Estratti dal dialogo tra De Lucchi e Recalcati

Due estratti dal dialogo tra Michele De Lucchi, Massimo Recalcati e Fabio Peri, in cui si intracciano i concetti di silenzio, vuoto, desiderio e architettura.

Domus 1023

Alla vigilia della Design Week, sotto la volta del Planetario, la luce lascia gradualmente spazio all’oscurità e nel buio appare il fitto brulichio delle stelle del cielo di Milano. Si accendono riflessioni e pensieri. Il direttore di Domus imbastisce un dialogo con lo psicoanalista Massimo Recalcati e Fabio Peri, direttore scientifico del planetario.

Concetti chiave quali il vuoto, spazio, silenzio e desiderio si intrecciano a partire dalla volta celeste, il cielo della Via Lattea che fu l’origine di tutto. Ragionamenti sottili, capaci di emozionare, prendono corpo e mantengono viva l’attenzione. Affrontano non temi unicamente di carattere architettonico, di design o con evidenze scientifiche, quanto si espongono e si relazionano con dimensioni fortemente umane, difficilmente incasellabili in paradigmi tradizionali o puramente numerici o spaziali. 


Per tutta la durata della performance, si è immersi in un equilibrio delicato quasi sempre dicotomico. Il vuoto per definizione assente di materia e contenuto, è in realtà spazio, capace di prender forma e generare l’universo. Il silenzio da fisico, astrofisico, atomico diviene metaforico e mentale. Ricercato nella nostra rumorosa quotidianità richiede coraggio nell’affrontarlo. Suscita sentimenti duplici: la piacevole contemplazione e il terrore dell’infinito, la tensione verso libertà senza argini e l’esigenza di chiudere lo sconfinato, la spinta verso le stelle ed il bisogno di ripararsi, il desiderio e la mancanza. Una costante e umana oscillazione di pulsioni, claustrofilia e claustrofobia, in eterogenei ambiti disciplinari.

Il Planetario, non solo luogo, diviene uno dei protagonisti del racconto orale. Da contenitore si traduce in contenuto, stimola e mantiene in posizione privilegiata l’uomo e il suo sentire. Ci invita ad uscire dal seminato, mescolare differenti saperi, allenare l’ascolto e osservare con curiosità, come nel Design così nella vita.    

Il concetto di silenzio comincia a partire dal cielo stellato.

Fabio Peri, direttore scientifico Planetario, ci conduce così a conclusioni difficili da credere a primo acchito: il vuoto è spazio e l’uomo è vuoto. Non a caso, quest’ultimo è composto da atomi, ognuno dei quali è a sua volta formato da nucleo, elettroni e in mezzo a questi? Ancora vuoto. La stessa teoria del Bing Bang conferma e spiega come l’origine dell’Universo sia correlata all’espansione di un punto e non ad un’esplosione. Un punto che contiene dentro di sé nuovamente il vuoto, che diverrà spazio; esiste nel suo interno e non ammette alcuna esistenza fuori di sé. Un vuoto quantistico, continuo brulicare di particelle, che fluttuando ha dato origine a tutto ciò che di materiale vediamo e percepiamo. Un vuoto capace di prender forma.

Quando l’architettura, creando emozione, ci esorta al silenzio.

Michele de Lucchi, direttore Domus, parla di un vuoto capace di prender forma, di divenire spazio e convivere con il silenzio. Un silenzio in grado di trasformarsi nella sensazione dell’infinito, indefinito e sconosciuto. Un silenzio che da fisico, astrofisico, atomico diviene metaforico e mentale. Quando troppo potrebbe far paura, potrebbe addirittura parlare, ma si mantiene desideroso oggetto della constante ricerca dell'uomo. Sempre più raro nella nostra rumorosa quotidianità cittadina. 

Silenzio e vuoto si relazionano con mancanza e desiderio.

Massimo Recalcati, psicoanalista, racconta dei grandi navigatori che, secondo Nietzsche, ricercavano con naturale attrazione la libertà dell’aperto, ma più ne entravano in contatto più venivano afflitti al tempo stesso dalla forte nostalgia, della terra, del suolo, delle sue radici ed argini. L’architettura stessa potrebbe verosimilmente essere scandita da entrambe le pulsioni, aprire e chiudere, così differenti ma profondamente umane: la spinta verso le stelle, l’idea di poterci liberare del nostro piccolo io insieme alla tensione contraria di restringere l’aperto, fino a trasformare addirittura i confini in cemento armato, in mura, e le case in bunker. Siamo umani, siamo oscillazione di claustrofilia e claustrofobia.

Guardare il cielo stellato significa anche desiderare. La parola desiderio possiede diverse etimologie. Giulio Cesare nel De Bello gallico ci offre un’interpretazione preziosa. Per lui, la parola desiderio deriva da desiderantes. I soldati sopravvissuti al campo di battaglia, sfiniti, feriti e che deposte le armi si trovano sotto questo cielo stellato e aspettano il ritorno dei compagni ancora impegnati nella lotta. Desiderio è così esperienza silenziosa dell'attesa e della veglia ma è anche avvertire la mancanza di. Affonda il proprio significato nell’etimologia de-sidera. Il de privativo che indica l’assenza nel cielo di una stella capace di rassicurare e assicurare il ritorno dei compagni, di orientare in maniera infallibile. L’esperienza positiva del desiderio è strutturalmente costeggiata dal suo opposto, dal rischio dello smarrimento e della perdita. 

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