Abbiamo provato Osmo Pocket 4, la “compattina” perfetta per l’era dei creator

Provata durante la Design Week di Milano, non è un’alternativa allo smartphone ma un dispositivo che introduce un linguaggio visivo diverso, a metà tra videocamera e drone.

Siamo tutti content creator. Internet ci ha trasformato, nel giro di una manciata di anni, da fruitori a creatori. Creavamo anche prima, sia chiaro: scrivevamo, disegnavamo, facevamo foto, recitavamo. Ma mai come oggi è stato generato e soprattutto immesso in circolazione, condiviso, così tanto “contenuto”. 

Puoi anche ribattere che le nuove generazioni condividono meno delle precedenti, che l’hai letto sul New York Times che si sta tornando a un modello di fruizione in cui pochi creatori sono seguiti da molti spettatori. Ma facciamo foto e video e li postiamo con una dedizione che non ha precedenti. Basta guardare quello che succede durante i grandi eventi. Basta guardare la Design Week.

Osmo Pocket 4. Courtesy Dji

Certo, c’è chi è più bravo e meno bravo. Più produttivo o più timido. Ci sono i geni, i professionisti, gli amatori e gli scarsoni, come per tutte le cose. Arma perfetta di questo nuovo mondo del contenuto a cascata è ovviamente lo smartphone: lo usi per creare, lo usi per guardare. Ma accanto allo smartphone si sono creati una serie di strumenti dedicati a quello che potremmo definire un nuovo genere di videografia. Nuovo a partire dal formato che privilegia la verticalità in 9:16 — il formato delle storie e dei reel di Instagram e TikTok.

L’Osmo Pocket è, se dovessimo definirla in breve, un drone che non vola.

I droni sono tra i protagonisti di questo nuovo corso. E quando parli di droni, probabilmente parli di Dji, l’azienda cinese che è leader indiscussa del settore (oltre ad avere uno degli HQ più belli del mondo, firmato Norman Foster). Ma da qualche anno il marchio di Shenzhen ha lanciato un dispositivo che dei droni è in qualche modo un derivato, ma è una vera e propria videocamera. Disegnata per l’era dei social, la Osmo Pocket è probabilmente la camera per eccellenza dei nostri anni. DJI l’ha recentemente aggiornata con una nuova versione e l’abbiamo provata. Proprio durante la Design Week. Insieme al nuovo modello di Osmo Pocket, Dji ha lanciato anche l'aggiornamento dei microfoni Mic Mini e creato delle coperture colorate tra cui una serie in collaborazione con l'artista Victor Ngai.


L’Osmo Pocket è, se dovessimo definirla in breve, un drone che non vola. Dei droni e delle tecnologie che Dji ha creato per i suoi dispositivi volanti telecomandati, Osmo Pocket usa le tecnologie fondamentali di cattura video e foto: prima di tutto il gimbal miniaturizzato e stabilizzato, ovvero la piccola testa rotante che contiene lente e sensore, e tutte le tecnologie di tracking e riconoscimento facciale. Come i droni sono capaci di seguirci e riprenderci, così fa anche l’Osmo Pocket.

Osmo Pocket 4, l’ultima versione di cui qui trovate tutte le informazioni fondamentali, riprende il fattore di forma che ha reso celebre questo dispositivo. È una impugnatura con la testa rotante in cima. C’è uno schermo che si ruota, permettendo di gestire riprese sia in orizzontale, sia in verticale. C’è un pulsante di accensione e un joystick che gestisce prima di tutto i movimenti della videocamera. Girando lo schermo in orizzontale si scopre una ulteriore coppia di pulsanti fisici, per zoomare 2x e un bottone da customizzare a seconda delle necessità. La riconfigurazione dei comandi è uno dei punti di svolta di questo nuovo modello rispetto ai precedenti. Questo non vuol dire che ti renderanno la vita più facile. Anzi.

Le coperture colorate per i nuovi Dji Mic Mini 2 create da Victo Ngai

Con l’Osmo Pocket si possono anche scattare fotografie, ma è evidente che non è lì che dà il meglio. È uno strumento pensato prima di tutto per il video: per il movimento, per la continuità, per la costruzione di una sequenza più che per il singolo scatto. Usarlo come fotocamera è possibile, ma è quasi un uso secondario.

Usare l’Osmo Pocket 4 è stato davvero un po’ come avere in mano un drone: ma un drone che non vola, che non crea immagini spettacolari dall’alto di default, facendosi perdonare la complessità di certe manovre di ripresa.

Ho usato la Osmo Pocket 4 di DJI per tutta la Design Week, con l’obiettivo di registrare video con una stabilizzazione e un’estetica diversa da quella dello smartphone. Video da usare soprattutto sui social e come story per Instagram, quindi in formato 9:16.


Immagini, di cui vedete in questo articolo alcuni esempi, che mettono al centro le cose e non le persone. Probabilmente non quello per cui Osmo Pocket è stato creato in primo luogo. Quelle volte che l’ho usato per una intervista, o per seguire Tom Dixon tra gli stretti corridoi del suo hotel creato apposta per la Design Week, si è rivelato uno strumento utilissimo. Non faccio video selfie, ma posso immaginare che l’avrei amato anche in questo caso. Per raccontare installazioni e oggetti e location più o meno inedite, invece, è stato tutto molto meno immediato. Del resto è anche un genere di ripresa più complesso, freddo e in fin dei conti noioso, quello degli ambienti e del design: non è sicuramente solo colpa dell’Osmo Pocket.

