Qual è il vostro punto di partenza per creare un oggetto?
Eloi: Spesso partiamo dall'osservazione del contesto, dalla storia dell'azienda nella quale ci inseriamo, dal processo produttivo e dalla tecnica. Da qui, cominciano a riflettere su un progetto e a porci delle domande.
JF: sempre più spesso il nostro lavoro si concentra sull'identità di un'azienda, che cerchiamo di trasmettere attraverso gli oggetti che produce. È quello che abbiamo fatto con Tolix.
Come prendete le decisioni riguardo alla forma?
JF: i modi di prendere una decisione sono diversi. Prima di tutto, cerchiamo di trovare la forma migliore per il migliore utilizzo, la prima cosa è essere il più vicino possibile all'utilizzatore. Poi le forme che creiamo sono spesso il risultato di un processo di produttivo e dunque ci piace molto quando è un vincolo (industriale, di utilizzo o anche di marketing) a creare una forma. Una forma che non potrebbe essere altrimenti. Niente di gratuito, insomma. Progettiamo faccia a faccia e andiamo avanti fino a che non decidiamo che la forma è quella migliore possibile per un determinato contesto.
Eloi: Si parte raramente da un disegno o da un'idea da adattare a un processo industriale, si parte piuttosto dai vincoli per cominciare a riflettere sulle cose, per arrivare alla fine alla forma che è la più pertinente.
Potremmo dire quindi che disegnare un oggetto è come risolvere un problema…
JF: esattamente; è come risolvere un'indagine. Da un lato, è come arrivare ad articolare la storia di un oggetto, in rapporto al contesto dove si ha deciso di lavorare. È delicato dirlo, ma il punto di partenza è la storia di un oggetto. Disegnare una cosa è ridisegnarne ogni volta la storia della tecnica e poi arrivare ad articolare il tutto in rapporto al contesto nel quale si sta lavorando. Un'azienda è un grande aiuto. Attualmente abbiamo la fortuna di lavorare con aziende che sono un po' come dei regali perché hanno la capacità di fare e ci danno la possibilità di riflettere liberamente sulle cose. Ma non sempre si può contare su questo supporto. È come risolvere un problema, avendo davanti molte possibilità diverse. Noi cerchiamo di preservare ogni volta la nostra identità e quello che amiamo attraverso gli oggetti che disegniamo. Diamo forma a un pensiero.
È importante per voi in quale contesto e da chi viene utilizzato un oggetto?
Eloi: si certo per noi un oggetto riuscito è innanzitutto un oggetto che funziona bene. Questa è la base. Prestiamo grande attenzione a chi userà l'oggetto.
JF: Ma allo stesso tempo ci piace scoprire che i nostri oggetti sono utilizzati in modo del tutto diverso da quello che avevamo progettato.
Come reagiscono le persone al vostro design, spesso etichettato come elegante, essenziale, a volte anche minimale?
JF: Non credo proprio che ci possiamo definire minimalisti, perché il minimalismo è un movimento artistico preciso con una dottrina particolare. Le persone dicono per esempio che anche Konstanin Grcic è minimalista e francamente non credo che lo sia. Bisogna invece dire che il design è legato al bisogno e, dunque, tutto quello che va al di là del design, quello che non è necessario andrebbe levato. Il minimalismo è un modo di ridurre le cose, mentre quello che è interessante è che il mondo delle forme è molto vasto. E la sua ricchezza è fatta anche di questa complessità di forme.
Eloi: Cerchiamo di fare delle cose semplici che vanno dritte all'essenziale.
JF: Quello che cerchiamo di fare è raccontare con un minimo di segni un massimo di storia.
Che tipo di formazione avete?
JF: io ho studiato alla Ecole des Beaux Arts a Saint-Etienne, una scuola legata alla Cité du Design e Eloi si è diplomato alla Ensci a Parigi.
Qual è il vostro insegnamento per i designer del futuro?
JF: credo che quello che bisogna assolutamente trasmettere è che gli oggetti devono avere un senso, devono trasmettere un significato. Gli studenti devono essere consapevoli che quando fanno design manipolano dei segni che devono avere/trasmettere un senso per tutti. Funzione, valore, utilità, riferimento, codice… Questa precisione si deve apprendere lavorando senza aggiungere alcuna decorazione di superficie.
