La città del 2026? Così Metropolis l’aveva prevista 100 anni fa

Il film di Fritz Lang emerge come un manuale del presente: tra città invisibili di dati, potere algoritmico e lavoro nascosto, il futuro immaginato un secolo fa coincide inquietantemente con il nostro oggi.

Quando Fritz Lang ambienta Metropolis nel 2026, non immagina un futuro remoto. Immagina un domani vicino, plausibile, imminente. Un futuro che oggi, a cento anni di distanza dall’uscita del film (che debutta nel 1927), coincide inquietantemente con il nostro presente.
Il film si apre con una dichiarazione che suona come un assioma politico: “Nel 2026 la totale oppressione e manipolazione delle masse è esercitata dal potere indiscutibile di una minoranza”. Non è una distopia tecnologica, ma una struttura sociale progettata. Metropolis è una città verticale, stratificata, gerarchica. Sopra, i grattacieli, il tempo libero, i giardini del piacere; sotto, la produzione; ancora più sotto, i corpi che alimentano la macchina. La verticalità non è una soluzione urbanistica, ma una forma di potere. Salire significa decidere, scendere significa obbedire.

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Il tempo, a Metropolis, non è esperienza individuale ma dispositivo di controllo. Gli orologi segnano turni di dieci ore. Non esiste un tempo della vita, ma solo il tempo del lavoro. Gli operai entrano ed escono dalla fabbrica in file perfettamente allineate, teste chine, movimenti sincronizzati. Non sono persone: sono flussi. Barometri, termometri, pistoni, ingranaggi, vapori scandiscono un ritmo ininterrotto. La città sotterranea lavora senza sosta, invisibile, indispensabile. È un’immagine che oggi potremmo chiamare data center: un’infrastruttura nascosta che regge l’intero sistema, ma che raramente entra nello spazio della rappresentazione.

Metropolis non ci mostra il futuro. Ci mostra cosa accade quando il futuro viene progettato senza cuore.

Gli operai di Metropolis non sono solo sfruttati: sono resi identici. Stessa postura succube, stessi gesti, stesso ritmo. Il corpo individuale scompare a favore di un comportamento standardizzato. Lang intuisce con anticipo impressionante una logica che oggi riconosciamo bene: l’individuo non è più una persona, ma un modello ricorrente, un pattern. Ciò che conta non è l’eccezione, ma la prevedibilità.

Manifesto realizzato da Boris Bilinsky per Metropolis. Courtesy Wikimedia Commons

Quando Freder, il figlio del padrone della città, scende per la prima volta nel sottosuolo, la macchina si trasforma in visione mitologica: Moloch, una bocca mostruosa che inghiotte masse di uomini. Non è un’allucinazione, ma la rivelazione del sistema. La tecnica, quando diventa fine a se stessa, chiede sacrifici. Qui Metropolis anticipa una domanda che oggi torna con forza: chi nutre l’intelligenza delle macchine? Chi paga il costo umano dell’efficienza, dell’automazione, dell’ottimizzazione continua? Il potere che governa Metropolis non ha bisogno di mostrarsi. Joh Fredersen osserva dall’alto, raccoglie informazioni, controlla flussi. Non scende mai davvero tra gli operai. La città è visibile al potere, ma il potere è invisibile alla città. Questa asimmetria dello sguardo è uno degli elementi più profetici del film: il controllo non passa dalla presenza, ma dalla distanza. È già una forma primitiva di sorveglianza sistemica, in cui chi decide vede tutto e non è mai visto.

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Nel cuore della città sopravvive una casa antica, quasi medievale. Assieme alle catacombe sotterranee, è l’unico luogo non moderno di Metropolis. Qui vive Rotwang, l’inventore, un uomo ossessionato dalla memoria di Hel. Nel tentativo di ricrearla, costruisce un automa: un robot quasi perfetto, ma privo di anima. Il padrone della città lo vuole così. Senza anima è più utile, più controllabile. Lang compie qui un gesto radicale: introduce il primo avatar antropomorfo della storia del cinema. Il robot ha sembianze femminili, seducenti, persuasive. Non lavora: comunica. Non produce: orienta. È progettato per affascinare, trascinare, influenzare le masse. Il suo potere non è coercitivo, ma carismatico. Seduce, eccita, parla alle emozioni. È una figura costruita per essere creduta, non per essere vera. In questo senso è l’antenato diretto degli avatar digitali, degli influencer virtuali, delle intelligenze artificiali progettate per simulare empatia e orientare comportamenti. Lang aveva già capito che il dominio più efficace non è quello che comanda, ma quello che affascina.

Il robot-Maria incita alla rivolta, ma non alla liberazione. Genera caos, distruzione, perdita di controllo. Le masse non sono più file ordinate: diventano folla indistinta. Le macchine vengono distrutte, l’acqua invade la città, i bambini rischiano di morire. Un solo operaio rimane lucido e pronuncia una verità disarmante: “distruggendo le macchine, distruggete voi stessi”.

La verticalità non è una soluzione urbanistica, ma una forma di potere.

Lang rifiuta tanto il culto cieco della tecnica quanto la sua demonizzazione. Il problema non è la macchina, ma l’automazione senza responsabilità, l’intelligenza senza etica. Prima della trasformazione di Maria in robot, nella cattedrale antica, risuona il cuore teorico del film. Maria racconta la storia della Torre di Babele: “Chi progettava non conosceva chi costruiva, chi costruiva non conosceva lo scopo. I pochi che cantavano inni diventarono la maledizione dei molti”. E arriva la frase emblematica: “Tra il cervello che progetta e le mani che costruiscono deve esserci il cuore”.

È qui che Metropolis parla direttamente al nostro presente. Tra chi scrive il codice e chi ne subisce gli effetti; tra chi addestra l’algoritmo e chi viene classificato, profilato, escluso. Senza mediazione umana, senza responsabilità, l’intelligenza artificiale diventa solo una macchina di potere.

Oggi le città non sono più soltanto verticali: sono infrastrutture invisibili di dati. Il lavoro è nascosto, frammentato, dislocato. Le decisioni sono prese da sistemi opachi. Gli avatar parlano con voce umana, ma rispondono a logiche non umane. Il robot di Metropolis non è un errore del passato: è un avvertimento.

Metropolis non ci mostra il futuro. Ci mostra cosa accade quando il futuro viene progettato senza cuore. Nel 2026, esattamente cento anni dopo, la domanda resta intatta: chi governa l’intelligenza che governa noi?

Tutte le immagini: Fritz Lang, Metropolis, 1927