La vera Casa Bianca è nei suoi interni: design, vita quotidiana e propaganda

Dagli arredi ai rituali quotidiani, la Casa Bianca mostra come il potere si costruisca nello spazio domestico. Una mostra a Dropcity, Milano, ne svela i meccanismi tra rappresentazione istituzionale e vita privata.

“The White House. Domestic Propaganda”

Installation View © Giovanni Hanninen

“The White House. Domestic Propaganda”

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“The White House. Domestic Propaganda”

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“The White House. Domestic Propaganda”

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“The White House. Domestic Propaganda”

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“The White House. Domestic Propaganda”

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Se credete che Donald Trump sia stato il primo a trasformare la Casa Bianca a propria immagine, vi sbagliate. La distruzione della West Wing e la nuova sala da ballo sono solo l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga: da quando nel 1800 è terminata la costruzione – a cui George Washington non ha fatto in tempo ad assistere – la Casa Bianca è un organismo mutevole, più volte ricostruito, ampliato, manomesso.

Dopo appena 14 anni, un incendio la distrugge e impone una ricostruzione. Poi arrivano i porticati di Thomas Jefferson, secondo quello “stile” palladiano - importato dall’Italia e filtrato dall’Inghilterra – che ne ha sempre contraddistinto l’architettura. La West Wing e la East Wing sono aggiunte del XX secolo, e tra il 1948 e il 1952, Harry S. Truman decide di svuotare quasi completamente la casa per il rischio di cedimenti strutturali. Eppure, l’impressione è che la Casa Bianca sia rimasta sempre uguale, come se la propria immagine istituzionale fosse più potente di qualsiasi modifica sostanziale. Ma allora cosa è cambiato veramente?

Piscina coperta fatta costruire dal presidente F. D. Roosevelt alla Casa Bianca. Washington, D.C., 1933 © National Archives

Le trasformazioni hanno riguardato soprattutto ciò che oggi vediamo nei telegiornali, negli articoli di cronaca e sui social: gli interni della casa più esposta del pianeta. È cambiata insieme a chi l’ha abitata, con 45 presidenti e le rispettive famiglie che hanno portato a modifiche degli arredi, rituali e scelte estetiche con un obiettivo preciso: oltre al gusto personale, la manifestazione di una precisa e dichiarata visione politica.

Se l’involucro architettonico garantisce continuità e rappresentazione istituzionale, gli interni diventano il luogo della negoziazione simbolica.

È in questa ambiguità — tra spazio domestico e istituzione — che si inserisce “The White House. Domestic Propaganda”, la mostra curata da Davide Fabio Colaci e Lola Ottolini con un gruppo di studenti del Politecnico di Milano. Il progetto è allestito negli spazi di Dropcity, centro indipendente che occupa i tunnel riqualificati sotto la Stazione Centrale. “Questo tema, oggi, ha bisogno di indipendenza per essere trattato”, racconta Colaci. L’obiettivo non è una narrazione cronologica, ma l’apertura di nuove domande.

Gli interni come dispositivo politico

Il ribaltamento proposto dalla mostra è sostanziale: invece di parlare dell’architettura della Casa Bianca come simbolo stabile del potere, si affronta il ruolo degli interni come spazio privilegiato per leggere la politica passata e quella attuale. “Se l’architettura monumentale è sempre stata associata all’idea di eternità, dalle piramidi all’antica Roma, gli interni raccontano l’opposto: il cambiamento” commenta Colaci, “così arredi, decorazioni e rituali domestici diventano indicatori della politica in atto”. Questo spostamento è tutt’altro che marginale. Ogni scelta, dalla disposizione dei mobili alla gestione degli spazi domestici, diventa una forma di enunciazione.

Installation View © Giovanni Hanninen

La politica necessita di “una struttura comunicativa, una propaganda per raccontare ciò che vorrebbe fare” e la casa è il punto a partire dal quale questa comunicazione si dipana. La “goldizzazione” di Donald Trump ne è un esempio eclatante: negli interni della Casa Bianca il Tycoon ha ricoperto tutto d’oro. Lo Studio Ovale è stato riempito di rivestimenti e ninnoli dorati e non ci aspettiamo niente di diverso dalla nuova sala da ballo, con “codici materici e cromatici che richiamano più la figura del monarca che quella del presidente”.

