Due passi a casa di... Ernesto Nathan Rogers, un esploratore a Milano

Viviamo la quarantena circondati da libri, quadri astratti, manufatti peruviani: la nostra casa parla di noi. E quelle degli altri, cosa raccontano? Facciamo due passi in archivio, nelle abitazioni dei protagonisti di Domus: il primo appuntamento è da Ernesto Nathan Rogers, a Milano.

In queste lunghe giornate in pochi metri quadri, ci ritroviamo a guardare le nostre case con un interesse insolito. Rispolveriamo libri accumulati e oggetti raccolti, un micro mondo fatto di riviste, matite, conchiglie, ceramiche, semplici simboli che raccontano dei nostri viaggi e delle nostre relazioni. La nostra casa parla di noi, più di quanto pensiamo. Gio Ponti l’aveva scritto in uno dei primi editoriali su Domus, quello dell’estate del 1928: “Non fatevi la Casa secondo la moda  ma secondo l’intelligenza e con un’amorosa cultura” perché “la casa è il ‘vaso’ delle vostre ore belle e brutte”. La casa, dunque, siamo noi. E le case degli altri? Di cosa parlano? Con la rubrica “A casa di...” l’archivio di Domus bussa alle porte dei progettisti per sbirciare sui loro tavoli, nelle librerie, nei “vasi” che hanno modellato grazie  alle passioni, ai viaggi, alle inclinazioni.

Il primo appuntamento è a casa di Ernesto Nathan Rogers, a Milano. 
Quadri di Capogrossi e Calder, una lampada giapponese, una stampa cinese sopra il letto, stuoie del Madagascar e una vecchia sedia a dondolo in legno curvato. Nella libreria, oggetti peruviani, messicani e brasiliani e, sulla scrivania, pipe, forbici e riviste, di architettura naturalmente. Ernesto Natan Rogers, architetto e direttore di Domus nel secondo dopoguerra (1946-1047), abita in un edificio ottocentesco del centro di Milano. È la casa di uno scapolo e di un esploratore del mondo. L’architetto rcconta alla redazione il suo appartamento su Domus 326, del 1957, nell’articolo Un architetto per sè.

Articolo pubblicato su Domus 326, 1957

Questa è la casa che Ernesto Rogers, architetto, ha da poco allestito per sè, e dove abita. È in un vecchio edificio milanese; e la sua storia è bello, e raro, sentirla dal suo stesso autore:

“La mia casa: la casa di uno scapolo è un po’ monca come la sua vita, ma può anche avere qualche vantaggio che le deriva proprio dai caratteri di questa condizione; cioè una certa disinvoltura e tuttavia lo svolgimento di un discorso coerente (forse un monologo?) non interrotto dai gusti altrui.

Per vent'anni ho vissuto tra un albergo e l'altro, e tutti mi dicevano che, almeno per il fatto che sono architetto, avrei dovuto avere una casa mia. Quella che finalmente ho, non è mia, ma è per me; nè mi riesce di capire come ho potuto vivere per tanto tempo ramingo, fuori da questo guscio che, ormai, mi è necessario quanto un abito e le scarpe.

Ho la fortuna di abitare in una zona di Milano cara a Stendhal, che è un autore a me particolarmente caro; così, quando rileggo qualche sua pagina, mi pare di circolare per le mie stanze; se descrive i giardini milanesi (di cui qualche ritaglio è rimasto davanti alle mie finestre) sembra che sia venuto a trovarmi e ripeta stupendamente le mie impressioni quotidiane.

Come ho potuto vivere per tanto tempo ramingo, fuori da questo guscio che, ormai, mi è necessario quanto un abito e le scarpe?

A tutta prima può meravigliare che per un architetto sia ancor più difficile disegnare la propria casa di quella degli estranei, ma in realtà si tratta di concretare, nelle forme il cognosce te ipsum che – come si sa – è il problema più assillante ed insolubile che un individuo possa porre a sé stesso.  Non esistono case ideali oltre a quelle che possiamo realizzare storicamente: le altre sono utopie. Perciò ho cercato di profittare quanto meglio potevo dei dati oggettivi che si presentavano al destino della mia opera: di interpretarli a mio modo in maniera da non sentirli passivamente ma da possederli e trasformarli, secondo i bisogni pratici della mia vita e le sue spirituali esigenze. Quando si innalza un edificio, la questione essenziale è di inserirlo nelle preesistenze ambientali della natura e della storia; così è quando si organizza un arredamento, il quale non deve prescindere né dal carattere della costruzione che lo ospita né – quando c’è – dal paesaggio naturale che lo amplifica.

La modernità – l’attualità – di un’opera è nei valori personali di questo inserimento. E bisogna presumere abbastanza di sè per avere la certezza di interpretare la vita in ogni modo. Se avessi potuto disegnare ex novo i vani della mia casa, avrei cercato di creare qualcosa di simile a quello che ho trovato in questa vecchia costruzione nel cuore di Milano.
Inutile dire che il primo limite negativo (di questa realtà in complesso assai positiva) era dettato da una certa economia che dovevo impormi se non volevo che i desideri si sfrenassero fino a farmi commettere delle sciocchezze. Infatti, non posseggo nessun oggetto di qualche sensibile ,valore venale: della casa dei miei genitori, distrutta in parte da tristi circostanze di indigenza e, per l'altra metà, dalla barbarie nazista, mi rimangono che pochissime cose, le quali sono un po’ «il là” della mia intonazione sentimentale. Per il resto, sono oggetti comperati nei miei numerosi viaggi in terre lontane o nei recessi degli antiquari dove mi conducono la curiosità e il mio stesso dovere professionale. Non amo la tecnica se non come un mezzo per esprimere i sentimenti poetici, ma non sopporto le cose fatte male; pur semplici – e forse proprio perché tali –  i pochi mobili che ho disegnato richiedono bravura in chi li esegue: perciò li ho affidati a Piero Frigerio di Cantù il quale lavora con amore pari alla sapienza di un antico artigiano italiano: e gli sono grato anche questa volta per avermi dato la possibilità di realizzare con precisione le cose pensate.

I quadri sono tutti regali degli autori che mi hanno testimoniato così il loro affetto lungo gli anni. Un giorno, un collega, esaminando uno scaffale con ceramiche peruviane, greche, brasiliane, mi disse scherzosamente: “sembra la casa di un esploratore”. Non ho scoperto nulla e neppure ancora me stesso. ma questa definizione l’ho presa come un complimento lusinghiero: mi pare che si confaccia almeno alle aspirazioni segrete dei miei sogni. Ma, naturalmente, nei sogni sono assai migliore architetto”.

Un giorno, un collega, esaminando uno scaffale con ceramiche peruviane, greche, brasiliane, mi disse scherzosamente: sembra la casa di un esploratore.

Immagine di apertura: Ingresso della casa Di Ernesto Nathan Rogers, tratta da Domus 325 del 1957.

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