Il design tra hauntologia, ontologia e Capitalocene

Ani Liu, Giovanni Innella, Marco Petroni ed Emanuele Quinz esplorano in quattro episodi le possibilità di un post-Antropocene: le questioni da affrontare, i limiti da superare. Pubblichiamo qui il primo contributo.

Proponiamo in esclusiva, suddiviso in quattro puntate, un confronto avvenuto sotto forma di scambio epistolare tra Marco Petroni, Ani Liu, Giovanni Innella ed Emanuele Quinz sul futuro del design, intitolato Black Box Design. Qui il primo episodio firmato da Marco Petroni.

In La scienza in azione, Bruno Latour differenzia “la scienza pronta per l’uso” da quella “in azione”. La prima consiste in fatti scientifici stabiliti, elogiati per la loro razionalità rispetto alla notte di ignoranza precedente. Tali fatti stabiliti diventano “scatole nere” date per scontate e mai aperte, nascondendo così una storia intricata e un’organizzazione interna. Come afferma Latour, “l’impossibile compito di aprire la scatola nera è reso fattibile (se non semplice) spostandosi nel tempo e nello spazio fino a trovare l’argomento controverso su cui scienziati e ingegneri sono impegnati a lavorare”.

Se guardiamo alla storia del progetto industriale, possiamo ipotizzare una sorta di campo in continuo sviluppo, mai fisso ma messo continuamente in discussione. Potrebbe essere interessante aprire la scatola nera del progetto affinché si possa cambiarne il ruolo nell’epoca dell’Antropocene. È affascinante come quest’azione sia un modo per avvicinarsi all’hauntologia e all’ontologia del progetto come disciplina (in francese le due parole presentano la stessa pronuncia).

L’Antropocene presuppone l’umanità come una totalità omogenea, operando così una mistificazione, poiché, per esempio, non tutta l’umanità può essere considerata ugualmente responsabile dell’aumento delle emissioni dei gas serra. Prendendo sul serio tali disuguaglianze, Jason W. Moore ci invita a parlare di Capitalocene per fare riferimento alle trasformazioni inflitte all’ambiente nei rapporti con il Capitale, tipiche di un’Ecologia-mondo che presenta specifiche relazioni di potere e forme di produzione della natura.

Il capitalismo si presenta come un’ecologia-mondo che non solo utilizza la natura umana (lavoro) ma anche le nature extra-umane (risorse)

Il Capitalocene non rappresenta un’era geologica, bensì può considerarsi un riferimento utile a delineare che l’Antropocene tende a offuscare, piuttosto che a chiarire la comprensione dei cambiamenti socio-ecologici in corso da alcuni secoli. Questa considerazione crea inevitabilmente un cortocircuito storico, ponendo la nascita del progetto industriale (1851) in relazione all’avvento di un sistema socio-economico che comporta disuguaglianza e disastro ambientale; è quindi necessario guardare a tale prospettiva storica.

Non appare centrale il tema generale del degrado ambientale dovuto all’azione indistinta dell’uomo, ma piuttosto il ruolo che il progetto può avere nella costruzione consapevole di una trasformazione socio-ecologica. Per questa ragione, affrontare la cosiddetta questione ambientale significa ridefinire il valore di ciò che facciamo come progettisti e superare i rapporti di forza, anche quelli patriarcali e coloniali, in cui siamo intrappolati, costruendo una diversa e rivoluzionaria politica della natura.

Il capitalismo si presenta come un’ecologia-mondo che non solo utilizza la natura umana (lavoro) ma anche le nature extra-umane (risorse). Se analizziamo la relazione tra capitale e natura come un insieme di elementi distinti ed esterni, continuiamo ad assecondare un errore che, oltre a funzionare come matrice per lo sfruttamento umano, rende la natura un oggetto esterno, la cui appropriazione e abuso rappresenta apparentemente un buon affare. Il mio studio del Black Box Design è un invito a prendere coscienza e in considerazione i nuovi scenari che si aprono. Forse proprio questo incarico costituisce il nuovo ruolo del progetto nel mondo post pandemia?

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