Matter Made

Jamie Gray: cerco una voce che si distingua, designer che abbiano una personalità e una prospettiva reali, vere

Un’intervista al designer e imprenditore americano Jamie Gray, fondatore di Matter Made, uno dei centri nevralgici del design a New York.

Pedro Paulo Venzon, Pudica Chair, Matter Made, 2017. Photo Brooke Holm

Lo rivedremo presto, al prossimo Salone del Mobile. Qui Jamie Gray offrirà un tributo a Milano aprendo un bar per una settimana con drink, design e caffè americani. Lo avevamo già visto in città negli spazi di Spotti Milano, dove in autunno aveva presentato una capsule collection con pezzi firmati da designer del calibro di Faye Toogood, Philippe Malouin, Pedro Paulo Venzon e dal suo brand Matter Made.

Matter Matters. Sono passati 15 anni, prima come galleria, poi come showroom. Com’è cominciato?

Abbiamo cominciato più che altro come centro di lifestyle. Ci ho messo tutto quanto, dai prodotti per la pelle e per la cura del corpo all’illuminazione, ai mobili e agli oggetti per la casa. A un certo punto ho perfino venduto blue jeans, c’era davvero di tutto. Poi a poco a poco ho messo su uno spazio pensato appositamente per l’arte e le mostre, e di lì è partito tutto.

Che cosa significava aprire i battenti in una città come New York, con la sua scena creativa esplosiva e caotica?

In realtà, quando ho cominciato, era una città con pochissimi luoghi che significassero qualcosa per il design. Be’, c’era MASdesign, ma poco più. Perciò quando ho aperto Matter c’erano dei brand di design mai visti e designer indipendenti poco conosciuti, di livello sia internazionale sia locale. Tutto appariva pronto e aperto alla sperimentazione.

Matter Made. Foto Brooke Holm
Philippe Malouin, candelabro Arca; Pedro Paulo Venzon, sedia Avoa. Prodotti da Matter Made. Foto Brooke Holm

Quale evoluzione c’è stata in termini di estetica?

L’estetica è sempre stata ispirata alla mia sensibilità personale per il design e per gli oggetti, quindi per me è sempre stato un progetto molto personale. Non mi interessavano particolarmente il design o la tecnologia connessa con il design.

Come vedi la scena locale del design nei prossimi anni?

Credo che tutto stia cambiando in modo radicale. Gli Stati Uniti non hanno generalmente avuto fama di essere particolarmente avanzati in fatto di design. Si guardava all’America come a un paese dove pochi designer si distinguevano e pochi altri diventavano dei punti di riferimento. L’America, nell’insieme, non veniva considerata come una capitale del design. Ma mi pare che nell’ultimo decennio o giù di lì l’America sia maturata: oggi si produce design e riscuote molto successo. Così come non c’erano molti marchi noti che rappresentassero storicamente la cultura del design americano, mentre oggi si vedono dei marchi che rappresentano un collegamento più internazionale con quel che succede qui.

Sono purista e sono portato al legno, ai metalli, alla pietra. Mi piacciono tutti i materiali e mi piace sperimentare il modo di integrarli e farli diventare parte della nostra storia.

Quale parte hanno in questa evoluzione le scuole di design?

Credo che in una certa misura si sia diffusa una cultura del fai da te, e che ci si renda conto che attraverso i social media e il modo in cui questi veicolano l’informazione si può scegliere un oggetto e realizzarlo da sé. La ceramica è un ottimo esempio. C’è un boom nel settore della ceramica che ha decisamente alcune caratteristiche del fai da te, ci sono vasi e piatti realizzati in collaborazione con i ceramisti, ed è straordinario. Poi, dal punto di vista istituzionale, l’America possiede grandi istituzioni per la formazione dei designer: dai tradizionali industrial designer a quelli dell’illuminazione e del mobile.

Matter Made. Foto Brooke Holm
Da sinistra: Jonathan Zawada, tavolino Affordances; Philippe Malouin, sedia Typecast; Jamie Gray, lampada da terra Discus. Prodotti da Matter Made. Foto Brooke Holm

Tuttavia, a quanto pare, siete ancora in una fase di libertà che qui in Europa abbiamo forse superato…

Non sono molto d’accordo, credo che le situazioni siano molto simili. È una specie di evoluzione dell’artigianato, che è stata molto sottovalutata. C’è un design che va avanti da una parte e un artigianato che va avanti dall’altra. A un certo punto, a metà strada, l’artigianato si è integrato ed è divenuto una forma di produzione nel settore del design. L’ho visto succedere anche in Europa, con i produttori che iniziano a lavorare con ceramisti o artigiani del metallo e del legno che producono oggetti con il linguaggio del design, nel contesto del design. La considero una tendenza mondiale.

Di fatto la competenza artigianale e la produzione di piccola serie hanno avuto una parte significativa negli ultimi anni…

Penso che sia bello vedere persone che lavorano da sole, realizzando i loro prodotti, gestendo le loro aziende. Io stesso l’ho fatto per anni, e quindi ne conosco gli alti e bassi, e i rischi. Ho molto rispetto per chi sceglie di seguire la propria strada, sviluppando una collezione prodotto per prodotto.

Matter-Made è su questa linea. Da semplice showroom, avete varato una vostra attività di produzione.