Anche la famiglia è un modo per fare propaganda

Le dinamiche di costruzione dell’immagine attraverso lo spazio domestico non sono una novità. Già i Kennedy avevano trasformato la Casa Bianca in un dispositivo narrativo, costruendo un’immagine familiare e accessibile. È noto che, nel programma di J.F. Kennedy, l’integrazione sociale fosse un tema centrale, e “l’idea di raccontarsi attraverso una domesticità molto spicciola e quotidiana, come le classiche feste dei bambini con i palloncini, era ovviamente un teatro di divulgazione politica”.

La propaganda non passa più solo attraverso monumenti o grandi architetture pubbliche, ma si annida nei comportamenti quotidiani e nei rituali familiari, utilizzando la dimensione domestica per costruire identificazione e appartenenza.

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Anche per Dwight D. Eisenhower la famiglia ha avuto un ruolo importante. La realizzazione di nuovi ambienti per il personale di servizio suggeriva l’idea di una “famiglia allargata”, ampliando simbolicamente la dimensione domestica del potere.

Questa prospettiva è al centro di Deep America, una delle installazioni chiave della mostra: un’indagine sugli spazi liminali della Casa Bianca, abitati da chi la sostiene e la mantiene. Attraverso un diagramma tridimensionale e la ricostruzione dei lavoratori tramite intelligenza artificiale emergono figure spesso invisibili — personale di servizio, tecnici, giardinieri — mettendo in discussione la centralità esclusiva del presidente.

La reinterpretazione degli spazi

Installation View © Giovanni Hanninen

La mostra non tenta una ricostruzione fedele della Casa Bianca. Si concentra invece su un unico tunnel, introducendo il visitatore attraverso una tenda semitrasparente che richiama immediatamente il tema della soglia, fisica e simbolica. Elementi come la riproduzione del tappeto dello Studio Ovale o una tavola apparecchiata per tredici presidenti diventano mappe narrative, capaci di raccontare abitudini legate al tempo libero e al cibo. L’installazione Common Threshold si concentra invece sulla recinzione della Casa Bianca come dispositivo difensivo e simbolico: Black Lives Metter, Live by the bomb, Die by the bomb e altri manifesti potentissimi sono stati riprodotti come riconoscimento del valore della Casa Bianca per chi ne resta fuori. 

Manifestanti del gruppo ACT UP organizzano un “Die-In” nell’Ellipse, il parco a sud della Casa Bianca. La protesta mirava a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’AIDS e sollecitava il presidente George W. Bush a prendere posizione. Washington, D.C., 12 maggio 1992 © ACT UP New York

Una narrazione fatta di oggetti

Accanto allo spazio, anche gli oggetti diventano strumenti di racconto. In mostra compaiono le cuffie di Nixon legate allo scandalo Watergate, il primo telegrafo — inizialmente tenuto fuori dalla casa perché si temeva potesse “confondere le scelte del presidente” — fino a un’intera sezione dedicata ai doni diplomatici ricevuti e fatti dai presidenti.

“Il dono è una forma di diplomazia materiale”, sottolinea Colaci. Attraverso gli oggetti si costruiscono relazioni, alleanze, tensioni. L’installazione Gift Archive rende visibile questa dimensione attraverso ricostruzioni realizzate con l’AI.

Allo stesso modo, anche elementi apparentemente marginali rivelano implicazioni profonde, come il discorso preparato per Richard Nixon nel caso in cui gli astronauti dell’Apollo 11 fossero rimasti bloccati sulla Luna.

È in questa accumulazione di oggetti, gesti e micro-narrazioni che la Casa Bianca smette di essere un’icona stabile e diventa un archivio di decisioni, paure e strategie. Se l’architettura non smette di garantire l’illusione della continuità, sono gli interni mutevoli, adattabili, performativi a rivelarne la fragilità. E forse è proprio questo il punto: della Casa Bianca come monumento immobile della democrazia occidentale, probabilmente, è rimasto solo l’involucro. Tutto il resto è racconto.

Immagine di apertura: Il presidente Ronald Reagan e la First Lady Nancy Reagan cenano nello studio al secondo piano della Casa Bianca mentre guardano il telegiornale. Washington, D.C., 6 novembre 1981. © White House Historical Association

“The White House. Domestic Propaganda” Installation View © Giovanni Hanninen

“The White House. Domestic Propaganda” Installation View © Giovanni Hanninen

“The White House. Domestic Propaganda” Installation View © Giovanni Hanninen

“The White House. Domestic Propaganda” Installation View © Giovanni Hanninen

“The White House. Domestic Propaganda” Installation View © Giovanni Hanninen

“The White House. Domestic Propaganda” Installation View © Giovanni Hanninen