Salone del mobile e Fuorisalone 2019

COS presenta Open Sky. Il cielo in terra di Phillip K. Smith III

L’artista americano racconta l’installazione a Palazzo Isimbardi. Una struttura di specchi che abbatte i limiti tra architettura e nuvole, in un gioco mutevole di luci e ombre.

Phillip K. Smith III, Open Sky, Palazzo Isimbardi, Milano, Fuorisalone 2018

Atteso sempre con grande trepidazione, il Fuorisalone curato da COS è ormai diventato sinonimo di qualità e cura eccezionali. Un appuntamento in cui l’espediente scenografico non è già qualcosa di meramente grandioso, ma una struttura in grado di attivare una vera corrispondenza affettiva con il pubblico. Che coinvolga cuore e percezione spaziale. Caratteristiche ravvisabili anche in Open Sky, il nuovo progetto firmato da Phillip K. Smith III, l’artista virtuoso della luce, dei riflessi e del colore che usa per amplificare la bellezza del deserto della California e delle spiagge sull’oceano. A Milano, invece, Phillip ha lavorato per la prima volta su una dimensione urbana, la corte di Palazzo Isimbardi in Corso Monforte. Trasformato in un luogo di meditazione con superfici specchiate che disintegrano il porticato in immagini frammentarie mescolate al cielo. Sempre diverse a seconda dell’ora del giorno. Uno spettacolo che Phillip suggerisce di tornare a osservare più volte: «Perché al tramonto può essere una cosa, mentre al mattino un’altra ancora».

Qual è il modo più conciso di descrivere il tuo lavoro?                                Il mio lavoro è ispirato dalla luce e dal cambiamento. Con ‘luce’ intendo il movimento del sole e gli effetti di rifrazione e riflessione che provoca, unitamente al colore. Con ‘cambiamento’ invece mi riferisco al mutare di qualcosa di fronte ai nostri occhi, da una superficie LED programmata al computer al modificarsi delle nuvole e del colori il cielo quando lo si osserva con attenzione.

Sono aspetti della vita che ti hanno accompagnato durante l’infanzia e che una volta adulto hai voluto ricreare o investigare?    Da bambino non credo di avere mai avuto la consapevolezza che un giorno avrei intrapreso questa carriera.  Ma la realtà desertica del sud della California in cui sono cresciuto ha avuto una profonda influenza su di me. Sia coscientemente sia incoscientemente. Direi anzi più incoscientemente quando ero giovane. Quando ho passato molto del mio tempo a fare escursioni nel deserto del Mojave e nella valle della morte. Sempre da solo. Dopo undici anni vissuti sulla costa est, a Boston e a New York, sono tornato in California nel 2000. E improvvisamente ho recuperato di nuovo coscienza della forza del deserto. Specialmente degli incredibili fenomeni luminosi che vi accadono ogni giorno.

Quali sono state le tue influenze artistiche? E soprattutto, sono ancora le stesse?                                                                                                    All’inizio ho avuto delle specie di guide spirituali. Penso a James Turrell e Dan Flavin. Artisti che hanno affermato in maniera decisa che usare la luce alla stregua di un materiale fosse cosa di cui non vergognarsi. Un concetto assolutamente rivoluzionario per l’epoca. Rispetto a loro mi considero un’artista della luce di seconda o terza generazione. Un’altra cosa che ha contraddistinto questi artisti, assieme a Brancusi e Sol Lewitt, è stata la capacità di distillare le loro idee fino ai loro elementi essenziali. Arrivando a toccare le corde più intime dell’essere umano attraverso opere semplici e piene di bellezza. Sono stato però molto influenzato anche dall’architettura. Tra i tanti, amo particolarmente Louis Kahn, Le Corbusier, Gio Ponti, Arata Isozaki. In questi giorni sto scoprendo Milano, e proprio oggi sono passato accanto alla Fondazione Feltrinelli di Herzog & De Meuron: splendida.

Phillip K. Smith III, Open Sky, Palazzo Isimbardi, Milano, Fuorisalone 2018
Phillip K. Smith III presso Open Sky, Palazzo Isimbardi

Com’è iniziata questa collaborazione con COS? Eri già a conoscenza dei loro progetti in occasione del Salone del Mobile?    Ne ero molto consapevole, sì. E quando mi hanno contattato è stata una grande sorpresa. Credo sia stato verso Settembre dell’anno scorso. Ho sempre avuto molte richieste di collaborare con brand di moda e non, ma questa è la prima volta che ho accettato. E proprio in forza di queste installazione milanesi. Dal vivo ho visto solo quella dell’anno scorso, New Spring, l’albero da cui cadevano le bolle piene di vapore. Era in esposizione a Miami mentre preparavo un’installazione sulla spiaggia. Un lavoro di alta qualità, così semplice e efficace. Chiunque ne venisse a contatto tornava bambino. Si capiva che gli artisti avevano avuto molta libertà nel pensarlo. Una caratteristica di COS che ho avuto modo di sperimentare durante il mio processo creativo.

