Se il detto “non tutte le ciambelle escono con il buco” (nel senso che i risultati non sono sempre come ci si aspettava) attiene perfettamente alla vita reale, non è strano che questo assunto si estenda anche all’architettura che spesso per una molteplicità di motivi (dalla responsabilità progettuale, agli imprevisti e più o meno imprevedibili fattori di contesto), “sforna” opere irrisolte: quelle che Ernesto Nathan Rogers definiva causticamente, più che “ciambelle senza buco”, “cadaveri insepolti”.
Al contrario, esistono anche architetture che il loro obiettivo lo hanno centrato – in relazione agli input di progetto, alle valenze sociali, urbane o territoriali che hanno saputo mantenere nel tempo – e che, il caso vuole, il “buco” ce l’hanno davvero (anche se, ovviamente, non c’è corrispondenza biunivoca tra successo e cavità).
Architetture la cui massa è condensata attorno a un vuoto, che diventa elemento figurativamente, strutturalmente e funzionalmente connotante l’opera, al di là di un mero vezzo formale: da cornice che inquadra il paesaggio e ne amplifica la presenza, a segno iconico che rende l’edificio immediatamente riconoscibile, da infrastruttura urbana in quota, a elemento strutturale che stempera e umanizza la densità costruita.
Da Hong Kong a Milano, da Miami a Mannheim, da Dubai a Pechino, esploriamo casi in cui la stessa intuizione progettuale riaffiora sotto forme diverse ma con un comune denominatore: il vuoto non come assenza ma come elemento generativo (e moltiplicativo) di relazioni e prospettive, varco per nuove forme interpretative e fruitive dello spazio, che si tratti di esseri umani o di draghi.
