Cinque lezioni della pandemia (ovvero l’importanza del re-design)

Perché l’epidemia di Covid-19 non è solo la crisi globale che l’umanità sta ancora affrontando, dopo oltre un anno, ma quello che l’umanità sta imparando da questa sfida.
 
 

Cosa resta della pandemia? Forse possiamo iniziare a rispondere, e non come auspicio di farla finire prima. Perché l’epidemia di Covid-19 non è solo la crisi globale che l’umanità sta ancora affrontando, dopo oltre un anno, ma quello che l’umanità sta imparando da questa sfida. La consapevolezza, le decisioni e le scelte che le persone e i governi hanno preso tratteggiano un profondo e deciso re-design della nostra vita. Una sagoma che all’avvicinarsi della Pasqua, momento di passaggio e (speriamo) resurrezione, può essere utile provare a descrivere.

1. Non sottovalutare il passato

La pandemia ha sorpreso soltanto chi aveva pensato che la profezia di Francis Fukuyama fosse ancora valida. La storia non solo non è finita, ma pesa più di prima. Non si può più quindi pensare di vivere nell’eterno presente elevato a unica realtà dal capitalismo digitale. Anche perché i metodi messi in atto contro la pandemia sono stati quelli della storia, di un passato molto lontano ma accaduto infinite volte, di cui il più simbolico resta la peste nera. Proprio come per il Covid-19, non è ancora sicuro di cosa si trattasse davvero, se davvero peste (yersinia pestis) o altro. Di certo fu una pandemia nata in Mongolia durante gli anni '30 del XIV secolo e arrivata in Europa a partire dal 1346, attraversando la Cina, la Siria e la Turchia asiatica ed europea per raggiungere la Grecia, l’Egitto e i Balcani. Nel 1347 sbarcò in Sicilia e poi a Genova. Nel 1448 aveva infettato la Svizzera salvo il Cantone dei Grigioni e tutta l’Italia ad eccezione del Ducato di Milano. Dalla Svizzera dilagò in Francia e Spagna e nel 1349 giunse in Gran Bretagna e poi Scozia e Irlanda. A differenza del Covid, la peste nera era più virulenta e letale: secondo studi contemporanei uccise un terzo della popolazione europea, quasi venti milioni di persone, finché, nel 1353, i focolai della malattia si ridussero e scomparvero.

2. Non sottovalutare il presente

Sul Financial Times il critico e storico israeliano Youval Harari ha scritto che molti provvedimenti d’emergenza a breve termine diventeranno parte della nostra quotidianità. Ha ragione, perché è sempre stato così. Non è possibile quindi sottovalutare il presente, che spesso si polarizza nella richiesta di scegliere tra privacy e salute. “Una falsa scelta”, scrive Harari, perché la vera sfida del presente è averle entrambe. Presente è scegliere di proteggere la nostra salute e fermare l’epidemia di coronavirus “senza istituire regimi di sorveglianza totalitari, ma responsabilizzando i cittadini”. Non è un caso, così, che i casi di maggior successo per contenere il contagio sono stati quelli di Corea del Sud, Taiwan e Singapore, che hanno usato i tracciamenti digitali ma soprattutto puntato su un’informazione corretta e la responsabilizzazione di un’opinione pubblica.
Stare sul presente, sul qui e ora, parte dai semplici gesti come lavarsi le mani.

Foto di Nghi Nguyen da Pixabay

Atti che sembrano banali ma non lo sono affatto. Lavarsi le mani con il sapone è stato infatti uno dei più grandi progressi del genere umano, che gli scienziati hanno dimostrato solo nell’Ottocento, che salva ogni anno milioni di vite ed è entrato nell’uso civile di (pochi) paesi solo da pochi decenni. “Prima”, conclude Harari, “perfino i medici e gli infermieri passavano da un’operazione chirurgica all’altra senza lavarsi le mani. Oggi miliardi di persone ogni giorno si lavano le mani, non perché hanno paura della polizia del sapone, ma perché conoscono i fatti. Io mi lavo le mani con il sapone perché so che esistono i virus e i batteri, ho capito che questi minuscoli organismi provocano malattie e so che il sapone può eliminarli. Per raggiungere questo livello di rispetto delle regole e di collaborazione, ci vuole fiducia. Le persone devono fidarsi della scienza, delle autorità pubbliche e dei mezzi d’informazione, che negli ultimi anni alcuni politici irresponsabili hanno deliberatamente screditato”.

