La possibilità di pensare oggetti, città e soprattutto architetture per moduli è stata un concetto fondamentale nella cultura progettuale, a partire dal secolo scorso: la sua forza principale, che ha creato edifici leggendari e definito intere correnti nella storia contemporanea, sta nella possibilità di estendere, ampliare, ma soprattutto ricombinare e comporre nei suoi elementi fondamentali un’architettura, adattandola ai contesti più differenti.
Spesso legata allo sviluppo dell’industrializzazione, a questioni di economicità e facilità tecnica di montaggio e smontaggio, l’architettura modulare ha presto caratterizzato un modo di far progetto, pur declinandosi in approcci molto distanti tra loro: quello olistico ed egualitario dello strutturalismo olandese, come quello sperimentale con tratti utopici del metabolismo nipponico, o quello contemporaneo di interventi umanitari ed espressioni più scultoree.
Architetture modulari: 15 opere tra utopia, scultura e industrializzazione
Il modulo è uno strumento generativo ed espressivo per l’architettura: ce lo raccontano i cluster di Habitat67 come la capsule tower di Tokyo, in una storia che li unisce a Marco Zanuso, Aires Mateus e Rem Koolhaas.
Destinato a rispondere a potenziali situazioni di emergenza, per un utilizzo di massimo un anno, rialzato su una piattaforma e facilmente trasportabile e scomponibile, quest'unità faceva della modularità un perno costruttivo tra etica e progettazione.
Courtesy of Richard Sapper Archives
Courtesy of Richard Sapper Archives
Courtesy of Richard Sapper Archives
Courtesy of Richard Sapper Archives
La proposta iniziale, ancor più visionaria di quanto realizzato, prevedeva rampe circolari per la viabilità su ruota, una linea di trasporto pubblico e un insieme di vie pedonali che percorrevano in diagonale il progetto e intrecciavano le residenze. Di questa proposta iniziale solo una parte delle residenze fu realizzata. Queste si sviluppano su 12 piani sfalsati, che vedono 158 abitazioni aggregarsi l’una all’altra. La modularità pare muoversi in maniera libera nello spazio tridimensionale, permettendo così di generare combinare ambienti privati e condivisi, dove 365 moduli prefabbricati si compongono in maniera continua.
Foto Thomas Ledl su wikimedia commons
Foto Vassgergely su wikimedia commons
Foto Zack Frank su AdobeStock
Foto Zack Frank su AdobeStock
Il risultato ottenuto dalla composizione dei singoli moduli è un’architettura che potrebbe potenzialmente crescere, o decrescere, all’infinito. Nonostante la sua grande importanza come una delle opere più celebri del movimento Metabolista, nel 2022 è iniziata la sua demolizione a causa del progressivo abbandono e ammaloramento delle singole capsule.
Foto Kakidai su wikimedia commons
Foto Jordy Meow on wikimedia commons
Foto Joshua Daniels su AdobeStock
Inizialmente realizzato nella cittadina di Helmond, dove l’architetto immaginò ogni modulo come fosse la geometrizzazione di un albero, il progetto fu poi riproposto nella città di Rotterdam.
Qui le case cubiche assumono un colore giallo che diventa loro elemento caratteristico, formando un complesso di 39 edifici dove ciascun cubo ruotato si accosta al successivo in una trasposizione architettonica della foresta così evocativa da essere denominata Blaak Bos, il Bosco di Blaak.
Foto Hanselpedia su wikimedia commons
Foto di zigres, via AdobeStock
Foto Henk Vrieselaar su AdobeStock
Foto dbrnjhrj su AdobeStock
Il progetto, che potremmo definire antesignano delle sperimentazioni architettoniche più recenti effettuate abitando container rigenerati, fu però fortemente criticato e l’intervento venne poi demolito nel 1981.
© Massachusetts Institute of Technology, photograph by G. E. Kidder Smith
© Massachusetts Institute of Technology, photograph by G. E. Kidder Smith
© Massachusetts Institute of Technology, photograph by G. E. Kidder Smith
L’idea alla base del progetto condivide con la coeva Unité d’Habitation di Le Corbusier una prospettiva di vita sociale e la combinazione di spazi chiusi e aperti, visibile tanto negli edifici a sviluppo orizzontale quanto nei quattro di altezza maggiore.
Foto Bahlaouane su wikimedia commons
Annoverato tra i progetti manifesto dello strutturalismo olandese, il complesso è sviluppato attraverso una griglia che individua la matrice generativa del progetto, rivelandosi poi in copertura, dove una serie di cupole/volte ne sottolinea la presenza.
Foto aerea KLM Aerocarto Schiphol-Oost, 24 February 1960, Aviodrome Lelystad - Luchtfoto archief (Trefwoorden: Amsterdam weeshuis) su wikimedia
Questo progetto vede l’edificio composto da diversi volumi cubici, i quali all’esterno mostrano un carattere chiuso e compatto, per lasciare negli interni una struttura aperta che caratterizza spazi comuni, corti e spazi di passaggio. Attraverso la giustapposizione di lucernari e lo svuotamento degli angoli dei volumi, la luce penetra all’interno dell’edificio. Ne risulta un’architettura che pare fare eco ad alcune suggestioni medievali, dove i vari piani si interfacciano l’un l’altro e la modularità è percepita attraverso l’esperienza dell’architettura stessa.
