Richard Rogers

«Le città concentrano energie fisiche, intellettuali e creative. È questa dinamica “sociale e culturale”, più che un equilibrio estetico creato dalla progettazione edilizia, che secondo me costituisce l’essenza della bellezza […]. Una vita urbana vibrante è, a mio parere, l’ingrediente essenziale di una città vera e propria» (Richard Rogers, 1995)

Richard Rogers

Richard George Rogers, noto come Richard Rogers è uno dei massimi esponenti della corrente architettonica dell’hi-tech, nonché
auto-dichiarato discepolo di alcune matrici di pensiero progettuale d’avanguardia quali il Costruttivismo, il Futurismo e il Cubismo. L’interesse di Rogers per la tecnologia deriva dalla conoscenza della lezione di Buckminster Fuller, Frei Otto e del gruppo inglese Archigram, da cui eredita la visione della tecnica come possibile chiave per l’evoluzione e il miglioramento sociale. Altro elemento fondante della sua poetica è che l’architettura è immaginata come un contenitore flessibile, in grado non solo di sopperire all’inevitabile obsolescenza consentendo una facile rimozione delle porzioni usurate, ma anche garantendo forme d’insediamento capaci di assorbire eventuali rivoluzioni nella destinazione d’uso.

Rogers nasce a Firenze nel 1933, in una famiglia di italiani emigrati in Inghilterra, il Paese in cui si trasferisce insieme ai genitori allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Influenzato dall’interesse per la figura di Ernesto Nathan Rogers, cugino del padre, decide di iscriversi alla facoltà di architettura dell’Architectural Association dove si laurea, nel 1959 poco prima di trasferirsi alla Yale University. Negli USA incontra Norman Foster, con cui dà vita – tra il 1963 e il 1967, insieme a Wendy e Georgie Cheesman - al “Team 4”. Al gruppo si deve il progetto della Reliance Control Factory a Swindon (1966-1967), fabbrica ispirata ai temi della leggerezza tipica delle costruzioni americane in acciaio, che è tra gli edifici selezionati dal critico Peter Buchanan per illustrare il neologismo “high-tech”, coniato nel 1983. Il termine descrive opere di giovani protagonisti della scena inglese dell’epoca (tra cui, oltre il Team 4, si segnala Nicholas Grimshaw), le cui caratteristiche di esaltazione del processo costruttivo sono viste come unico linguaggio possibile per l’arte e l’architettura contemporanea.

Dopo lo scioglimento del Team 4, Rogers conosce Renzo Piano con cui collabora a partire dal 1970 e con cui vince, in maniera del tutto inaspettata, il concorso internazionale per il Centre Georges Pompidou a Parigi (1971-1977): forse l’opera più iconica della storia museale contemporanea, che trasforma i due giovani progettisti in protagonisti del dibattito internazionale. Sciolto il sodalizio con l’amico genovese, l’architetto italo-britannico fonda nel 1977 (con John Young, Marco Goldschmied e Mike Davis) la Richard Rogers Partnership, poi più volte rinominata nel corso degli anni.

Nel 1978 lo studio si aggiudica il concorso per la Lloyd’s Building a Londra (1978-1986), segnato dalla forte autonomia di linguaggio rispetto al contesto urbano in cui s’inserisce (come già accaduto per i Beauboug parigino). L’edificio è strutturato intorno al vuoto di una hall a tutta altezza – tema spesso ripreso da Rogers – che diventa la piazza su cui affacciano i microcosmi interni degli uffici, mentre i sistemi di distribuzione verticale e i condotti tecnici vengono proiettati fuori dal corpo principale, semplificandone la gestione ma, al contempo, caratterizzandone fortemente l’immagine architettonica. E anticipando i temi dell’architettura "inside out", cioè al "rovescio": Rogers è uno dei pionieri nell’estrudere verso la città elementi strutturali o funzionali che generalmente erano nascosti, sia per sottolinearne l’importanza, sia per liberare gli interni da inutili ingombri. Un’architettura straordinaria, quella dei Lloyd’s, che Reyner Banham definisce “la nuova versione monocroma e monumentale dell’High-Tech […] che senza dubbio segna un passo avanti nell’evoluzione epica del tardo modernismo, lo stile che si pensava sarebbe morto” (1976).

Dieci anni dopo, a Hammersmith - prima periferia di Londra, affacciata sulle sponde del Tamigi – Rogers firma un altro caposaldo della sua produzione: il piano di riqualificazione di un'area dismessa (1988-1990), che mixa residenze realizzate ex-novo e spazi ricavati dal recupero funzionale di alcune preesistenze industriali (una delle quali viene trasformata in sede del suo studio).

Da questo momento, Rogers ha portato a compimento innumerevoli opere di alto prestigio, tra cui l’ampliamento dell'aeroporto di Marsiglia (inaugurato nel 1993): una ripresa del tema del vuoto, che qui è coperto da un sistema di prefabbricazione leggera, composta da ombrelli progettati assieme a Peter Rice. O, ancora, il Tribunale Europeo per i Diritti dell’Uomo a Strasburgo (1989-1995), in cui le diverse funzioni sono dislocate in differenti volumi, chiaramente identificabili; l'ampliamento del tribunale di Bordeaux (1993); lo stabilimento INMOS a Newport, in Galles (1979-1984), iconica rappresentazione della relazione tra forma e funzione; il Terminal 5 di Heatrow (1989-2016), dalla copertura a onde che richiama alla mente i progetti di Alvar Aalto per la Biblioteca di Viipuri e per la Finlandia Hall di Helsinki. Tra queste architetture, il tribunale di Strasburgo è forse l’opera più adatta a descrivere un certo grado di allontanamento dal high-tech duro e puro degli esordi: “metafora di un’idea d giustizia “trasparente” – ha scritto Fulvio Irace nel 1995 -  il marchingegno compositivo di Strasburgo accoglie il pubblico in una sequenza martellante di spazi a incastri variabili, pensati in netta antitesi alla natura claustrofobica delle più importanti strutture legali. Se non si avesse paura della retorica delle parole, a tutto questo si potrebbe dare il nome di “Umanesimo tecnologico”.

In anni più recenti, Rogers ha firmato il Terminal 4 dell’aeroporto di Madrid Barajas (inaugurato nel 2005), una struttura ondulata che gli è valsa l’assegnazione dello Stirling Prize 2006, assegnato dal Royal Institute of British Architects; il progetto per il Maggie’s Centre a Londra e, a scala più piccola, l’istallazione “Homeshell”, una casa ecologicamente sostenibile, sviluppata su tre piani e presentata in occasione della mostra monografica su Rogers “Inside Out”, tenutasi a Londra nel 2003.

Nel 1991 è stato insignito del titolo di baronetto, una delle tante onorificenze ricevute nell’arco della lunga carriera.

Attraverso le parole di Richard Burdett:

La posizione di Rogers nel dibattito architettonico non può essere definita in termini stilistici convenzionali. […] Il suo è un atteggiamento paradigmatico nei confronti della cultura ambientale, che lo differenzia rispetto a molti architetti contemporanei. […] La libertà dalle convenzioni, lo sfruttamento del potenziale ambientale e l’impiego di soluzioni strutturali ed energetiche appropriate sono gli ingredienti fondamentali dell’architettura “long life, loose fit, low energy” di Rogers
Estremi cronologici:
1933–in vita
Ruolo professionale:
architetto

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