Imparare a usarlo

La prima impostazione fondamentale si è rivelata quella del gimbal e l’ho scoperto quasi subito. La modalità standard è Follow, quella più usata, che segue i movimenti di chi la usa; Tilt Locked invece tiene l’inclinazione bloccata sull’orizzonte e poi c’è FPV, con cui l’Osmo Pocket segue completamente i movimenti di chi lo usa. La scelta tra una delle tre cambia parecchio i risultati e capire le differenze di comportamento in ogni caso può prendere molto tempo. Mi sono trovato a cambiare tra una e l’altra a seconda delle occasioni, smanettando sui comandi touch tra swipe e menu a scorrimento. Non proprio super immediato.

Quella dei comandi è una parentesi delicata, sul Pocket 4. Ci sono alcune cose che risultano proprio faticose, sarà anche per le dimensioni minimali dello schermo touch. Di sicuro, Osmo Pocket sembrerà leggermente punitivo per chi lo usa in verticale. Un esempio per tutti: il joystick può essere usato per impostare lo zoom, o per ruotare la testa del gimbal. Mi sono trovato spesso a fare entrambe le cose. Ma non sempre riuscivo a passare rapidamente da una modalità all’altra: c’è un piccolo comando touch che gestisce il passaggio. Alle volte va, altre no. Da cosa dipende? Davvero da mal di testa.

Per chi è e cosa lascia

Se non sei un “manico”, l’Osmo Pocket può risultare imprevedibile. Non nel senso di una vecchia compatta Ccd dei primi anni Duemila, che aveva un suo carattere, ma proprio nel modo in cui riprende: tra gimbal, tracking e movimenti, non sempre restituisce quello che ti aspetti. Anche perché, almeno nel mio caso, era la prima vera esperienza con un dispositivo di questo tipo. 

Usare l’Osmo Pocket 4 è stato davvero un po’ come avere in mano un drone: ma un drone che non vola, che non crea immagini spettacolari dall’alto di default, facendosi perdonare la complessità di certe manovre di ripresa. In più, la curva di apprendimento si è rivelata impegnativa. Spesso succedeva il contrario di quello che mi aspettavo: mentre giravo avevo la sensazione di ottenere buoni risultati, ma riguardando i video emergevano scatti, movimenti non fluidi, piccoli errori difficili da controllare. È uno strumento che richiede pratica, e che all’inizio può anche tradire le aspettative.


Al tempo stesso, il DJI Osmo Pocket va bene per vlog o reel, ma potrebbe non risultare all’altezza se ci si aspetta uno standard professionale: è quello che è emerso discutendone con il videomaker Luca Ronzoni, con cui spesso mi sono trovato a fare riprese fianco a fianco durante la Design Week, lui con una reflex digitale di ultima generazione, io con l’Osmo. Ma del resto, con il suo sensore da 1” e la grande maneggevolezza che ti consente, è evidente che il pubblico dell’Osmo Pocket è un altro. Un pubblico casual. Un pubblico che forse ancora non lo conosce e ci si divertirebbe parecchio.

Non è una camera risolutiva, né uno strumento pensato per semplificare. È qualcosa che compri se ti interessa produrre immagini diverse, con un’estetica specifica, quasi “da drone”, che non ottieni né con uno smartphone né con una fotocamera tradizionale. È uno strumento per chi vuole aggiungere un nuovo linguaggio al proprio modo di raccontare — e accetta di imparare a usarlo.

È qualcosa che compri se ti interessa produrre immagini diverse, con un’estetica specifica

Le immagini non sono necessariamente migliori di quelle di uno smartphone, ma sono diverse. E forse è proprio questo il punto: cosa significa davvero qualità oggi? Durante la Design Week l’ho usata come un diario visivo in costante aggiornamento, pubblicando direttamente brevi video sul mio profilo Instagram con l'aggiunta di poche parole sovrimpresse. Più che cercare la perfezione tecnica, mi interessava costruire un’estetica coerente, riconoscibile. Me ne sono accorto solo io? 

È curioso che un oggetto così non sia più diffuso. Forse perché DJI continua a essere percepita più come un brand tecnico che come un brand culturale. Eppure l’Osmo Pocket non è solo uno strumento: è un dispositivo che produce immagini con una grammatica propria. Forse si potrebbe comunicare in un modo diverso?

Viene da chiedersi se, tra vent’anni, anche questo tipo di immagini avrà il suo momento di ritorno, come oggi le compatte digitali dei primi anni Duemila. Un’estetica riconoscibile, legata a un dispositivo preciso, che oggi ci sembra solo tecnica e invece è già un linguaggio.

Ma quindi vale la pena? Di sicuro sì, per chi ha un buon feeling con i video (sicuramente migliore del mio) e vuole costruire racconti complessi (penso sempre ai piccoli capolavori di Henry Craver). Usato come l’ho usato io — come diario di viaggio della Design Week, senza montaggio — funziona, ma resta un utilizzo piuttosto basilare rispetto alle sue possibilità.


Più che una camera migliore, l’Osmo Pocket 4 è una camera diversa. Relativamente economico, leggero, capace di creare immagini tutto sommato uniche, è lo strumento essenziale per un’epoca in cui non ci accompagnano più le foto stampate e nemmeno quelle che vediamo sullo schermo di un laptop, ma in cui la fruizione essenziale avviene dallo schermetto di uno smartphone. Da lì dentro, prendiamo il volo verso infiniti mondi paralleli. Che sono quelli che Osmo Pocket è capace di catturare in un modo davvero unico.