La confessione di Schiele

Nei suoi nudi inquieti e vulnerabili, Egon Schiele ha trasformato il corpo in una confessione senza filtri, raccontando il desiderio, la solitudine e la fragilità umana con una sincerità ancora oggi disarmante.

Egon Schiele disegnava come ci si confessa. Senza intermediari, senza il conforto della metafora, senza la cortesia della distanza. La linea nera che tracciava sul foglio non descriveva il corpo: lo interrogava e il corpo rispondeva con tutto ciò che normalmente tace, con ciò che si tiene nascosto sotto i vestiti, sotto le convenzioni e sotto l’intero edificio della civiltà viennese che stava crollando intorno a lui senza che ancora nessuno lo sapesse del tutto. Nato il 12 giugno 1890 a Tulln an der Donau, una cittadina sul Danubio, Schiele visse soltanto ventotto anni. Ventotto anni in cui condensò la sua verità sul corpo umano. Non perché fosse più bravo – benché fosse straordinariamente bravo – ma perché era disposto ad arrivare dove gli altri si fermavano. Dove il decoro diceva basta. Dove la bellezza chiedeva di essere ammorbidita, lui la lasciava ruvida. Dove l’eros voleva essere velato, lui lo spogliava, non per voyeurismo, ma per necessità.

Egon Schiele, L'abbraccio, 1917, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna, Austria. Courtesy Wikipedia

Gustav Klimt lo riconobbe subito come il più dotato tra i giovani artisti viennesi. Lo amava e lo temeva allo stesso tempo. Lo amava per il segno, quella linea nera, nervosa, che sembrava tracciata da una mano che tremava non per debolezza ma per eccesso di energia contenuta. Lo temeva perché Schiele stava andando oltre. Klimt aveva trasformato il corpo femminile in superficie preziosa, in oro e ornamento, in un tappeto di piacere visivo. Schiele fece l’opposto: lo denudò dell’ornamento, lo privò della cornice, lo lasciò solo sulla carta o sulla tela come un essere esposto al giudizio del mondo e il mondo, puntualmente, lo condannò.

Perché ciò che Schiele dipingeva era insopportabile non perché osceno, ma perché vero. I suoi nudi non seducono secondo le convenzioni della seduzione. Non invitano. Non promettono. Stanno lì, nella loro angolosa imperfezione, con le giunture in vista e la pelle che sembra sempre sul punto di staccarsi, con le bocche socchiuse non per invito ma per desiderare, con gli occhi che guardano l’osservatore non con civetteria ma con una sfida antica: “sai cosa stai vedendo? sei in grado di sopportarlo?”. Non è la nudità del desiderio appagato. È la nudità del desiderio che sa di essere desiderio, che sa di contenere in sé la propria contraddizione, il proprio eccesso, la propria solitudine.

Egon Schiele, Self-Portrait with Physalis, 1912, Leopold Museum, Vienna, Austria Courtesy Wikipedia

Schiele disegnava le donne come nessuno prima di lui aveva osato. Non le idealizzava. Non le monumentalizzava. Non le metteva su piedistalli o dentro conchiglie o dentro specchi dorati. Le guardava. E questo guardare era già un atto erotico di rara intensità, perché non era distaccato, non era clinico, non era crudele: era partecipato.

Coinvolto. Come se lui stesso fosse dentro il corpo che stava disegnando, come se la linea del contorno fosse anche il confine del suo stesso desiderio. Le sue modelle, Wally Neuzil soprattutto, la donna che amò prima di abbandonarla per un matrimonio borghese che lo avrebbe ucciso lentamente prima ancora che l’influenza spagnola lo finisse, non posano. Esistono. Con una qualità di presenza fisica che la pittura contemporanea raramente è riuscita a restituire.

Il promemoria che l’arte, quando funziona davvero, non abbellisce il mondo: lo mostra.

Guardare un nudo di Schiele è un’esperienza che richiede coraggio. Non il coraggio di chi affronta ciò che è spaventoso, ma quello più sottile di chi affronta ciò che è reale. I corpi di Schiele non sono mai perfetti, mai completi, mai pacificati. Sono sempre in una condizione di tensione muscolare, tensione emotiva, tensione erotica che non si risolve in atto ma resta sospesa, vibrante, come una nota tenuta oltre il lecito. Le braccia si piegano ad angoli innaturali. Le gambe si aprono con una franchezza che non è pornografica ma è qualcosa di più difficile da gestire della pornografia: è onestà.