Courtesy of AHH office
Foto Willem Diepraam, Courtesy of AHH office
Costruito per un periodo che ha coperto due decenni, il progetto di De Carlo si articola in una serie di diversi complessi che vedono più di 1000 alloggi dislocarsi sul territorio urbinate: la composizione variata definisce una struttura policentrica del collegio, dove però la modularità riesce a creare una regola. Utilizzando il mattone e il cemento, le forme si incastonano nel suolo, facendo sì che i moduli non abbiano mai una resa standardizzata.
Foto Ilaria Secli su wikimedia commons
Foto Sandro Viro su wikimedia commons
Foto Nseya Letizia Kalombo su wikimedia commons
Costruito a Corciano tra il 1978 e il 1982, a partire dall’utilizzo di elementi prefabbricati in calcestruzzo armato a “C”, l’architetto configura una casa potenzialmente incrementabile, capace anche di costruire un tessuto urbano in situazioni di emergenza. Questo concetto di casa evolutiva, che dà nome al progetto stesso, permette così di adattare alle varie esigenze gli spazi della casa, nonchè di coloro che vivranno le singole unità. Non è un caso che questo progetto sia infatti una riproposizione di un prototipo ideato da Renzo Piano e Peter Rice a seguito del sisma che colpì il Friuli-Venezia Giulia nel 1976.
© Fondazione Renzo Piano (Via P. P. Rubens 30A, 16158 Genova, Italy)
© Fondazione Renzo Piano (Via P. P. Rubens 30A, 16158 Genova, Italy)
© Fondazione Renzo Piano (Via P. P. Rubens 30A, 16158 Genova, Italy)
La ricerca architettonica si fonda sul dare un’occasione di trasformazione a coloro che vivono all’interno di queste residenze: si accostano così in serie diverse strutture di base modulari, volumi bassi, a volte traforati, per il piano terra, con sovrapposti volumi che si sviluppano in altezza.
Tra i vuoti creati si è potuta trasformare, ampliare e personalizzare ciascuna abitazione: la modularità garantisce un principio di composizione e la possibilità di un accesso democratico all'abitare.
Domus 886, novembre 2005
Domus 886, novembre 2005
Domus 886, novembre 2005
La semplicità materica, tipica dello studio portoghese, rende infine riconoscibile l’aggregazione delle unità e trasforma la geometria in valore espressivo.
Foto di © Fernando Guerra + Sérgio Guerra
Foto © Fernando Guerra + Sérgio Guerra
Foto © Fernando Guerra + Sérgio Guerra
Foto © Fernando Guerra + Sérgio Guerra
Ogni parallelepipedo risulta autonomo nello spazio, ruotando in maniera varia e accogliendo tutte le funzioni e gli alloggi necessari al funzionamento del centro, pensato come una piccola città. La giustapposizione di questi corpi, che fungono da moduli che costipano lo spazio, lascia così la possibilità di avere un tessuto connettivo continuo per i bambini. Il risultato che nasce è dinamico, mai uguale a sé stesso, in cui ogni scorcio interno risulta differente e unico.
Foto Daici Ano
Foto Daici Ano
Foto Daici Ano
Courtesy Sou Fujimoto Architects
Foto cjreddaway su wikimedia commons
Foto København-Bjerget su wikimedia commons
Foto El Gaucho su AdobeStock
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Qui il tema della modularità non è riferito al singolo appartamento, che invece viene distribuito all’interno di grandi volumi. Questi sono dei parallelepipedi che vengono sovrapposti e accostati a formare in planimetria una serie di esagoni, occupando 8 ettari di terreno. All’interno i corpi accolgono non solo abitazioni ma anche piscine, palestre e altre funzioni ricreative.
Il progetto impila 31 blocchi di dimensione eccezionale, 70,5 x 22 x 16,5 metri, come fossero mattoni fuori scala. La ripetitività dei singoli elementi ricorda vagamente il complesso Bijlmermeer di Amsterdam, ma portandolo alla scala di una megastruttura che, come una montagna di tessere, ha costruito un pezzo di città.
Courtesy by OMA/Büro Ole Scheeren photographed by Iwan Baan
Courtesy by OMA/Büro Ole Scheeren photographed by Iwan Baan
Courtesy by OMA/Büro Ole Scheeren photographed by Iwan Baan
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- Kevin Santus
- 18 agosto 2023
Se oggi la modularità è a volte osservata come una semplificazione e impoverimento del progetto, nella storia passata e recente è possibile individuare una serie di progetti che invece han fatto del modulo un elemento alla base dello spazio vivo e vissuto. Ne abbiamo raccolti 15 che ripercorrono, alla scala urbana e dell’edificio, altrettante sperimentazioni sul tema, dai cluster di Moshe Safdie a Montréal e Herman Hertzberger in Olanda, alle capsule di Kurokawa a Kyoto, ai paesaggi di De Carlo e Aires Mateus, fino ai monumenti di BIG e di OMA, e che disegnando ritmi, composizioni e sistemi spaziali rivelano la forza espressiva e generativa del modulo.
