Negli anni ’60, la piccola frazione di Castiglioncello, a 15 km da Livorno, era il set del celebre film Il Sorpasso di Dino Risi. Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant partono da Roma a bordo della Lancia Aurelia B24 e, per la prima tappa del loro viaggio improvvisato, si ritrovano sulla Costa degli Etruschi. Mentre venivano girate le riprese del film che avrebbe reso questo tratto di costa famoso in tutta Italia, poco distante si stava già costruendo Villa Cardon: una casa commissionata a Leonardo Ricci con vista sul Tirreno, oggi tornata sul mercato per poco meno di 3 milioni di euro. Una notizia che, al di là della cronaca del real estate di pregio, offre l’occasione per riaprire il discorso su una figura rimasta ai margini della narrazione canonica del secondo Novecento italiano, eppure tra le più eccentriche e radicali.
È in vendita una villa di Leonardo Ricci, il genio dimenticato del moderno italiano
Sulla Costa degli Etruschi, torna sul mercato Villa Cardon, una casa progettata tra il 1961 e il 1963 dall’architetto Leonardo Ricci: allievo di Michelucci, autore radicale e difficile da classificare che ha trasformato il “non finito” in una forma dell’abitare.
Foto © Zibandpey
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- Francesca Critelli
- 16 maggio 2026
Chi è Leonardo Ricci, in breve
Nato a Roma nel 1918 e formatosi alla Facoltà di Architettura di Firenze sotto la guida di Giovanni Michelucci, Leonardo Ricci appartiene a quella generazione di architetti chiamata a confrontarsi con la ricostruzione post-bellica.
Mentre molti suoi contemporanei si muovono entro il perimetro del moderno razionalista, Ricci segue una traiettoria più laterale. Guarda a Frank Lloyd Wright per la verità dei materiali e il rapporto tra architettura e paesaggio, ma intercetta anche questioni che in Europa emergono negli stessi anni nel dibattito di Team 10: l’attenzione per l’esperienza concreta dell’abitare e la ricerca di un’architettura capace di accogliere il “comportamento” delle persone.
Ricci, però, resta difficilmente assimilabile ai suoi contemporanei. Architetto, pittore, letterato, professore all’Università di Firenze e al MIT negli Stati Uniti, dove scrive Anonimo del XX secolo (1962), un’opera a metà tra saggio, manifesto e “libro per tutti”, come la definiva lui stesso. Credeva in un’idea di architettura come organismo aperto: una struttura che non si esaurisce nella forma compiuta ma resta disponibile all’esperienza, alla trasformazione, persino all’errore.
A me pare che la casa debba nascere così come sono le cose della natura, che in sé contengono tutte le possibilità e non ne escludono alcuna.
Leonardo Ricci su Domus 337, dicembre 1957
Questo pensiero si riflette nelle sue opere più note, come la villa progettata all’Elba per il couturier francese Pierre Balmain o il Palazzo di Giustizia di Firenze, progetto controverso iniziato nel 1988 e completato solo nel 2012. Ma è forse nella casa-studio di Monterinaldi, insieme alle altre quattordici progettate nello stesso sito, che l’approccio di Ricci raggiunge la sua formulazione più nitida. Non una villa, ma una costruzione cresciuta nel tempo come una concrezione. Un progetto che rifiuta la compiutezza e che, proprio per questo, sembra mettere in discussione l’idea stessa di opera finita.
Villa Cardon, la casa sulla scogliera
Tra il 1961 e il 1963, Ricci progetta Villa Cardon, oggi tornata in vendita e proposta sul mercato da Lionard Luxury Real Estate. Vista dal mare, la casa collocata in uno dei punti più aspri del promontorio sembra davvero non finita. Più che un prospetto, il fronte sul Tirreno appare come una sezione: il forte aggetto delle sue terrazze a “prua di nave” danno l’impressione che la villa non sia finita lì, lasciando immaginare una prosecuzione fantasma della casa. Nella grande zona giorno il camino assume il ruolo di fulcro domestico, attorno al quale si organizza la vita collettiva. Le ampie superfici vetrate dissolvono il confine tra interno ed esterno, e dialogano con il cemento a vista dei parapetti, la pietra locale delle pareti e i pavimenti in legno.
Anche per i 1000 mq dell’esterno, il progetto evita qualsiasi idea di giardino come cornice addomesticata. Le terrazze, i patii, la piscina e le porzioni verdi compongono piuttosto una topografia artificiale che prolunga il sistema interno. In altre parole, la casa resta visibile, innestandosi nel paesaggio senza dissolversi in esso.
Il non finito come forma dell’abitare
“A me pare che la casa debba nascere così come sono le cose della natura, che in sé contengono tutte le possibilità e non ne escludono alcuna” diceva Leonardo Ricci su Domus nel dicembre 1957.
Qui emerge con chiarezza la sua idea di architettura: il progetto non deve prescrivere un comportamento, ma predisporre un campo di possibilità. Il tema del “non finito”, in questo senso, assume un significato preciso. Non incompiutezza come difetto, ma disponibilità al cambiamento e alla trasformazione. Non rifiuto della forma, ma rifiuto della forma definitiva. Come fiducia nel fatto che l’architettura debba lasciare spazio all’indeterminazione.