I problemi legati all'ambiente sono tra i principali fattori di cui un giovane designer si deve preoccupare?
Eloi: penso che i designer siano già piuttosto consapevoli dei problemi legati alla tutela dell'ambiente, ma alla fine il peso del designer è molto debole sull'intero processo. È un sistema globale che non dipende da chi progetta e, malgrado tutta la buona volontà, un designer non può fare molto. Si possono suggerire delle cose, ma è una catena molto lunga che parte dal produttore.
JF: È una questione molto delicata ed è molto difficile trovare una risposta. Per me, per esempio, si può realizzare un oggetto in plastica e fare attenzione all'ambiente. Perché si crea un oggetto destinato a durare. Non ci sono buoni e cattivi materiali. Trovo che oggi la deforestazione in Amazzonia sia più dannosa della produzione di plastica riciclabile. Bisogna dunque interrogarsi sull'atteggiamento da avere. Ci siamo posti questa domanda in occasione di una mostra che si intitola "In Progress" al museo Grand Hornu in Belgio. Ponendoci la questione della costruzione, dell'ambiente, della regolazione della temperatura abbiamo recuperato l'antica tecnica della costruzione in terra unendola a una tecnologia molto avanzata. È un progetto di ricerca puro e duro.
Eloi: puntiamo a disegnare degli oggetti che vengano conservati, che non seguano le mode. La nostra risposta è l'idea di perennità.
JF: È quello che facciamo con Tolix, per esempio. Tutti gli oggetti che escono dall'azienda devono essere portatori degli stessi valori: astuti, solidi, utili. Sono oggetti che conserviamo, che non si rovinano, non si ossidano. Oggetti da trasmettere di generazione in generazione. Tolix vuole restare legata a questi valori tradizionali, che sono piuttosto forti in effetti, cercando di attualizzarli e cercando di capire come possiamo fare oggetti di valore oggi.
Eloi: Il nostro non è un design gratuito. Togliamo tutto quello che ci sembra superfluo anche perché questo ci permette di arrivare a degli oggetti che sono più forti.
Si può dire che state cercando di cambiare l'attitudine dei consumatori…
JF: La risposta è più difficile quando si tratta della grande industria: in questo caso si può lavorare con meno materiali, con una messa in opera più evidente. Questo potrebbe essere un modo di rispondere alla questione ambientale. Oggi non esiste una buona risposta.
Parlando di Tolix, perché avete deciso di concepire una collezione di mobili per bambini?
JF: Con Tolix creiamo una collezione all'anno e quella per bambini è stata la seconda. Si tratta di collezioni che si basano sulla riedizione di modelli storici. In questo caso, siamo partiti da modelli di mobili per bambini, precursori per l'epoca in cui sono stati concepiti. Xavier Pauchard fondatore di Tolix ricavava le sedie per i bambini dagli scarti delle sedie per adulti. L'anno scorso abbiamo voluto rieditare questo modello e attorno a esso costruire una collezione per bambini. L'anno prossimo lavoreremo sulla riedizione di alcuni accessori.
Eloi: abbiamo la possibilità di creare un nesso tra la storia di Tolix, azienda conosciuta per i suoi prodotti degli anni Trenta e Quaranta, e di basarsi su questa storia per produrre dei prodotti contemporanei.
Trovate difficile coniugare la posizione di direttori artistici di Tolix con il vostro stile?
Eloi: no perché non siamo noi a disegnare tutto; invitiamo altri designer a intervenire.
JF: Tolix ci dà carta bianca, si fida di noi completamente, scegliamo anche la grafica. Si tratta davvero di donare uno spirito a un marchio che è molto vicino a quello che amiamo, che siamo e che vogliamo raccontare. È molto semplice perché non ci impongono nulla.
Eloi: ci ritroviamo nei valori di questo marchio e quindi non è troppo difficile raccontare una storia nella continuità di quello che siamo e che facciamo. È stato un bell'incontro.
