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Il Marchiondi, storia di un monumento brutalista

L’edificio di Vittoriano Viganò ha aperto i cancelli al pubblico per la settimana del Fuorisalone, riaccendendo il dibattito sul futuro di una pietra miliare dell’architettura italiana del dopoguerra.

"Reforming Future" Istituto Marchiondi Spagliardi, Via Noale 1, Milano
20-22 aprile h. 12-19

L’Istituto Marchiondi Spagliardi è un complesso di edifici progettato da Vittoriano Viganò negli anni Cinquanta per ospitare ragazzi che necessitavano di particolare assistenza nell’educazione. Non era né un orfanotrofio, né una colonia, né un istituto di correzione e neppure un riformatorio, ma una struttura specializzata per minori, la prima a prevedere la presenza di un’equipe medico-pedagogica, oltre a un centro scolastico, spazi collettivi di varia natura, e un celebre convitto. L’estinzione dell’Opera Pia che lo amministrava negli anni Ottanta e il conseguente abbandono delle attività segna l’inizio di un rapido processo di degrado, accentuato da frequenti episodi di occupazione e sgomberi da parte delle forze dell’ordine, che lo ha portato alle disastrose condizioni in cui versa oggi.

Nella fertile stagione architettonica del secondo dopoguerra, un periodo che ha visto molte città italiane diventare incredibili laboratori del progetto, l’istituto Marchiondi è indubbiamente uno dei protagonisti, tanto che un suo modello è oggi esposto al MoMA di New York. Concepito come una cittadella indipendente, il complesso include spazi per l’educazione, l’avviamento al lavoro, le cure mediche e psichiche di ragazzi bisognosi, ma anche spazi per lo svago e il gioco, sfruttando i benefici di una gestione centralizzata di servizi e impianti. Nelle parole di Viganò, doveva anche promuovere processi di autocoscienza e sentimenti di libertà. L’istituto è formato da diversi edifici orientati ortogonalmente e organizzati lungo un asse distributivo principale, un passaggio coperto organicamente integrato agli spazi aperti delimitati dal muro perimetrale.

Un’architettura più che brutalista

La costruzione fu completata nel 1957, ma apparve già un anno prima nelle pagine di Domus 318 attraverso le fotografie del modello che restituivano un progetto di cui alcune parti non vennero mai realizzate. Nel giro di pochi anni, l’architettura del Marchiondi venne acclamata dalla critica contemporanea, e in particolare da Reyner Banham, che la classificò come prima opera brutalista italiana. Tuttavia, questa categorizzazione stilistica sembra non rendere giustizia alla complessità e alla ricchezza delle soluzioni architettoniche pensate da Viganò, che rendono la natura dell’edificio elusiva ancora ai giorni nostri, sospesa tra l’esibizione di una muscolare tettonica e una plastica articolazione degli elementi, “sculturale”, nelle parole dell’architetto svizzero Bruno Reichlin.

Domus 318 maggio 1956

Il Marchiondi resta difficilmente definibile. Sfuggenti sono le etichette brutalista, per l’esposizione grezza del cemento, razionalista, per la manifestazione logica della struttura, funzionalista, per l’organizzazione deterministica degli usi nello spazio, e neoplasticista, per i principi con cui sono composte alcune soluzioni spaziali. Viganò stesso rimase piacevolmente sorpreso dall’esser riconosciuto come primo architetto brutalista italiano e, sebbene finì per accoglierne favorevolmente e retrospettivamente l’attribuzione, le opere successive segnarono un graduale avvicinamento ad altre linee di ricerca progettuale.

La storia dell’edificio

La storia dell’Istituto per “ragazzi difficili” di Baggio nasce quando l’Opera Pia Istituti Riuniti Marchiondi Spagliardi e Protezione dei Fanciulli, in seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, deve abbandonare la storica sede in via Quadronno, in pieno centro città. Viganò è invitato al concorso del 1954 per un complesso da trecento ospiti tra gli otto e i diciotto anni, provenienti da famiglie di estrema indigenza o addirittura inesistenti o distrutte.

