È tutta in una piccola sala, quasi uno scrigno al quinto piano del museo delle arti decorative la deliziosa mostra dedicata alle nuove prospettive del gioiello in ceramica.
Questa edizione, appena inaugurata e visibile fino ad agosto, continua come le due precedenti la collaborazione con la Fondation d'entreprise Bernardaud, impegnata nella promozione dell'utilizzo di questo materiale ancestrale, nelle sue versioni più moderne. Particolarmente attenta la selezione della curatrice Monika Brugger: diciotto artisti, per un allestimento molto sobrio, che si declina in 140 oggetti, attitudini, e forme, che testimoniano della vitalità di un materiale che è diventato uno dei media contemporanei per eccellenza.
Molto sbilanciata sull'eccellenza della produzione europea, all'interno della quale i Paesi nordici sembrano ritagliarsi una posizione speciale, anche la sola presenza extraeuropea, la taiwanese Shu-Lin Wun, ha stabili radici di apprendistato nel vecchio continente. I suoi pezzi, molto classici nella fattura ci introducono, infatti a una tendenza generale, l'attitudine glocal, il mescolare tradizioni locali e tecniche globalizzate come denominatore comune dell'intera selezione. Il termine se inflazionato come neologismo per le arti visive, è il più appropriato per descrivere questa complessa e abile mescolanza e reivenzione di tecniche antichissime e utilizzi quasi esclusivamente modellizzati dal rituale d'uso. Nel lavoro di Shu-Lin Wun la fabbricazione giapponese del Mokumé gané, usata per le armature dei samurai, si rimodella in forme di fattura più classica, orecchini e broche che potrebbero apparire banali se la materia ottenuta non fosse bellissima e sensuale. Il lavoro e le texture in mostra evocano il famoso biscuit delle porcellane Wegdwood.
Un po' di terra sulla pelle
Al Musée des Arts Decoratifs, una mostra di ricerca indaga le nuove prospettive del gioiello in ceramica: 18 artisti e 140 oggetti, attitudini e forme che testimoniano la vitalità di un materiale ancestrale nelle sue versioni più moderne.
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- Ivo Bonacorsi
- 06 aprile 2012
- Parigi
Vero è che trattandosi di gioielli lo charme e/o la sensualità sono i registri costantemente evocati nella percezione dell'oggetto. La francese Carole Deltenre rilavora però la materia riferendosi alla forma storica del cameo, ne impreziosisce provocatoriamente il particolare, con un solo soggetto, ossessivo e molto esplicito: il sesso femminile. Queste deliziose origini si fregiano di piccole e grandi labbra o clitoridi rialzati da materiali quali l'oro o l'argento. L'artista calca il gioiello direttamente sul modello e la magia, scaturisce da una ricerca mille miglie distante dal crudo realismo della descrizione. Per le sue Ninfee, è questo il titolo della serie, si rivendica un destino politico, femminista e di autodeterminazione. Materiali e ispirazione dei manufatti esposti sono per lo più compresi tra due poli, decisamente precisi ma mai antitetici. Da un lato, il riferimento alla radice folkloristica del gioiello e dall'altro la ricerca concettuale che integra il processi di lavorazione assimilando le potenzialità estetiche dell'innovazione tecnologica.
Lo svizzero di origine tedesca Andi Gut riesce con raffinata ironia addirittura a fonderle. Propone una collezione eclettica di splendidi anelli, il cui concetto deriva dall'impressionante contiguità delle tecniche di precisione dell'ortodonzia con quelle della gioielleria contemporanea. Entrambe utilizzano nuovissimi materiali e avveniristiche tecniche di calco. Ecco quindi rivivere la tradizione ancestrale del gioiello identitario come l'anello cavaliere con le iniziali di famiglia direttamente ricavate dalle radiografie della morfologia dentara del loro proprietario. Con il titolo Corone il gioco concettuale si completa quasi uno statement in grado di fondere l'oggettività di Duchamp con le epifanie di Salinger.
Ci sono splendidi gioielli dall'appeal estremamente contemporaneo che cortocircuitano nella loro forma stereotipica codici vestimentari antichissimi. In modo molto colto e indiretto, Willemijn de Greef nella sua serie Zuiderzeewerken riprende il colore e la materia rossa del mattone di un villaggio di pescatori del nord Europa per creare dei collier, dall'eleganza sobria e primitiva. Le forme simulano gli scialli ornamentali delle donne di quella regione.Tanti sono i gioielli esposti che fanno riferimento o giocano sull'uso della porcellana più o meno pregiata per la tavola.
Un omaggio – molto poco in stile Hepburn di Colazione da Tiffany – è quello di Natalie Luder. Si tratta di un set di stoviglie da dessert precisamente disposte come una parure di perle e tagliate in dimensioni decrescenti per evidenziare l'ineguaglianza dei convitati ad un ipotetico banchetto. Marie Pendariès gioca invece sull'antica usanza della dote e sull'idea contemporanea di lista di matrimonio fondendo i due modelli in un corredo dalla valenza antropologica. È fatto di 28 pezzi portabilissimi e corredato da una splendida foto della sposa. La ceramica è anche l'eco ancestrale del tintinnio di tazze e tazzine durante il rito del tè. Questo è un altro topos citatissimo in molti dei progetti qui raccolti. L'olandese Manon van Kouswijk, pur impegnata in un concettuale gioco di calchi e di perle, manipola il materiale plasticamente e lo riferisce all'iconicità di Veermer. In omaggio alla Jeune fille à la perle confeziona uno riuscitissimo collier dal titolo Pearl Grey. È un accessorio dallo humour aristocratico che ben si combina con i codici della pittura e della porcellana fiamminghe. Anche per Peter Hoogeboom, che è uno dei più eclettici gioiellieri in circolazione i pezzi in ceramica della mostra evidenziano maggiormente il gusto per il gioco che la sua ricerca decisamente più centrata sull'interazione tra il corpo umano ed la leggerezza del materiale ceramico. È comunque godibilissima accanto a pezzi più seri, la serie di microteiere ricomposte in una suntuosa broche.
L'eclettismo delle proposte è molto attento anche alle pratiche meno legate all'artigianalità, ma piuttosto collegate a un approccio deliberatamente artistico-poetico. I gioielli di Luzia Vogt riassunti nella serie Momenti fugaci raccontano appunto di un altro tipo di deriva. Nei suoi pezzi il piacere del flaneur, del detournement di poetici e minuscoli frammenti trovati e recuperati di materiale ceramico, hanno la maestria dell'haiku, l'artista inscrive in composizioni minimali. Altri filoni di ricerca si avvicinano alle forme vegetali come il bellissimo Green Mushroom, forse la più bella delle spille in mostra, della finlandese Terhi Tolvanen, dove il gioiello diventa un manifesto politico espressione alta di un pensiero ecologico o critica feroce della perversione dell'intervento dell'uomo sul dato naturale come nello riuscitissimo Oval Bonsai. Una mostra di ricerca, dove l'eleganza si fonde a un'idea del lusso decisamente atemporale.