3. Non sottovalutare il futuro

Per fronteggiare la pandemia abbiamo quindi preso decisioni immediate che però influiranno pesantemente il futuro, determinando un cambio di mentalità profondo e irreversibile. Oggi sappiamo che nell’emergenza agire con rapidità e determinazione è fondamentale ma non meno tenere conto delle conseguenze a lungo termine delle nostre azioni. Questo è un punto cruciale, non solo per l’emergenza pandemica, ma per un mondo che deve fare sempre più i conti con la sostenibilità. Nello scegliere tra le varie alternative a nostra disposizione, dovremmo chiederci non solo come superare il presente, ricordando il passato, ma anche tenendo a mente il futuro. Ovvero di come le nostre decisioni produrranno dopo che l’emergenza sarà finita. Dopo quella del 1347-1353, le autorità continuarono a sviluppare - per quattro secoli - ordinanze e regolamenti atti a tentare di prevenire o curare la peste che invece continuò a ripresentarsi regolarmente. Ogni volta si presentavano nuovi sintomi si prese a istituire lock-down di merci e persone grazie a quarantene e certificati sanitari. Però si decisero anche ristrutturazioni e nuovi piani urbanistici, basandosi sulla teoria dei “miasmi” e quindi rendendo i centri urbani più igienici.

Foto di lukasmilan da Pixabay

Milano istituì un ufficio di “Sanità permanente” (1450) e soprattutto realizzò un quartiere ad hoc per la peste, il Lazzaretto di San Gregorio (1488), proprio come aveva fatto poco prima Firenze (1486) e come fece molto dopo Venezia (1527), Parigi (1580). Mentre Londra decise di tenere a casa chi aveva sintomi, Amsterdam costruì un lazzaretto sul modello di Milano e fece partire il primo servizio di rimozione dei rifiuti dalle strade, decidendo di mettere un medico professionista tra i magistrati che si occupavano della sanità pubblica. Da queste scelte derivarono molte delle future caratteristiche non solo delle città ma soprattutto delle società italiane, inglesi e olandesi.

4. Non sottovalutare il digitale

Da adesso in poi, lo scetticismo nei confronti della tecnologia non potrà essere più confuso con la sua elevazione a dogma della contemporaneità. La pandemia ha dimostrato che il digitale non è un semplice inevitabile strumento ma uno degli asset centrali dell’era in cui stiamo vivendo. Di più: una delle maggiori conquiste e delle risorse del genere umano. Mentre infatti il mondo fisico si è bloccato, non solo quello digitale ha retto ma senza il digitale non saremmo riusciti a far funzionare anche la realtà fisica, la cui fragilità è emersa in tutta la sua portata. Un fatto incontrovertibile che ha rovesciato le carte. Grazie al digitale il sistema di ricerca dei vari stati è diventato un superhub d’informazioni che in pochi mesi ha prodotto i primi vaccini, qualcosa che in tempi diversi non era neppure immaginabile. Grazie al digitale decisioni strategiche e globali sono state approvate nel giro di poche ore e soprattutto tecnologie sperimentali sono state vengono applicate solo perché non farlo sarebbe peggio. Il digitale ha completato il redesign della nostra vita, dimostrando che buona parte dei timori che la filosofia e la scienza ma anche la politica avevano erano infondate. Non tutte, ma la maggior parte. Oggi si può fare da casa quasi tutto quello che miliardi di persone nel mondo fino a ieri facevano dall’ufficio, dalla scuola, dall’ospedale, dai viaggi. Un solo esempio l’agricoltura: grazie alla meccanizzazione digitalizzata le grandi coltivazioni americane hanno risentito quasi niente della pandemia, mantenendo inalterato il processo di crescita e approvvigionamento.