Domus 919 novembre 2008

L’idea di Viganò convince la giuria presieduta da Giovanni Muzio, e al progetto definitivo del 1956 collaborano l’ingegner Silvano Zorzi e il neuropsichiatra Angelo Donelli: fondamentale quest’ultimo per scardinare l’impianto carcerario che caratterizzava la sede storica di via Quadronno e aprire una riflessione innovativa sull’articolazione del programma in relazione alla tipologia degli edifici, in particolare del convitto. Rispetto alle analoghe strutture coeve, il Marchiondi era portatore di un atteggiamento sperimentale e fiducioso nei confronti dei ragazzi più sfortunati e la sua architettura ha creato le condizioni per un rinnovamento del tradizionale rapporto tra educatori e adolescenti e tra adolescenti stessi.

Il principio insediativo e l’organizzazione delle funzioni

Il principio insediativo del complesso consiste in un asse attrezzato est-ovest. Dall’ingresso su via Noale, questo distribuisce a edifici disposti a pettine, come il centro scolastico sul lato sud, o allineati all’asse stesso, come il più alto convitto a nord. Tali scelte non sono solo l’esito di una precisa riflessione sull’irraggiamento solare ma fanno anche parte di un lungimirante progetto del verde destinato a creare spazi ombreggiati e confortevoli nel corso degli anni. La chiesa circolare sul lato est, l’unico non chiuso dal muro perimetrale in calcestruzzo, avrebbe dovuto diventare un luogo di interazione con gli abitanti del quartiere ma, come altri edifici pensati da Viganò, non è mai stata realizzata, lasciando la testa dell’impianto incompleta. Anche per questo motivo, si è configurata sin da subito una realtà eterotopica incapace di aprirsi alla comunità. Oltre quel recinto di cemento, le palazzine relativamente alte e compatte del Marchiondi sono rimaste nel corso del tempo oggetti alieni nel poco denso tessuto costruito dell’estrema periferia ovest di Milano, una zona ai margini -non solo geografici- della città anche al giorno d’oggi.

Non solo l’organizzazione delle funzioni, ma anche la percezione degli spazi nelle loro matericità, e nelle soluzioni d’arredo sono pensati per trasmettere principi pedagogici rigidi. Si individuano anche situazioni di evasione, come nel soggiorno collettivo, e di apertura, come nei rapporti tra interno ed esterno tanto cari a Viganò. Il complesso comprende il convitto, la foresteria con centro psicotecnico, il parlatorio, le scuole elementari e medie, gli spazi per la socializzazione del soggiorno, i servizi generali, oltre ovviamente alla direzione.

L’innovazione tipologica e tecnologica

Una delle soluzioni più emblematiche del Marchiondi sono le camerate da dodici nel convitto, servite da corridoi a cui si accede mediante una scala alla leonardesca, ovvero a due rampe indipendenti. Qui spicca l’innovazione tipologica di un sistema che, da un lato, permette ai sorveglianti di controllare i ragazzi dall’alto senza camminare tra i letti, come avveniva in strutture analoghe coeve, dall’altro introduce il tema di una parziale separazione in ambienti più piccoli rispetto alle grandi stanze presenti in strutture simili, separazione più visiva che spaziale dal momento che le pareti laterali non arrivano al soffitto. Questa organizzazione, insieme agli spazi collettivi, doveva stimolare i ragazzi a sviluppare relazioni sociali articolate, caratterizzate da interazioni diverse, nel rispetto delle regole di comune convivenza e delle gerarchie tra educatori e adolescenti.

Lo schema tipologico, incentrato su misure e moduli ricorrenti, trova espressione in uno dei tratti più iconici del Marchiondi: il disegno del fronte sud del convitto. Infatti, le camerate sono organizzate su doppie altezze e provviste di blocchi servizi, i famosi cubi che caratterizzano il prospetto principale, a cui si accede dalle scale a chiocciola e che, attraverso un percorso sospeso, portano agli armadietti dei ragazzi. È proprio dalla definizione tipologica, dal sistema di aggregazione delle cellule e dall’articolazione morfologica che è possibile cogliere i reticoli su cui è modulato l’intero complesso in pianta e in alzato.

