie palace inaugurato nel 1926 e diventato nel tempo un archivio vivente dell’immaginario hollywoodiano, che Cassie lancia, agitando la sua coda di cavallo bionda, un elicottero della polizia arrivato in soccorso.

È chiaro: attraverso l’evoluzione di Cassie - da bambina prodigio del pattinaggio a trad wife fino a creator erotica online - Levinson sta criticando, non senza una certa misoginia, le nuove forme di fama algoritmica e pornografia digitale che stanno sostituendo lo star system classico. Ed è questo, in fondo, il tema che attraversa tutta la terza, criticatissima stagione di Euphoria. Ma c’è di più: mentre Cassie distrugge il cinema e la celebrità come li conoscevamo, Levinson li sta anche omaggiando. E lo fa proprio nella città che più di tutte vive sul mito della simulazione e dell’esposizione continua.

Zendaya in una scena di Euphoria. Courtesy Warner Bros Discovery

Non è un’idea nuova. Già nel 1990 Mike Davis descriveva in City of Quartz una Los Angeles in cui cinema, scenografia e vita reale coincidono completamente. Per Davis LA era un set permanente, una città bloccata nella continua rappresentazione di sé, mentre Downtown era soprattutto una simulazione di ricchezza fatta di grattacieli spesso vuoti e mai davvero vissuti. Sotto la superficie glamour, però, si nascondeva una città fragile, attraversata da incendi, rivolte e disuguaglianze.

Forse ci voleva Euphoria per portare Mike Davis nell’immaginario pop. O forse no, perché gli eventi che hanno attraversato la città americana negli ultimi anni sembrano già parlare da soli: dagli incendi delle Pacific Palisades, che hanno colpito le sue architetture più iconiche, fino alla progressiva scomparsa delle palme che hanno costruito il paesaggio cinematografico di LA per come lo conosciamo, passando per gli sceneggiatori di Hollywood che nel 2023 scioperarono per 148 giorni con danni economici che, si dice, abbiano superato i 6 miliardi di dollari.

Sharon Stone in una scena di Euphoria. Courtesy Warner Bros Discovery

A star crollando, in fondo, non sono solo gli edifici di Los Angeles, ma il fondale cinematografico attraverso cui la città ha raccontato sé stessa per un secolo. E questo Euphoria l’ha capito bene.

Euphoria Courtesy Warner Bros Discovery

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