The Imminence of Poetics

Curata da Luis Pérez-Oramas, la trentesima "Bienal de São Paulo" è una mostra di solisti, dei quali si evidenzia l'unicità del processo creativo.

Nell'atlante delle ormai numerosissime rassegne di arte contemporanea ha un posto d'eccellenza: nata nel 1951, la Bienal de São Paulo è la più antica e duratura del mondo, fatta eccezione per quella di Venezia che risale al 1895 e che le ha funto da modello. È un modello dal quale la "Bienal" ha però preso le distanze nel 2006, quando in seguito a un profondo ripensamento da parte della curatrice, Lisette Lagnado, ha abolito i padiglioni nazionali. Da allora in poi, il progetto è stato affidato interamente al curatore incaricato e il focus regionale si è attenuato, sebbene la "Bienal" resti un momento di approfondimento importante rispetto alla scena latino-americana.

E quella del 2006 non è stata l'unica scelta forte: l'edizione successiva ha infatti visto un intero piano della magnifica sede della Bienal, il MAM-SP, edificato da Oscar Niemeyer e Hélio Uchôa nel parco di Ibirapuera, restare completamente vuoto; di nuovo si trattava di una precisa scelta del curatore Ivo Mesquita che ha inteso così rispondere alla situazione del mondo dell'arte, messo sempre più alle strette tra tagli di bilancio e svuotamento di senso. Di contro, il ventinovesimo appuntamento, curato da Moacir dos Anjos e Agnaldo Farias è stato caratterizzato dall'ampia presenza di opere di tendenza e di grandi dimensione e si è contrassegnato per la rutilante spettacolarità.

Il discorso curatoriale chiaramente percepibile nell'edizione recentemente inauguratasi, la trentesima, è di segno antitetico. La curatela di quest'ultima edizione è stata affidata a Luis Pérez-Oramas affiancato da André Severo e Tobi Maier. Il titolo della mostra è "The Imminence of Poetics": non si tratta di un "tema", sottolinea Pérez-Oramas, ma solo di un "motivo"; intendendo per tema un contenuto e una tesi, e per "motivo" un pretesto, il punto di partenza per una serie di domande. In altri termini, spiega il curatore, non si sono invitati gli artisti a rappresentare o a illustrare un soggetto o un'idea, ma si desidera che le loro opere possano risuonare in autonomia. L'idea è dunque quella di un'arte sempre unica ed eccezionale, un'arte che "accade" e che ci sa cogliere di sorpresa; per questo la mostra si articola in un insieme di nicchie ognuna delle quali comprende nutriti nuclei di opere di un singolo artista; una serie di micropersonali, dunque, che si susseguono componendo una costellazione di mondi poetici. "Arcipelago" e "costellazione" sono concetti portanti individuati dai curatori.
In apertura e qui sopra: l'installazione di Arthur Bispo do Rosário alla "Bienal de Sao Paulo"
In apertura e qui sopra: l'installazione di Arthur Bispo do Rosário alla "Bienal de Sao Paulo"
Gli artisti invitati afferiscono ad ambiti e generazioni molto diversi: ci sono gli emergenti a livello internazionale, come il messicano Iñaki Bonillas, autore di un intenso lavoro che parte dalla fotografia per poi negarla, e il brasiliano Thiago Rocha Pitta, con una serie di opere in cui arte e natura si compenetrano; c'è Ali Kazma, artista turco che rappresenterà il proprio paese alla prossima Biennale di Venezia; Kazma ha realizzato una serie di video in cui indaga la condizione di lavoro dell'uomo documentando attività umane legate alla produzione di carattere artigianale o industriale. Come a dire che le diverse occupazioni hanno un ruolo importante del definire l'uomo e la sua relazione con la realtà. Ci sono "outsider" come Arthur Bispo do Rosário, che trascorse la maggior parte della propria esistenza confinato nelle istituzioni psichiatriche di Rio, e artisti nella cui attività arte e vita arrivano a fondersi, come Tehching Hsieh e Bas Jan Ader.
Ali Kazma, <i>Taxidermist</i>
Ali Kazma, Taxidermist
Ci sono figure che hanno fatto la storia della fotografia, come August Sander, e pionieri della fotografia concettuale ancora oggi poco conosciuti, come Alfredo Corbin o come Roberto Obregón, con il suo struggente lavoro che come una vanitas contemporanea esprime la realtà umana fragile e ferita, l'assenza e la morte. C'è Meris Angioletti, le cui immagini evocano sempre qualcosa che non è presente, e Fernando Ortega che realizza un'opera di sognante poesia: compone, con Brian Eno, una musica su misura per il viaggio di una barca che quotidianamente attraversa un ampio fiume, in Messico. Registri diversi sono rappresentati da artisti come Kirsten Pieroth, che con umorismo decontestualizza oggetti comuni, li interpreta e li riorganizza in base a narrazioni alternative.
Nella scelta di lasciare spazio a singole figure di artisti i curatori esprimono un raro rispetto per la ricerca artistica e consentono al visitatore di acquisire un notevole bagaglio di conoscenza.
A snistra: Bas Jan Ader, <I>Broken Fall Geometric</i>. A destra: Tehching Hsieh, <i>One year performance</i>
A snistra: Bas Jan Ader, Broken Fall Geometric. A destra: Tehching Hsieh, One year performance
Una mostra di solisti, dunque, dei quali si evidenzia l'unicità del processo creativo. Nella scelta di lasciare spazio a singole figure di artisti i curatori esprimono un raro rispetto per la ricerca artistica e consentono al visitatore di acquisire un notevole bagaglio di conoscenza; cosa che normalmente le grandi rassegne precludono. E davvero le scoperte sono numerose. Ma la rinuncia a stabilire nessi visivi tra le opere, ha come contropartita una complessiva mancanza di tensione nell'impaginazione della mostra. D'altra parte ad accomunare gli artisti invitati agli occhi dei curatori è anzitutto una tendenza alla reiterazione, alla catalogazione, alla creazione di archivi. L'intera Bienal è costruita intorno a questo elemento, continuamente sottolineato fino a diventare un leitmotiv. Ne risulta una mostra in cui c'è molta individualità e poca socialità, anche in presenza di artisti che invece traggono energia proprio dalla relazione con la realtà cogente. Questo è forse il limite di una mostra complessivamente interessante.
Roberto Obregón, con il suo struggente lavoro, esprime la realtà umana fragile e ferita, l'assenza e la morte
Roberto Obregón, con il suo struggente lavoro, esprime la realtà umana fragile e ferita, l'assenza e la morte
Meris Angioletti, <i>The curious and the talkers</i>, 2010. Video con sonoro, 2 sorgenti CH, 16'. Photo © Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Meris Angioletti, The curious and the talkers, 2010. Video con sonoro, 2 sorgenti CH, 16'. Photo © Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Thiago Rocha Pitta, <i>Danae nos jardins de gorgona ou nostalgia da pangéia</i>, 2011. Photo Divulgacao / Eduardo Fraipont / Bienal
Thiago Rocha Pitta, Danae nos jardins de gorgona ou nostalgia da pangéia, 2011. Photo Divulgacao / Eduardo Fraipont / Bienal
Fernando Ortega, <i>Momentos despues del clavado</i>
Fernando Ortega, Momentos despues del clavado
Kirsten Pieroth, <i>Inflated Dinghy</i>, 
2009, fisarmonica, gommone, canna per innaffiare, video. Courtesy Martin Klosterfelde, Berlin
Kirsten Pieroth, Inflated Dinghy, 2009, fisarmonica, gommone, canna per innaffiare, video. Courtesy Martin Klosterfelde, Berlin

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