"Credo che il divano sia oggi uno degli oggetti più significativi presenti nello spazio domestico, spazio che ha a che
fare con la sacralità della vita. Il divano attiene agli aspetti
culturali della vita: conversare, amare, oziare, guardare la
televisione. La sua complessità non è tecnologica ma funzionale:
il divano è un ritratto dell'uomo contemporaneo, è
il suo trono.
Il design non è più al servizio dell'ideologia, è un canale
di manifestazione dell'arte come la pittura, la musica,
il cinema.
A partire dalla fine degli anni Sessanta sono stato per due
decenni il direttore artistico della Cassina. Per molti anni dalla
sua fondazione ho anche diretto un centro di ricerca voluto
e sostenuto direttamente da Cesare Cassina e fondato con
Piero Busnelli. Avevo ampia libertà di
manovra. Erano anni vivaci, poco codificati; la ricerca faceva già scaturire il
significante, non c'era il marketing, o
se c'era era insito nella ricerca.
Edra è un'azienda un po' dello
stesso tipo, un'azienda giovane (1987)
nata pochi anni prima della conclusione
della mia collaborazione con Cassina
(1992). Massimo Morozzi mi disse che aveva in preparazione
un'operazione per i 25 anni del radical design e mi chiese di
disegnare un prodotto per questa iniziativa. Anni prima avevo
inventato una collezione per Venini, Il Cielo, dedicata all'ibrido,
a due culture che si attraggono, che io immaginavo come
una coppia in stato erotico verso una destinazione ignota.
Avevo un'idea per un divano, lo feci vedere a Morozzi, era un
dipinto, non un disegno conclusivo, comunicava l'immagine,
il movimento e l'interattività. Cominciammo a lavorare: ne
uscì L'Homme et la Femme, lo presentammo al Salone del
Mobile di Colonia. Ebbe successo.
Il materiale non suggerisce la forma, semmai provoca
una domanda, una curiosità.
Da giovane ero preso dal "che cosa" fare, ora mi affascina
"il come". Il principio non risiede nel brief ma nel come
una cosa viene fatta. Mi interessa lavorare sulle tipologie
canoniche e inventarne di nuove: Sherazade-Odalisca è
un'invenzione molto semplice che tuttavia insegue lo stesso
tipo di ricerca sull'interattività tra utilizzatore e oggetto
presente nei miei precedenti progetti. In questo caso ho tolto
l'evidenza degli aspetti tecnologici, da disegno industriale.
Il divano è interattivo in modo elementare: per modificarne
la fruizione è sufficiente spostare i cuscini, la cui forma è
pensata per consentire una varietà di posizioni di seduta.
Una membrana aggrappante applicata in modo che si crei
attrito tra i rivestimenti fa sì che i cuscini restino in posizione
senza bisogno di alcun fissaggio. Trovo Odalisca un progetto
felice, sapiente, per certi versi perentorio: la misura è unica,
e il rivestimento è parte integrante del progetto. Per il disegno
del tessuto ho usato la tecnica del collage, lasciandomi
affascinare dalle suggestioni dell'Oriente ma anche dai
quadri di Delacroix o dalle gouache découpée di Matisse. Ho
lavorato sull'immagine di un tessuto ricco, sgranandolo perché
appaia come perduto nella memoria. Poi l'ho 'tagliato',
secondo una silhouette che richiama una figura femminile.
Il tessuto è decorato ma non è decorativo.
Il divano Gran Khan ha una forma molto tradizionale
che una grande pelle, semplicemente appoggiata,
nasconde e trasforma.
La normalità mi piace, e mi piace ricodificarla. Sofà è un
po' questo, un archetipo di divano che nasce da un'invenzione
costruttiva. Edra ha acquisito una tecnica che consente al
cuscino di avere prestazioni di grande qualità. Combinando
uno speciale gel con il kapok, materiale di origine vegetale,
si ottengono cuscini che sono delle gabbie imbottite, vuote
al loro interno, con le quali si possono realizzare manufatti
robusti e morbidi. Sofà ha una forma che è piaciuta subito
per le proporzioni azzeccate, anche se non sono mancate le
difficoltà nel realizzarlo. Per esempio, con questa tecnica è
difficile ottenere una linea retta quando occorre.
La sfida del normale, intendendo per normale ciò che è "a
norma", è stimolante. Mi interessa lo spazio sottile che c'è tra
una soluzione e l'altra, per esempio quello che c'è tra l'idea dei
due elementi in curvato che costituiscono una sedia di Eames e
l'idea di monoscocca della 3107 di Jacobsen... In quel territorio
di confine c'è molto da scoprire e da inventare. Guardo Sofà e
penso: è un divano. Flap invece è un'invenzione. È un oggetto
che 'sorge': dal piano orizzontale, sul quale possono sedersi
sino a 20 persone, si alzano gli schienali (uno, due, tutti) creando
le diverse configurazioni che ne fanno una sontuosa chaiselongue
o un divano a più posti. L'idea da cui nasce il progetto è
certamente importante, ma è la forma di Flap a renderlo comunicativo
e a determinarne il successo. Mi ricorda l'atmosfera
delle piscine hollywoodiane nei dipinti di Hockney…
Fare imbottiti è come dipingere dei ritratti di gruppo:
vedere come le persone stanno sedute, e tradurre il comportamento
in un'immagine.
Mi interessa la riproducibilità, l'aspetto
non artigianale del design, perché dopo
Duchamp la visione dell'arte è completamente
cambiata. Leggendo Proust ho scoperto la
bellezza dell'inutile. Il rapporto con l'inutilità
è intrigante… Le regole ci sono ma sono più
intime.
Mi interessa ciò che può emergere dall'indifferenziato,
che per me è il limite oscuro,
malato dello standard e dell'uguale; mi interessa
ciò che può essere ritagliato e risaltare fuori
dalla nebulosa del pulviscolo digitale.
Il designer è tanto più designer quanto
più consente all'altro, all'impresa, di fare. La
mia storia con Edra è il risultato del mio grande
interesse per un rapporto in cui è la simbiosi
tra designer e impresa a creare il prodotto.
Sherazade e Sofà, concludendo un processo di
ricerca intorno al divano, sono in questo senso
emblematici".
Sofa story
Due pezzi di Francesco Binfaré, un progettista e un artista che sarebbe semplicistico definire fuori dagli schemi, si distinguono tra i nuovi prodotti presentati da Edra in occasione del Salone del Mobile 2008. Design e testo Francesco Binfaré. Foto Emilio Tremolada.
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- 06 maggio 2008