5. Non sottovalutare le crisi economiche

La pandemia di Covid-19 ha devastato le economie in tutto il mondo, che hanno reagito secondo le proprie inclinazioni nazionali. L’Europa è stata fra le più colpite, per la sua natura ancora a metà tra il liberalismo spinto e quello che resta del welfare state. Il recovery plan denominato NEXT GENERATION è una delle più grandi operazioni di sostegno e solidarietà pubblica mai messe in atto nella storia, al di là delle capacità che i diversi paesi e le differenti collettività saranno in grado di fare, proprio come accade con la vaccinazione.
La crisi ha divelto modelli culturali che si erano affermati negli ultimi trent’anni, proprio come avvenne con la peste nera, che rappresentò la cesura culturale più profonda dell'Europa medievale. Il crollo demografico liberò un quantum mai visto di risorse, terreni agricoli e lavori remunerativi, con conseguente spostamento di intere classi sociali. I terreni meno redditizi vennero abbandonati, e in alcune regioni ci furono veri esodi da campagne, villaggi e città, causando il crollo degli affitti, della proprietà e della sicurezza diffusa. Dall’altra parte questo creò un surplus mai visto di opportunità e ricchezza. Gli ordini professionali (corporazioni) che avevano fatto della chiusura e della lobbying esclusiva il loro codice furono costretti ad aprire a nuovi membri, provocando un aumento delle retribuzioni in quelle città che erano state l’epicentro della peste. Per questo, contrariamente ai mesi dell’esodo, in cui chi poté fece come i giovani del Decamerone di Boccaccio, ci fu un aumento della popolazione cittadina, dove un numero di persone molto più grande di prima poté godere di un benessere in precedenza irraggiungibile. L'aumento del costo della manodopera spinse anche una prima rivoluzione industriale, meccanizzando il lavoro come mai prima era stato, producendo invenzioni e innovazioni al punto che il tardo Medioevo divenne il contrario di quello che si pensa, l’epoca della prima rivoluzione industriale. Infine, l’aumento della prosperità accelerò lo sviluppo delle scienze finanziarie, che introdussero la partita doppia, elaborata da Giovanni Salimbeni, e la stampa di Johan Gutemberg, che risolveva il problema dei compensi degli amanuensi che si erano voluti tenere molto bassi. C’è da aspettarsi che accadano fenomeni simili una volta finita la pandemia.

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Ultima lezione, o prima. Mai sottovalutare la comunicazione

La peste nera nera causò la crisi delle concezioni medievali di uomo e di universo aprendo al Rinascimento, quindi mettendo in seria discussione la fede nella concezione teologica della realtà che aveva dominato tutto il Medioevo. Fra gli effetti più importanti, permise che la medicina si emancipasse dalla tradizione galenica. Papa Sisto IV e Clemente VII emanarono due bolle rivoluzionarie per l’epoca, che permettevano ai medici di sezionare cadaveri per provare a conoscere le ragioni delle malattie. Contrariamente a quanto si pensa, quindi, fu la Chiesa ad anticipare e promuovere la ricerca diretta sul corpo umano, che spinse la medicina verso la scienza empirica, anche se ci sarebbero voluti anni prima che un medico di Verona, Girolamo Fracastoro (1483-1533) si confrontasse in maniera più sistematica con l'idea di contagio. Oggi la pandemia non solo spinge la revisione dei modelli culturali, ma soprattutto accelera verso una nuova concezione delle società e della comunicazione. È evidente per tutti che crisi pandemica e crisi economica sono problemi globali e complessi che non possono essere affrontati con strumenti semplicistici e nazionali. Possono di sicuro essere risolti, ma solo con la cooperazione di tutti i paesi. Per debellare il virus dobbiamo condividere le informazioni a livello internazionale, perché “quello che un medico italiano scopre a Milano la mattina può salvare vite a Teheran la sera”. Paradossalmente così, ma fino a un certo punto, il giornalismo e la comunicazione di qualità, che erano stati messi in discussione come concetto prima ancora che come modello di business, sono tornati centrali. E i rischi per una società che voglia fare a meno della comunicazione ancora più disastrosi. Oltre che uno sforzo globale per la produzione e la distribuzione di materiale sanitario, bisognerà imparare a condividere informazioni, dati e solidarietà. Unica soluzione per un futuro non solo più giusto ma forse semplicemente possibile.