Ah, ma non è di Jony Ive: la sedia fatta riciclando un vecchio iMac

Il designer Lim Wootek ha sigillato un vecchio iMac, una Magic Keyboard e un mouse Apple in un blocco di resina, trasformandolo in un insolito pezzo di arredamento. Sembra una sedia, ma è più che altro una dichiarazione scomoda, nel senso letterale del termine.

Siamo brutalmente onesti: molte sedie di design che hanno fatto la storia dell'arredamento non sono mai state pensate per sedersi comodamente. Se ci rifacciamo all'analisi di Bruno Munari, il motivo è che avevano uno scopo diverso, cioè essere diverse da tutte le altre sedie, inseguendo l'originalità e la creatività a scapito del comfort. C'è da chiedersi cosa direbbe Munari della Dip 1 di Lim Wootek, una sedia che utilizza un vecchio iMac in alluminio da 27" come schienale (iperingegnerizzato, riutilizzato!) e un blocco di resina blu come seduta. Nel blocco ceruleo, un Magic Mouse e una Magic Keyboard se ne stanno sopra un paio di anonimi contenitori da ufficio (saranno forse i costosissimi cassetti di plastica trasparente Muji?).
La resina lascia trapelare un fioco ricordo della loro presenza, mentre il bagliore bluastro del materiale ricorda le acque poco profonde della battigia, forse quelle blu di Bondi Beach che hanno ispirato Jony Ive e Steve Jobs nella realizzazione del primo iMac in plastica alla fine degli anni '90. Potrebbe sorprendere, ma queste scelte hanno una spiegazione. "Dip1 trasforma l'iMac, strumento simbolico dello studio, nello schienale di una sedia. Il monitor, che un tempo trasmetteva informazioni all'altezza degli occhi, rimane chiaramente visibile, mentre la tastiera e i contenitori situati ai piedi sono profondamente sommersi, apparendo come sagome sfocate", spiega Wootek nella presentazione dell'opera. "Inoltre, questi strumenti conservati trascendono la loro utilità originaria, dimostrando come gli oggetti usati possano rimanere con noi in una nuova forma."

Bruno Munari "Uno torna a casa stanco per aver lavorato tutto il giorno e trova una poltrona scomoda". Domus 202, ottobre 1944.

Il piano in resina si trova a 45 cm dal pavimento, un'altezza ergonomica che consente di sedersi sull'oggetto, se lo si desidera. Siate consapevoli però che sareste seduti su un'opera d'arte più che su una vera e propria sedia, appoggiandovi a un meccanismo basculante che un tempo, in altri domini merceologici, fu costoso.
Quindi sì, aveva ragione Munari nel 1944. Ancora una volta qualcuno ha realizzato una sedia di design che ha molti obiettivi, tranne quello che una sedia dovrebbe avere: farvi sedere comodamente. E per quanto riguarda Munari, beh, lui nel '44 parlava di poltrone, ma la poligamia semantica del termine "chair" è (allora come oggi) un ben noto difetto dell'albionica favella. Scusi, Sir, voleva dire sedia? Oppure intende la poltrona? Quella è l'armchair, a voler essere picky, ma è un termine che avrebbe rovinato il famoso sketch dei Monthy Python sull'inquisizione spagnola, quindi nessuno lo usa. In inglese non si sa mai dove sedersi, insomma. Poi dopo è ovvio che uno è uncomfortable.

Eppure: sappiamo bene cosa avrebbe pensato di questo pezzo: "Mi pare di capire che arredare non vuol dire inventare una nuova forma di un certo mobile ma ambientare un mobile comune, una volgare sedia a sdraio.", scriveva.
Wootek ha invece deciso di ambientare un computer, un mouse e una tastiera in una sedia, proprio allo scopo di arredare, più che di far sedere comodamente qualcuno. L'idea e il pezzo ci piacciono comunque, soprattutto per la loro assurdità. Magari sarebbero piaciuti anche anche a Munari, una volta che ci fossimo tutti trovati d'accordo sul fatto che non hanno assolutamente nulla a che fare con lo stare seduti, tantomeno comodamente, con l'ambientare, e con l'arredamento.