Esagero nella supposizione che la traccia su cui lavorare sia stata più o meno: «Questo è lo spazio, fanne un po’ quello che vuoi»?    Direi che è andata praticamente proprio così. Mi hanno detto che gli piaceva il mio lavoro e che volevano collaborare con me. E che sarebbe stata la loro prima volta con un progetto outdoor in una location storica nel centro di Milano, il cortile di Palazzo Isimbardi. Seguito da un informale: «ci vediamo tra un mese». Il progetto dell’installazione Open Sky che ho presentato successivamente nei loro uffici di Londra, è quasi in toto lo stesso che il pubblico del Fuorisalone vedrà coi suoi occhi a partire dal 17 aprile.

È la prima volta che il tuo linguaggio è messa in dialogo con una architettura del XVI secolo?                                                                                    Sì. È anche il mio primo progetto internazionale. Le opportunità che ho avuto finora hanno sempre coinvolto spazi aperti, in prossimità degli oceani oppure nel mezzo del deserto. Ora aggiungo non solo la realtà urbana di una città storica come Milano, ma un ambiente ristretto come il cortile interno di un palazzo del Seicento, seppure rimaneggiato nel tempo. Un luogo che, come succede sempre quando lavoro su un’opera site-specific, mi ha molto influenzato. Anche se la struttura classica dell’architettura italiana con piccoli cortili interni mi era nota. Ne sono diventato famigliare a metà anni Ottanta, quando ho passato due semestri romani all’European Honours Programme. È stato dunque molto eccitante lavorare su questo archetipo italiano.

Come funziona esattamente Open Sky? Ci siano stati dei vincoli o delle restrizioni in termini di grandezza e altezza in rapporto al cortile?                                                                                                                                Se c’erano io non ne ero a conoscenza. Anche perché quando abbiamo presentato il progetto al Comune non ci sono state obiezioni. È stato amato da subito. In più Open Sky è indipendente dalla struttura architettonica del cortile. In sostanza si tratta di una struttura semi circolare a forma di cono, con la superficie ricoperta di specchi sfaccettati. Nel momento in cui si raggiunge l’interno del palazzo, quello che compare davanti agli occhi è il retro di Open Sky: una struttura astratta in pannelli di cemento. Quello che a questo punto immagino è che le persone cominceranno a circumnavigare questa struttura fino a raggiungere la parte interna a specchio. Che da lontano riflette l’architettura, avvicinandosi il cielo.

Open Sky è dunque un’installazione in movimento ma solo in rapporto alla posizione delle persone.

Libere di muoversi e di vivere l’installazione in un rapporto sia fisico sia sentimentale, che cambia a seconda dell’ora del giorno. Oppure se c’è il sole, piove, è coperto. Un momento che non potrà essere più ripetuto.

Dunque l’invito di Open Sky è di tornare a visitarla in momenti diversi della giornata?                                                                                                    È quello che intimamente suggerisco. E che è sempre successo per tutte le mie opere, che sono diventate uno strumento per fare un’esperienza aumentata di un fenomeno atmosferico. Di solito il tramonto. Nel caso di Open Sky, come il cielo e l’architettura reagiscono assieme in rapporto alla luce. Oltre alla struttura principale, nel giardino che si raggiunge oltrepassando il cortile, Open Sky si compone di altre cinque sculture che riflettono il verde, il cielo e di nuovo l’architettura, ma quella sul retro del palazzo. Sono pezzi verticali e orizzontali che presentano una superficie corrugata che distrugge le coordinate spaziali. Con riflessi che sovvertono la terra con cielo, l’est con l’ovest.

Phillip K. Smith III, Open Sky, Palazzo Isimbardi, Milano, Fuorisalone 2018
Phillip K. Smith III, Open Sky, Palazzo Isimbardi, Milano, Fuorisalone 2018

Quando cominci a pensare a un’installazione da cosa cominci: da un’intuizione, dai materiali o dal luogo?                                                            Sono ispirato sempre dalle caratteristiche del luogo. Uno dei primi - e più grandi - lavori a superficie specchiata che ho fatto è stato un arco che seguiva la curvatura naturale di una spiaggia di Laguna Beach, in California. Era composto da pilastri specchiati infilati nella sabbia. L’indicazione che mi era stata data fu quella di raccontare il posto facendo qualcosa che fosse in competizione con il sole californiano, con il senso di infinito dell’orizzonte. Una sfida semplicemente impossibile. L’unica soluzione accettabile è stata invitare il paesaggio dentro l’opera usando la riflessione. Così che quando muta il paesaggio, l’opera muta assieme a lui, acquistando vita e cambiando dimensione.

Nel caso specifico di Palazzo Isimbardi, è stato la porzione quadrata di cielo inscritta nell’architettura a ispirarmi. Ho voluto portare il cielo a livello del terreno, renderlo tangibile.

