In ricordo di Alberto Seassaro, padre della Facoltà del Design del Politecnico di Milano

Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 Alberto Seassaro (1939-2020) contribuisce a far riconoscere l’autonomia del design dall’architettura, e fonda in una sinestesia delle arti, una delle scuole di design più prestigiose al mondo. Lo ricorda il collega e amico Luciano Crespi.

Conservo come una reliquia un documento ciclostilato intitolato “Proposta per la definizione di una area di ricerca tecnologica nella Facoltà di Architettura di Milano”, del gennaio 1970. Mezzo secolo fa. È firmato da Raffaella Crespi, Leonardo Fiori, Alberto Seassaro e Marco Zanuso, ma non è difficile capire che l’autore sia proprio Alberto. Che negli anni successivi alla laurea in architettura, del 1964, svolge una intensa attività di ricerca sui temi della prefabbricazione e unificazione edilizia. Collaborando sia con enti di ricerca nazionali, come il CNR, sia con aziende di grande prestigio, come Montecatini Edison, per la quale compie studi e sperimentazioni progettuali sui componenti edilizi. In quel contesto nasce la collaborazione con Giuseppe Ciribini, figura di riferimento dell’area tecnologica, di cui sarà assistente prima di diventare professore a Milano alla fine degli anni Sessanta. È in quel periodo che ci incontriamo e ci frequentiamo, ma con un po’ di diffidenza reciproca, per via delle differenti matrici culturali e cravatte che portiamo, che si scioglierà del tutto quando, con una telefonata lunga un paio d’ore mentre mi trovavo a Basilea in gita con gli studenti di architettura, mi propose di passare alla Facoltà del Design, per contribuire alla progettazione di un corso di laurea in Design degli Interni. Nelle cinquanta pagine del documento sta già scritto, in un certo senso, tutto ciò che accadrà dopo.

Domus - n° 489 Alberto Saessaro, Mobile su rotaie

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Domus - n° 471 Alberto Saessaro e Ugo La Pietra, Galleria a Milano

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Domus - n° 471 Alberto Saessaro e Ugo La Pietra, Galleria a Milano

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Domus - n° 471 Alberto Saessaro e Ugo La Pietra, Galleria a Milano

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Domus - n° 451 Alberto Saessaro e Ugo La Pietra, Galleria a Milano

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Domus - n° 451 Alberto Saessaro e Ugo La Pietra, Galleria a Milano

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Domus - n° 480 Alberto Saessaro, Tavolo contenitore

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Domus - n° 465 Alberto Saessaro e Ugo La Pietra, Galleria privata a Milano

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Domus - n° 465 Alberto Saessaro e Ugo La Pietra, Galleria privata a Milano

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Domus - n° 465 Alberto Saessaro e Ugo La Pietra, Galleria privata a Milano

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Domus - n° 465 Alberto Saessaro e Ugo La Pietra, Galleria privata a Milano

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C’è la convinzione che la “sperimentazione”, il processo di rifondazione disciplinare attivato a partire dal ’67 e imperniato sulla sostituzione degli insegnamenti monodisciplinari con i “Gruppi di ricerca”, sia in una fase di stallo, dovuta “non solo alla insufficiente radicalità di applicazione” ma all’assenza di un quadro generale di riferimento capace di impedire la frattura tra un’élite studentesca, in grado di aderire all’offerta didattica di maggiore impegno didattico e culturale, e la massa degli studenti. Si tratta di un bivio. Di fronte all’avanzato stato di dequalificazione disciplinare dell’università italiana e in particolare delle Facoltà di Architettura, la scelta che viene posta è tra una scuola come centro di preparazione di una nuova “aristocrazia politica, futura classe di burocrati” o come “scuola di massa, funzionale alla società nel suo insieme”. Per effetto della liberalizzazione degli accessi all’università, avvenuta a seguito delle lotte degli studenti, la popolazione studentesca del Politecnico nel 1970 è molto aumentata rispetto agi anni precedenti, e arriva a contare circa 6.500 studenti. Quando Seassaro avvia il processo di fondazione della Facoltà di Design gli studenti sono diventati 40.000, il processo di dequalificazione della figura del “tecnico architetto” è entrato in una fase ben più avanzata e quello di “proletarizzazione degli intellettuali”, visto nel documento come possibile condizione per la diffusione di una coscienza anticapitalista, viene risucchiato nei gorghi del nuovo clima di restaurazione culturale degli anni Novanta. Viene da chiedersi dove “il Sea”, così lo chiamiamo, abbia trovato non la determinazione – quella non gli mancava di certo – ma le ragioni, politiche e culturali, per immaginare un disegno di quella natura e di quella portata eversiva, se pensiamo alla tradizione del Politecnico di Milano.

Le ritroviamo di nuovo in quel documento. Nella critica al “professionalismo”, il cui superamento è affidato all’introduzione della figura dell’architetto come “tecnico organico della società nel suo insieme”. E nel richiamo all’impegno per la rifondazione disciplinare e “la costruzione di una didattica di massa per una committenza alternativa”. A cui si aggiunge una riflessione sul ruolo della tecnologia, sulle nozioni di “razionalità tecnologica” e di “produzione di spreco” – di matrice habermasiana – che confluisce nell’ipotesi di revisione generale degli insegnamenti tecnologici, in grado di conferire loro il carattere di “disciplina globalizzante”. Ciò a cui lavora alla fine del secolo scorso è la naturale conseguenza di tutto questo. È la costruzione di un percorso indirizzato a far riconoscere l’autonomia disciplinare dell’area del design da quella di architettura, culminato con la fondazione della Facoltà del Design e poi con l’introduzione, nei dispositivi ministeriali, del settore scientifico disciplinare del design, che avrà ricadute rilevanti sulle carriere universitarie. È un modello didattico unico al mondo, con una Facoltà di 5.000 studenti, la più numerosa tra tutte le scuole di design, posizionata nei ranking mondiali al sesto posto tra le Scuole di Arti e Design. È un’offerta formativa fatta di numerosi corsi di laurea, come risposta di massa alla dequalificazione della figura dell’architetto e alla domanda di cambiamento radicale di competenze richieste al progettista. È un’idea di design che va oltre quella comunemente intesa di disegno del prodotto industriale. Ma tutto questo è storia nota. Meno noto è che sulla sua idea di scuola abbia influito in modo determinante la sua formazione artistica, il richiamo al concetto di “sinestesia delle arti”, le sperimentazioni progettuali condotte con Ugo La Pietra negli anni Sessanta, gli studi sui Morfemi. Ciò ha fatto della “sua” Scuola un luogo di formazione del tutto originale rispetto a quelli esistenti nel mondo nel campo del design e nel quale la tecnica è vista come supporto a un pensiero critico, impegnato a cambiare il nostro modo di vivere, lavorare e abitare.

Alberto Seassaro è stato docente e fondatore della Scuola di Design del Politecnico di Milano, la prima in Italia. Laureato in architettura al Politecnico di Milano nel 1964, Seassaro, parallelamente all’attività didattica, ha lavorato per importati studi, tra cui BBPR, Vittoriano Viganò, Marco Zanuso, Luigi Moretti e Marcello D’Olivo, fino ad aprire nel ’64 lo studio con Ugo La Pietra. Nel 1994 è diventato presidente del Corso di Laurea in Disegno Industriale e nel 2000 preside della Facoltà del Design.