Quando ho aperto Matter chi mi frequentava era interessato a prodotti, concetti, idee. L’idea di produrre e realizzare dei multipli era semplicemente al di là della mia cognizione, ed ero molto restio perché era un territorio che non mi era familiare. Ma a poco a poco ho iniziato a osservare in giro quel che succedeva nel mondo del design e credo che fosse un modo di aprirsi a iniziare un nuovo dialogo. Così, a poco a poco, lavorando con alcuni designer locali che conoscevo, abbiamo messo a punto alcuni pezzi unici. Era più che altro un tentativo, un esperimento, per imparare e capire come funzionava il processo di produzione.

Still, Matter Made, foto Brooke Holm
Da sinistra. Pedro Paulo Venzon, sedia Pudica; Philippe Malouin, lampadario Arca; Jamie Gray, sgabello Orbit. Prodotto da Matter Made. Foto Brooke Holm

Quali sono gli ingredienti dei progetti di Matter Made?

Mi pare che una cosa che non è mai cambiata nel processo di sviluppo di un prodotto sia l’adozione di un linguaggio progettuale che vada d’accordo con me. Per un brevissimo periodo ho studiato design, e uno dei primi corsi che ho frequentato è stato quello di green design. Quest’idea di sostenibilità non consisteva nel mettere su una confezione un’etichetta che dicesse che il prodotto era ecologico e sostenibile, ma era l’idea di realizzare un prodotto creato per durare con un progetto sensato, destinato a sfidare il tempo e le generazioni. Vado alla ricerca dell’atemporalità.

C’è un design che va avanti da una parte e un artigianato che va avanti dall’altra. A un certo punto, a metà strada, l’artigianato si è integrato ed è divenuto una forma di produzione nel settore del design.

In fatto di materiali, con quali hai più familiarità?

Sono purista e sono portato al legno, ai metalli, alla pietra. Ma sono sempre interessato all’evoluzione di materiali più tecnologici, e la seguo. Mi piacciono tutti i materiali e mi piace sperimentare il modo di integrarli e farli diventare parte della nostra storia.

Vedendo i prodotti di Matter Made mi sono venuti in mente il gioco, il minimalismo, una sensazione di rétro. Sei d’accordo?

Credo che nella storia di Matter Made il gioco abbia una sua parte. Non so se parlerei di rétro. Ho iniziato ispirandomi alla storia americana come passato, ma il nostro percorso è più rivolto in avanti. Specialmente nel settore dell’illuminazione riguarda più la tecnologia e il futuro, che cosa significherà il design negli anni a venire per le nuove generazioni, come si debba fabbricare per una cultura in continuo cambiamento.

Faye Toogood, lampada Puffball, prodotta da Matter Made. Foto Brooke Holm
Faye Toogood, lampada Puffball, prodotta da Matter Made. Foto Brooke Holm

È evidente nella tua collezione di lampade Discus, che parla di connettività e scenari futuristici. È una lampada che vedrei bene in un episodio di Black Mirror...

Oh, mi piace! È proprio l’idea che sta dietro la collezione, riguarda la creazione di qualcosa di esponenzialmente funzionale. L’idea di fondo era quella di un oggetto che potesse essere appeso al soffitto o sporgere da una parete, stare su un ripiano oppure sul pavimento. Volevo creare un sistema d’illuminazione che facesse di tutto, che fosse semplice come una lampada a riflettore, per arrivare a un sistema per l’ufficio o per uno spazio commerciale o un ristorante: decisamente funzionale ed efficiente.

Hai studiato scultura alla Pratt University, e in certo qual modo hai fuso il commercio con l’arte e poi con il design. Come stanno armonicamente insieme queste tre anime?

Con i saloni del design e le fiere dell’arte che si aprono gli uni accanto alle altre i confini, tra quel che è design e quel che è arte, si fanno più sfumati. Ovviamente si può guardare una caffettiera e dire che si tratta decisamente di industrial design e poi guardare una scultura e dire che si tratta assolutamente di arte, ma penso che esista uno spazio tra le due cose ­– e mi pare curioso –  uno spazio dove si possono sviluppare dei prodotti. La nostra collezione probabilmente va verso una sensibilità per il design più rigida e rigorosa, perché almeno per ora progettiamo soprattutto per committenti più commerciali, ma contemporaneamente credo ancora che sia ispirata all’oggettualità.

Jamie Gray, ritratto. Foto Marianna Guernieri
Ritratto di Jamie Gray durante l’intervista nella redazione di Domus . Foto Marianna Guernieri

Che cosa solletica la tua sensibilità quando sei di fronte a un pezzo di design?

Cerco una voce che si distingua, prendi per esempio Faye Toogood: si ispira alla storia del design e alla storia dell’arte, e la distingui subito, è immediatamente riconoscibile. Cerco designer che abbiano una personalità e una prospettiva reali, vere.

Che cosa pensi del futuro?

In questi giorni, quando leggo i giornali, il futuro pare così fragile che mi preoccupo per i miei figli. Mi preoccupo per i miei figli e mi preoccupo per i miei amici. Ma, per tornare a quel che faccio, per me la questione è proprio portare un po’ di gioia nel mondo degli altri. È in qualche modo un ritorno alle esigenze emotive.

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