Egon Schiele, Grimassierendes Aktselbstbildnis, 1910, Albertina, Vienna, Austria Courtesy Wikipedia

La pornografia mente sul corpo, lo rende meccanismo, lo svuota di storia. Schiele invece riempie ogni centimetro di pelle di storia, di quella persona, di quel momento. C’è qualcosa di profondamente moderno, di ancora moderno, oggi, nel modo in cui Schiele trattava il desiderio. Lo trattava come una forza che ha dentro di sé la propria negazione. Come l’eros dei greci, che non era gioia pura ma turbamento, sconvolgimento, qualcosa che arrivava dall’esterno e prendeva possesso di te. 

I suoi amanti si abbracciano ma non si fondono, rimangono due corpi separati anche nel contatto, anche nell’intreccio delle membra, perché Schiele sapeva – e il suo sapere era nel segno, nella linea, non nelle parole – che l’altro rimane sempre irraggiungibile, che il desiderio è quella distanza che non si colma mai del tutto, e che è proprio in quella distanza che vive, che respira, che brucia.

Non è un caso che i suoi autoritratti siano tra le opere più perturbanti dell’intera storia dell’arte contemporanea. Schiele si guardava allo specchio con la stessa impietosa attenzione con cui guardava le sue modelle. Si disegnava nudo, contorto, smunto, con le occhiaie profonde e le vene in evidenza e le dita che sembrano radici esposte alla siccità. 

I suoi nudi non seducono secondo le convenzioni della seduzione. Non invitano. Non promettono.

Non per masochismo, non per confessione pubblica: perché capiva che il corpo del pittore è il primo strumento della pittura, e che per dipingere il desiderio bisogna abitarlo, attraversarlo, uscirne dall’altra parte un po’ più consumati di prima. Gli autoritratti di Schiele sono la cronaca di questo attraversamento. Di questo essere nel desiderio come si sta nel fuoco: bruciando.

C’è poi la questione del colore. Che in Schiele non è mai decorativo, mai gratuito. Quella pelle che oscilla tra l’ocra e il verde, tra il rosa malato e il grigio della stanchezza: non è una scelta estetica, è una diagnosi. È il colore di un corpo che ha vissuto, che ha faticato, che ha sentito. Non il corpo sano e abbronzato della pittura classica, non il corpo algido e marmoreo della scultura neoclassica: il corpo della vita quotidiana, con le sue imperfezioni e le sue macchie, con quella qualità di carne viva che rende i nudi di Schiele così difficili da ignorare e così difficili da dimenticare. 

Egon Schiele, The Hermits, 1912, Leopold Museum, Vienna, Austria. Courtesy Wikipedia

Perché ci riguardano. Perché riconosciamo in quei corpi qualcosa di nostro, qualcosa che normalmente teniamo nascosto, che copriamo con i vestiti e con le buone maniere e con tutto l’apparato di civiltà che serve a rendre sopportabile la coesistenza. Schiele ci toglie questo apparato. Ci lascia nudi insieme ai suoi soggetti. E questo, questo è l’atto erotico più radicale che un’opera d’arte possa compiere.

Morì il 31 ottobre 1918, tre giorni dopo sua moglie Edith, che era incinta di sei mesi. L’influenza spagnola se li prese entrambi nel giro di pochi giorni. Aveva ventotto anni, e quella mattina d’autunno a Vienna si spense qualcosa che non è mai del tutto tornato. Non perché nessun artista abbia più dipinto il corpo umano, ma perché nessuno – o quasi nessuno – ha più avuto quella specifica combinazione di coraggio e vulnerabilità, quella capacità di stare dentro il desiderio senza proteggersi da esso, senza trasformarlo in sistema, in stile, in distanza di sicurezza.

Schiele non metteva distanza. Era sempre troppo vicino. E questa prossimità, questo rifiuto ostinato di fare un passo indietro, di addomesticare ciò che era selvatico, di abbellire ciò che era vero, è il lascito più prezioso. Il promemoria che l’arte, quando funziona davvero, non abbellisce il mondo: lo mostra. E mostrare il desiderio per quello che è – ambiguo, corporeo, mortale, insaziabile, magnifico – è uno degli atti di generosità più grandi che un artista possa compiere nei confronti di chi verrà dopo.

Immagine di apertura:  Egon Schiele, Seated Male Nude, 1910, Leopold Museum, Vienna, Austria