Georg Baselitz ha passato più di sessant’anni a mettere in crisi la pittura dall’interno. Lo ha fatto senza mai abbandonare la figura, ma rendendola instabile, brutale, spesso scomoda. Corpi deformati, eroi sconfitti, alberi, aquile, nudi, autoritratti, immagini rovesciate: tutta la sua opera sembra nascere da una domanda che attraversa il secondo Novecento europeo, e in particolare la Germania del dopoguerra. Come si può ancora dipingere dopo la catastrofe della storia?
Georg Baselitz è stato uno dei più grandi pittori: alla Biennale puoi scoprirlo dopo la sua morte
Appena scomparso, Baselitz sarà a Venezia con i suoi ultimi lavori: un’occasione per capire perché ha cambiato la pittura contemporanea mettendola costantemente in crisi.
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- Giorgia Aprosio
- 04 maggio 2026
Nato Hans-Georg Kern nel 1938 a Deutschbaselitz, in Sassonia, Baselitz cresce prima nella Germania nazista e poi nella Germania dell’Est. Nel 1957 si trasferisce a Berlino Ovest, dopo essere stato espulso dall’accademia. Una certa sensibilità per la rotturà lo accompagnerà per tutta la vita a partire dal il nome con cui diventerà celebre nato per pri,o da quella frattura: Georg Baselitz, dal paese natale, quasi a trasformare l’origine in identità artistica.
Negli anni Sessanta, mentre molti artisti guardano all’astrazione americana, al minimalismo o alla Pop art, Baselitz sceglie una strada più aspra. Torna alla figura, ma la porta al limite, fino a farla esplodere. I suoi corpi sono enormi, danneggiati, esposti. Sembrano anime imprigionate in conglomerati di carne, costruiti con una materia pittorica ruvida e aggressiva, sempre lasciata in vista. Il suo è un immaginario che rifiuta ogni decoro. Nel 1963, la sua prima personale a Berlino Ovest viene sequestrata per oscenità: è il primo segnale di un’opera che non sarà mai pacificata, né formalmente né politicamente.
Il primo grande ciclo che definisce il suo linguaggio è quello degli Eroi, realizzato a metà degli anni Sessanta. Sono figure maschili monumentali, isolate in paesaggi devastati, vestite di stracci, con mani e piedi enormi, vulnerabili e sproporzionate. Baselitz li chiama eroi, ma sono l’opposto dell’eroismo celebrativo: reduci, sopravvissuti, personaggi feriti in un mondo che ha perso ogni idea di grandezza.
Nel 1969 arriva il gesto che lo rende riconoscibile in tutto il mondo: Baselitz comincia a dipingere i suoi soggetti capovolti. Alberi, figure, aquile e corpi appaiono sulla tela a testa in giù. Non è una trovata ottica, ma una decisione radicale. Capovolgere l’immagine significa sottrarla alla lettura immediata, impedire allo spettatore di cercare soltanto un racconto o un soggetto. La figura resta presente, ma diventa prima di tutto pittura: superficie, composizione, materia, segno. Così Baselitz riesce a tenere insieme due poli che sembravano inconciliabili: l’energia della figurazione e l’autonomia del quadro moderno.
Ciò che conta di più è trovare nuovi modi per mettere il mondo in pittura, alle mie condizioni.
Intervista con Pamela Kort, Michael Werner Gallery, Aprile 2003.
Da quel momento il capovolgimento diventa la sua grammatica. Nelle tele degli anni Settanta e Ottanta la pittura si fa gestuale, fisica, spesso violenta. Il soggetto resta riconoscibile, ma appare sempre disturbato: la pittura non rappresenta il mondo, semmai lo mette sotto pressione. Lo stesso accade nelle sculture in legno, tagliate con un linguaggio volutamente grezzo, frontale, quasi arcaico. Dagli anni Duemila Baselitz torna spesso sulle proprie immagini. Con la serie Remix riprende opere, soggetti e motivi del passato, ma li alleggerisce, li accelera, li svuota. È come se rileggeresse la propria storia pittorica da una nuova distanza, trasformando l’autocitazione in metodo.
Baselitz è stato un pittore figurativo che non si fidava della figura, un autore profondamente storico che ha sempre rifiutato l’illustrazione della storia. Anche per questo la sua opera ha avuto un ruolo decisivo nel ritorno della pittura sulla scena internazionale tra anni Settanta e Ottanta. Un riconoscimento passato dalla Biennale di Venezia del 1980 e da mostre come A New Spirit in Painting alla Royal Academy di Londra e Zeitgeist a Berlino, fino a documenta 5 nel 1972, documenta 7 nel 1982 e alle grandi retrospettive al Guggenheim di New York, alla Royal Academy, al Centre Pompidou e alle Gallerie dell’Accademia di Venezia.
Ora che sono più o meno alla fine della mia attività di pittore, ho pensato che fosse il momento di trarre una sorta di conclusione
Georg Baselitz, in occasione di Eroi d'Oro, Fondazione Giorgio Cini, 2026
Ed è proprio a Venezia che lo si reincontra con l’ultima mostra a cui ha lavorato, la prima ad andare in scena senza di lui. Eroi d’Oro è aperta alla Fondazione Giorgio Cini dal 5 maggio al 27 settembre 2026, in coincidenza con la 61ª Biennale di Venezia. Curata da Luca Massimo Barbero e realizzata in partnership con la galleria Thaddaeus Ropac, la mostra raccoglie dipinti recentissimi di grande formato, costruiti sul contrasto tra la fragilità dei corpi nudi e la luce compatta dei fondi dorati. Nel comunicato stampa, Baselitz parla di queste opere come di una possibile “sintesi” dopo oltre sessant’anni di lavoro: “Ora che sono più o meno alla fine della mia attività di pittore, ho pensato che fosse il momento di trarre una sorta di conclusione”.
- Georg Baselitz. Eroi d’Oro
- 5 maggio – 27 settembre 2026
- Fondazione Giorgio Cini, Venezia
- Georg Baselitz nel suo studio allo Schloss Derneburg, 1983. Photo © Daniel Blau, Monaco