Dall’archivio: il complesso dei Lloyds’s e i paradossi della tecnica

Fulvio Irace riesamina il progetto di Richard Rogers, salutato con un altissimo tasso di polemiche e simbolo, sotto molti aspetti, dell'ultima fase della Londra thatcheriana.

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Domus 1050, ottobre 2020.

Nel numero 680 di Domus del febbraio 1987, l’appena completato complesso dei Lloyd’s di Londra fu il pezzo forte della sezione Architettura con ben 13 pagine, documentate dai disegni di studio e dalle fotografie di Alastair Hunter.

Progettato dalla Richard Rogers Partnership a seguito di un concorso che aveva visto la partecipazione di architetti del calibro di Norman Foster e I.M. Pei, l’edificio nel cuore della City si era immediatamente segnalato per l’alto tasso di polemiche sollevate dal linguaggio quasi oltraggioso per i simpatizzanti dello storicismo postmoderno e per l’altrettanto forte grado di attrazione dichiarato, per converso, da quanti non si rassegnavano a consegnare le armi del Moderno al filisteismo conservatore che animava l’era thatcheriana.

Ci volle poco, infatti, perché i Lloyd’s divenissero uno degli esempi canonici del cosiddetto stile High Tech che in Inghilterra era stato preannunciato – con minore scalpore – dalla sede centrale di Willis Faber & Dumas a Ipswich (1975) e dal Sainsbury Centre for Visual Arts a Norwich (1978) di Norman Foster e, a Parigi, con grandissima risonanza, dal Centre Pompidou che lo stesso Rogers, con Renzo Piano, aveva inaugurato nel 1977.

Vista d’insieme del modello del progetto di Richard Rogers Partnership con le torri che contengono gli impianti, gli ascensori, i servizi igienici, le cucine, le scale di sicurezza e gli atri, tutti facilmente accessibili per la manutenzione. Immagine Archivio Domus

Non a caso, a molti sembrò (e forse continua a sembrare) che i Lloyd’s in fondo fossero un’estensione dei principi radicali del Beaubourg al campo dell’architettura commerciale: un’ardita escalation per dimostrare come il ricorso alla tecnologia più spinta (secondo i criteri dell’epoca) potesse risolvere sia l’assunto culturale di un’istituzione che faceva della flessibilità d’uso un dispositivo per incoraggiare nuove forme d’arte non convenzionale, sia quello di marketing di una holding privata che voleva riscattare un’immagine compromessa da scandali e perdite finanziarie.

Ma se nel Beaubourg la tecnologia mostrava l’eredità di una componente utopica che risaliva all’epopea di Archigram e di Cedric Price, nei Lloyd’s faceva appello alla suggestione di una potenza muscolare di derivazione funzionalista. La flessibilità della pianta (che in tempi a noi più vicini si sarebbe dimostrata impraticabile), la baldanza dei sistemi di distribuzione verticale, degli impianti tecnici e dei servizi relegati in torri limitrofe al di fuori della massa principale dell’edificio (i cui costi di manutenzione si sarebbero rivelati poi elevati e in parte disfunzionali), furono dichiarati da Rogers come atout di un progetto che, nelle sue intenzioni, aveva quasi le caratteristiche organiche di una costruzione vivente: cioè trasformabile e adattabile a seconda delle esigenze. Eppure, i Lloyd’s non devono la loro permanenza alla volontà del committente (che, proprio per gli avanzamenti tecnologici, si era ridotto nel 2014 a usare solo un terzo degli spazi originari), ma a un autentico (imprevisto) paradosso: quello di avere ottenuto nel 2011 il più alto grado di protezione consentito dalle norme inglesi di tutela. Reyner Banham fece in tempo (due anni prima della sua prematura scomparsa) a vedere i Lloyd’s, scrivendone nel 1986 un’eulogia che lascia tuttavia molte perplessità. In particolare, ne apprezzò la qualità dell’esecuzione, riconoscendovi la promessa di una funzione espressa al più alto livello di sofisticazione: “Se si mettono a confronto i singoli dettagli (...) ci si renderà conto di avere di fronte una soluzione progettuale che sarebbe virtualmente inconcepibile nella normale pratica ingegneristica. A dire il vero, un ingegnere avrebbe potuto fare un corrimano montante a metà prezzo, ma il risultante non sarebbe stato soddisfacente la metà di quanto lo fosse l’architettura”.

Banham aveva apprezzato negli Smithson prima, negli Archigram poi, l’ambiguo concetto di imageability, che descriveva come qualcosa che si può apprezzare in termini visivi, ma non necessariamente secondo gli standard dell’estetica classica”. Proprio l’autore dell’impietoso atto d’accusa alle pretese estetiche degli architetti (The Architecture of the Well-tempered Environment, 1969) rimetteva in gioco una nozione – l’iconismo – che oggi è diventata l’azione d’oro del mercato immobiliare.

Diventato – malgré soi – un ‘monumento’ all’ultima stagione eroica del Modernismo militante, l’edificio dei Lloyd’s deve il proprio status non alla tecnologia (che appare irrimediabilmente datata e superata), ma alla forza espressiva dell’architettura: proprio quella che Banham aveva messo alla berlina, contrapponendole la vis della tecnica incarnata dall’ingegneria.

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