Negli ultimi anni, l’aura del mondo outdoor si è imposta con forza dentro le case dove abitiamo. Il tema non è nuovo, tante volte l’abbiamo scomodato per parlare delle conseguenze del Covid-19 e di quella vita all’aria aperta che tra 2020 e 2021 abbiamo contemplato solo dalla finestra. Ma siamo sicuri che gli arredi da esterno non si fossero già insinuati nel perimetro intimo e protetto delle nostre stanze, contaminando, rendendo sfocata e instabile la linea di demarcazione tra interni ed esterni?
Il passaggio c’è stato, ed è avvenuto senza clamore, per gradi. Si è persa la vocazione aristocratica e poi altoborghese della casa come ideale di rappresentanza, si è assimilata la natura sempre più elastica delle nostre abitazioni – niente altro che un riflesso della flessibilità liquida delle nostre esistenze – ed eccoci a constatare che sì, le stanze riparate da un tetto e da una soglia hanno ormai da tempo introiettato il gusto per l’arredo da esterno. Rendendone sempre più difficile e sfuggente la categorizzazione.
Tra salotto e terrazza non c’è più soglia, ma un gradiente continuo di usi, forme e immaginari.
Già a cavallo del ventesimo secolo, le sedute da campo o da giardino hanno prefigurato questa tendenza. La tripolina e la Indian chair, nate entrambe in Inghilterra come riflesso della vita militare e delle nuove abitudini coloniali, sono state esempi chiarissimi di come una nuova concezione formale abbia prima creato un archetipo, e poi sparigliato le carte insinuandosi tra soggiorni e camere da letto.
La Butterfly Chair, ode all’informalità del corpo e della postura che già dal nome richiama la libertà indotta dal movimento all’aria aperta, non ha solo rinnovato il vocabolario della sedia pieghevole, ma ha anch’essa trovato un posto tanto negli interni in Argentina, dove era stata progettata dal Grupo Astral, quanto negli Stati Uniti, dove è stata Knoll a commercializzarla. Stessa sorte per la sedia metallica per eccellenza, la Tolix, che una decina di anni fa spopolava negli interni influenzati dal gusto industriale – ma potremmo dire la stessa cosa per la Chaise Nicolle, altro arcano francese del mobile da giardino, tutt’ora in voga ovunque aleggi uno spirito loft.
La legittimazione sottesa a questo passaggio, a questo spostamento di baricentro, è stata spesso una questione di materiali. Vimini, rattan e midollino ne sono esempi emblematici: storicamente associati ai mobili da esterno, hanno trovato in Franco Albini, Gio Ponti, Tito Agnoli e Gabriella Crespi degli interpreti in grado di superare la connotazione e il vincolo con il mondo del giardino, sdoganandone l’inserimento in qualsiasi ambiente. Una tipologia, quella del mobile da giardino, entrata dalla porta di casa anche grazie alla suggestione erotica di una poltrona, la Peacock Chair del film Emmanuelle, capace di coniugare leggerezza ed imponenza proprio grazie alla malleabilità del suo intrecciato. E che dire, parlando ancora di immaginario, della Cabina dell’Elba di Aldo Rossi, armadio sui generis che al primo sguardo sa riportarci ai suoni e all’ozio della vita da spiaggia?
Altra storia di materiale, quella di tavoli e panche in cemento e terrazzo, che hanno conosciuto una felice permanenza all’aperto, ma che niente ci vieta – né la forma, né la presenza, né le possibilità d’uso – di riutilizzare in sala da pranzo. Pensiamo ad esempio a Aspic, di Gordon Guillaumier per Roda, ai tavoli della Fusto Collection di Studio Irvine per Forma & Cemento, o ai tavolini della collezione Juno di Draga & Aurel per Baxter.
Negli ultimi anni, l’innovazione dei materiali e delle fogge continua a trainare in maniera decisa il passaggio dalla terrazza al salotto. Le sedute in plastica, nate inizialmente per gli spazi popolari all’aperto, hanno finito per ritrovare rivestimenti e finiture sempre più sofisticati, che sì permettono di ridurre il logorio degli agenti atmosferici, ma le rendono paradossalmente più consone e legittime anche tra le pareti domestiche. All’altra estremità dello spettro, quello del mondo collectible, l’attitudine alla sperimentazione ha confermato l’annullamento dei comportamenti stagni, come decretano gli Objets Nomades che Louis Vuitton sperimenta da oltre un decennio infiltrando il mondo del viaggio in quello della casa.
Infine, guardando al mondo dell’imbottito, diverse collezioni lanciate negli ultimi anni hanno finito per rivendicare in maniera esplicita questa dimensione liminale, questo vivere felicemente a cavallo tra due luoghi. La collezione Passage, di Ronan Bouroullec per Kettal, sottolinea fin dal nome l’ibridazione che rende sedie e divani adatti tanto ad uno spazio pubblico o ad un esterno privato che ad una residenza privata. Brezza, sistema di divani progettato da Alessandro Stabile per S.cab, nasce come rivisitazione della seduta informale, senza struttura visibile, interpretata come un’unione tra maxi-cuscini: lanciata nel 2024 per l’outdoor, arriva quest’anno in versione indoor grazie a nuovi rivestimenti.
Tra le ultime collezioni di Magis, infine, In-side del britannico Thomas Heatherwick trasforma una forma scultorea in un passepartout adatto a qualsiasi luogo: il divano è in polietilene post consumo, rivalutato grazie ad un processo che nobilita lo scarto trasformandolo in un fiore all’occhiello. Un’astuzia capace di destrutturare le aspettative grazie alla creatività progettuale, riaffermando che non sono né il materiale né il comfort a generare abitudini e associazioni lecite, quanto la forma del segno e dei comportamenti che questa sa generare.
Immagine di apertura: Cabina dell’Elba di Aldo Rossi