Tanto la critica contemporanea quanto la storiografia recente hanno riconosciuto l’innovazione tipologica, espressiva e tecnologica di un progetto pioneristico rispetto ai canoni dell’epoca. L’esposizione a vista del calcestruzzo armato ha imposto particolare cura nella composizione dei conglomerati e nell’uso dei ferri, così come nella scelta di adottare casseri metallici anziché in legno, al tempo in corso di sperimentazione anche nel QT8, per evitare la percezione delle venature. L’effetto architettonico desiderato da Viganò ebbe purtroppo alcuni effetti indesiderati, tra cui la bombatura di alcuni setti in calcestruzzo che, una volta colato, finì per spingere le troppo sottili lamiere dei casseri.

Il ripetuto sistema dei triliti è frutto di un approfondimento strutturale che diventa elegante linguaggio formale. Nel convitto viene messa a punto una doppia struttura, interna ed esterna, che conferisce stabilità al sistema portante e dona tridimensionalità al prospetto. La chiarezza della struttura è tale da non poter mai essere confondibile con gli elementi portati - solitamente trasparenti o finiti con colori primari. A livello percettivo convivono il dinamismo delle masse e la staticità di blocchi servizi, pilastri e travi. Su questi punti, linee e superfici corrono gli occhi dell’osservatore più attento. 

Un monumento abbandonato

Come notava Luigi Spinelli in un articolo apparso su Domus 919, il senso di apertura dell’architettura di Viganò, disponibile al cambiamento in senso fisico e funzionale, sembra aver contrassegnato anche le vicende successive alla sua dismissione.

Domus 919 novembre 2008

Una riforma, che trasferisce la gestione di questo genere di istituti alle regioni, e l’estinzione dell’Opera Pia nel 1980, segnano l’inizio di un rapido processo di abbandono. Nel 1985, l’ex istituto viene acquistato dal Comune di Milano. Tuttavia, il difficile adeguamento agli standard abitativi del tempo, i primi fenomeni di abusivismo, nonché un dibattito che ha sottovalutato l’urgenza di avviare operazioni di manutenzione e cura, hanno reso difficile il reinserimento dell’Istituto nel tessuto sociale e urbano della periferia milanese. Da allora, le occupazioni abusive del Marchiondi si sono ripetute, tra sgomberi e disagi della comunità locale. 

Nel 2008, la Sovrintendenza applica il vincolo monumentale, dopo aver tutelato il diritto d’autore nel 1995, finendo per aumentare l’inerzia di una struttura ormai gravemente danneggiata dall’azione del tempo e degli usi impropri. Il decadimento riguarda soprattutto le opere in cemento armato, soprattutto le armature e i copriferro. L’uso frequente delle sezioni minime, indispensabili a costruire l’immagine concepita da Viganò, rendono difficoltose le operazioni necessarie atte a garantire un sufficiente livello di sicurezza senza compromettere l’unità materico-spaziale e costituiscono uno dei problemi ricorrenti del restauro del Moderno. Anche le finiture sono andate perdute, così come i serramenti, deteriorati o scomparsi. Già negli anni Novanta Viganò stesso affermava: “il Marchiondi è un malato grave da pronto soccorso. Non sento odore di medicinali ma di sepoltura, e la cosa mi rattrista.”

Un futuro incerto

Il 2009 sembra essere l’anno della svolta e il Marchiondi è concesso in uso gratuito al Politecnico di Milano, supportato da Fondazione Cariplo, per 30 anni. Il gruppo guidato dai Proff. Fortis e Pierini del Dipartimento di Progettazione dell’Architettura propone uno studentato da più di 200 ospiti, ma gli eccessivi costi necessari alla rifunzionalizzazione inducono il Politecnico a ritirarsi dall’operazione. Gli ultimi anni vedono un rilancio del dibattito sul futuro del complesso, portato in Regione Lombardia, attraverso incontri seminariali tra accademia, amministrazione e operatori privati. Il Comune di Milano ha accennato ad uno spiraglio che sembra essersi aperto grazie a possibili fondi PNRR, da destinarsi ancora a studentato universitario. 

Nell’attesa di scoprire il suo futuro, dal 20 al 22 aprile 2023 il Marchiondi riapre per la prima volta al pubblico in occasione di “Reforming future”, la mostra dei progetti degli studenti del Politecnico di Milano sviluppati nel corso tenuto da Michele De Lucchi e Andrea Branzi, uno tra gli eventi che si legano al Fuorisalone.

Tutte le foto sono state scattate da Francesca Fagnano nel 2015.

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