Danh Vo: l'ermetismo è necessario o funzionale nell’arte?

La mostra dell'artista danese da Massimo De Carlo mischia storia e presente, materiali e immaginari, attraverso una serie fotografie e sculture “in equilibrio”. Senza un singolo foglio di sala o spiegazione.

Le strutture-sculture di Danh Vo alla galleria Massimo De Carlo, nella sede milanese di Casa Corbellini-Wassermann, in viale Lombardia, sono formalmente ineccepibili. Ovvero fungono da “arredi” perfetti in relazione agli ambienti creati da Piero Portaluppi. Danh Vo è un artista nato in Vietnam nel 1975; è cresciuto in Danimarca (Paese che ha anche rappresentato alla Biennale di Venezia, nel 2015) e ha, nonostante la giovane età, una carriera globale che conta mostre personali che passano dal Museo Jumex di Città del Messico (2014) al MAM di Parigi, da Villa Medici a Roma al Guggenheim di New York (2013). 

Anche per questa sua prima volta da Massimo De Carlo, Vo continua nel solco di una pratica e poetica che vuole porre in luce la relazione tra oggetti e materiali, unendo storia, presente e sguardo sul futuro, evitando accuratamente di accorpare tecnicamente i suoi manufatti: tutti gli oggetti in scena, sono di fatto composti e vivono solamente restando in equilibrio.

«Lavorare a Casa Corbellini Wasserman è stata una sfida entusiasmante. Ho creato le opere direttamente negli spazi della galleria dopo aver raccolto una combinazione di materiali: pietre antiche, avanzi di marmo e compensato da costruzione di base, il tutto bilanciato senza colla o chiodi. Queste sculture infatti sono pensate per essere funzionali (una panca, uno zoccolo, un pavimento) e sono nate in opposizione alla grandezza dell'edificio della galleria, in modo molto umile. Mi interessa indagare lo scorrere del tempo per avere la possibilità di dialogare con un'architettura così unica», mi racconta Vo, che ha lavorato senza fare schizzi preparatori, ma solamente ricercando tensioni e opposizioni attraverso continue prove di assemblaggio. La storia “pubblica”, intesa anche come immaginario, come sempre si mischia con la storia personale dell'artista, e con la tradizionale collaborazione con il padre, che in questo caso è chiamato in causa per aver scritto in “bella calligrafia” il nome scientifico di una serie di fiori di campo che Danh Vo ha fotografato durante lo scorso anno intorno alla sua casa-studio alle porte di Berlino.

Untitled. Danh Vo a Casa Corbellini-Wassermann
Untitled. Danh Vo a Casa Corbellini-Wassermann

Eppure, per volontà dell'artista, non esiste da Massimo De Carlo né un foglio di sala, né un testo che possa illuminare un poco il senso profondo di queste strutture semplici ma certamente ermetiche. Tutte Untitled. Un atteggiamento, questo, che potrebbe lasciare intendere che per l'ennesima volta l'arte contemporanea si pone come una sorta di “modello superiore” di cultura, lontana dall'idea di “spiegarsi” a un pubblico. Atteggiamento che, di questi tempi, potrebbe sembrare piuttosto controproducente, ancora ben memori dello slogan “Nulla sarà come prima”, mentre niente sembra essere cambiato sotto il sole dell'arte di oggi che, ad occhi meno esperti, permane esclusiva e respingente.

Un problema ovviamente visibile su scala globale, che fa il pari ad un'altra questione che sembra – ora più che mai - aver avvolto l'arte contemporanea in una sorta di bolla: l'assenza quasi totale di un pensiero realmente critico sul presente quanto, tutt'al più, il limitarsi a ricalcare con variazioni di stile le questioni sollevate dall'opinione pubblica, ovvero dall'isterismo dei temi lanciati dai media.

«È impossibile evitare di essere contaminati dai problemi globali, perché siamo circondati da questioni politiche e sociali come l'identità nazionale, il colonialismo e il potere della storia – spiega l'artista, che aggiunge – Dobbiamo anche operare una riflessione sul processo creativo, sulle regole del sistema dell'arte, la natura dell'essere artista, così come ripensare alla creazione e dispersione di nuovi oggetti nel mondo». Un sottile paradosso si insinua nella percezione: va bene l'ermetismo, ma siamo sicuri che questa sia ancora l'epoca deputata all'ombra, o che sia necessario far cadere le maschere?

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