Per quanto riguarda i materiali di costruzione hai lavorato con imprese italiane o straniere?                                                                        Entrambe. Alcune parti sono state fabbricate in Italia, altre ancora a Brooklyn, una collaborazione Italia-Usa. Nel mio studio ci sono quattro persone fisse, più altre sei/otto a part-time, coinvolte secondo la scala del progetto. Lavoriamo principalmente però con i costruttori. E anche se sull’invito di Open Sky compare solo il mio nome, le persone coinvolte nel progetto sono circa ottanta. Del resto il mio background è l’architettura, e questo processo di collaborazione, tipico di quella disciplina, mi piace molto. Perché ognuna delle persone coinvolte è competente e intenzionata come me di raggiungere il massimo del risultato.

Queste qualità di trasparenza, riflessione, dematerializzazione presenti nelle tue opere le hai trasferite anche negli interni della tua casa? Per andare dritti al punto: vivi in una casa di specchi o ci sono anche mobili?                                                                                                    [Ride] Mi piace il design e mi piacciono anche i mobili. Nella casa in cui abito a Palm Springs ci sono qualità di trasparenza e riflessione naturali che non né cercato né creato, ma che si adattano molto bene alla mia personalità. Sono un fedele sostenitore che l’ambiente in cui si vive ha un effetto preciso sul modo di pensare. Certo, da quelle parti l’architettura è tutta in stile mid-century, caratterizzata cioè dall’uso delle pareti finestra, dunque la luce è molto protagonista degli interni. La mia poi ha dei pavimenti in seminato a terrazzo che riflettono completamente il cielo e le montagne.

Phillip K. Smith III, Open Sky, Palazzo Isimbardi, Milano, Fuorisalone 2018
Phillip K. Smith III, Open Sky, Palazzo Isimbardi, Milano, Fuorisalone 2018

Quando ho visto che saresti stato protagonista del Fuorisalone ho subito fatto un collegamento con due cose: il fatto che i dieci eventi più instagrammati del Salone 2017 sono stati delle installazioni interattive; e che nel product design è in costante crescita l’uso del vetro smerigliato e cannettato, attraverso il quale le forme hanno contorni indistinti. Secondo te cosa si nasconde dietro questo fascino delle persone per l’immateriale?                                                            Io direi che l’uso del vetro, e soprattutto del vetro associato alla tecnologia, è diventato un grande business della comunicazione. Perché? Perché del ‘magico’ abbiamo un immenso bisogno, come del ‘misterioso’. Quale altro materiale è altrettanto in grado di tradurre queste categorie del sentire? Con la tecnologia possiamo inoltre mescolarlo al colore, e ottenere così effetti di gradazioni, di catarifrangenza. Molta della sua fortuna deriva anche dall’architettura, da costruzioni che hanno sperimentato effetti di trasparenza inediti, sia per le superfici esterne sia per quelle interne. Per quanto riguarda invece il successo delle dieci installazioni, credo che la ragione sia il desiderio di trattenere il ricordo di un’esperienza unica, che ha abbattuto il muro della realtà ordinaria. Una conferma in questo senso la dà la richiesta esponenziale di installazioni su grande scala commissionate dai musei per ‘arredare’ i loro ingressi; oppure quelle dei festival musicali per intensificare l’esperienza di gruppo, come quella che ho fatto anni fa per il Coachella. Un fenomeno che rappresenta quasi un nuove genere artistico, di cui sono molto felice di fare parte.

Cosa succede all’installazione una volta terminato il suo periodo di esposizione? Alcune sue parti vengono riciclate, si smaltisce completamente?                                                                                                                Il progetto Open Sky può essere smantellato fino al punto di essere stoccato quasi in un solo container. Come fosse un mobile flat pack. Sul suo futuro invece ci stiamo ragionando, anche in vista di come verrà recepito dal pubblico di Milano.

Che direzione credi prenderà la tua carriera? Hai dei progetti nel cassetto: installazioni a Times Square, sulla Piazza Rossa?                Dopo gli oceani della East e West Coast, il deserto californiano e ora Milano, il mio desiderio è aggiungere altri scenari naturali al mio lavoro. Posso dire che attualmente ho in corso la preparazione di tre installazioni di grande scala, tutte caratterizzate dall’uso combinato di specchi, colore e luci LED. Così da fondere riflessi e colori in modo controllato. Opere previste per fine anno e inizio l’anno prossimo.

Hai dei libri, opere d’arte, che consulti oppure osservi ciclicamente per recuperare l’ispirazione?                                                                                      Subito dopo Milano ho in programma un conscious trip alla fondazione di Donald Judd, a Marfa, nel Texas. Un posto isolato da tutto dove poter ammirare le opere degli artisti che ho menzionato prima. L’ispirazione per i miei lavori nasce però da qualsiasi cosa. Guardo e leggo di tutto. Tuttavia una grande sorgente di idee rimane sempre Mark Rothko, e il suo uso speciale del colore. Da sempre vorrei riuscire ad animare la superficie di un suo quadro attraverso la mia tecnica. Vedremo.

Titolo:
Open Sky
Artista:
Phillip K. Smith III
Date di apertura:
17 aprile 10.00-20.00 | 18,19 aprile 10.00-17.00 | 20,21 aprile: 10.00-20.00
Luogo:
Palazzo Isimbardi
Indirizzo:
Corso Monforte 35, Milano

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