Progettato per la mostra Italy: the New Domestic Landscape, tenutasi al MoMA nel 1972, il modulo ideato dagli architetti Zanuso e Sapper propose un modulo abitativo flessibile e mobile. Seppur pensato e proposto come unità singola, era concepito come potenzialmente ripetibile ed estendibile perchè basato sull’aggregazione e combinazione di sotto-unità, estendibili secondo necessità.
Destinato a rispondere a potenziali situazioni di emergenza, per un utilizzo di massimo un anno, rialzato su una piattaforma e facilmente trasportabile e scomponibile, quest'unità faceva della modularità un perno costruttivo tra etica e progettazione.
Nato per rappresentare gli avanzamenti dell’industria della prefabbricazione, per l’Esposizione Universale del 1967 a Montréal, Habitat67 aveva come scopo quello di ripensare l'insediamento residenziale come costruzione di un brano di città.
La proposta iniziale, ancor più visionaria di quanto realizzato, prevedeva rampe circolari per la viabilità su ruota, una linea di trasporto pubblico e un insieme di vie pedonali che percorrevano in diagonale il progetto e intrecciavano le residenze. Di questa proposta iniziale solo una parte delle residenze fu realizzata. Queste si sviluppano su 12 piani sfalsati, che vedono 158 abitazioni aggregarsi l’una all’altra. La modularità pare muoversi in maniera libera nello spazio tridimensionale, permettendo così di generare combinare ambienti privati e condivisi, dove 365 moduli prefabbricati si compongono in maniera continua.
L’architetto metabolista Kishō Kurokawa, ad inizio anni ’70, sviluppò un progetto composto da due elementi a torre, dove ogni abitazione viene sintetizzata in una cabina di poco meno di 10 metri quadrati. Pensata come componibile, l’architettura vede due corpi portanti in cemento armato, sui quali le singole capsule sono agganciate. Queste sono cellule semplici: parallelepipedi bianchi con un’unica apertura circolare verso l’esterno. L’interno del singolo modulo vede invece un’ottimizzazione degli spazi con arredi su misura e pareti attrezzate.
Il risultato ottenuto dalla composizione dei singoli moduli è un’architettura che potrebbe potenzialmente crescere, o decrescere, all’infinito. Nonostante la sua grande importanza come una delle opere più celebri del movimento Metabolista, nel 2022 è iniziata la sua demolizione a causa del progressivo abbandono e ammaloramento delle singole capsule.
Ideato dall’architetto Olandese Piet Blom, il progetto delle Case cubiche è un cluster di residenze composte da un elemento basamentale che permette l’accesso alla casa sovrastante, la quale prende la forma di un cubo inclinato.
Inizialmente realizzato nella cittadina di Helmond, dove l’architetto immaginò ogni modulo come fosse la geometrizzazione di un albero, il progetto fu poi riproposto nella città di Rotterdam.
Qui le case cubiche assumono un colore giallo che diventa loro elemento caratteristico, formando un complesso di 39 edifici dove ciascun cubo ruotato si accosta al successivo in una trasposizione architettonica della foresta così evocativa da essere denominata Blaak Bos, il Bosco di Blaak.
Costruito a New Haven a causa della mancanza di abitazioni, il progetto offre 148 unità prefabbricate, a loro volta formate da 333 moduli. Le abitazioni si compongono principalmente di due blocchi sovrapposti, i quali affacciano su un cortile privato. Il primo blocco, al piano terra accoglie la zona soggiorno e cucina, mentre il secondo, sovrapposto, le camere da letto e servizi igienici. I moduli vedono poi una copertura voltata, dilatando lo spazio interno e connotando l’intervento.
Il progetto, che potremmo definire antesignano delle sperimentazioni architettoniche più recenti effettuate abitando container rigenerati, fu però fortemente criticato e l’intervento venne poi demolito nel 1981.
Frutto di uno sviluppo residenziale, Carrières Centrales si attesta come uno degli esempi più importanti del modernismo nell’area del Maghreb. Costruito a partire dal 1952 nella periferia di Casablanca per far fronte alla crescente popolazione di lavoratori in arrivo nella città, il progetto definisce una griglia che dispone una serie di edifici in linea. Questi vanno così a comporre una matrice abitata, tra pieni e vuoti, rintracciando una modularità alla scala urbana.
L’idea alla base del progetto condivide con la coeva Unité d’Habitation di Le Corbusier una prospettiva di vita sociale e la combinazione di spazi chiusi e aperti, visibile tanto negli edifici a sviluppo orizzontale quanto nei quattro di altezza maggiore.
Sul finire degli anni ’50, Aldo Van Eyck progetta una casa per accogliere orfani concepita come il tessuto di una città. Sito nella periferia di Amsterdam, l’edificio pare espandersi come se fosse una piccolo agglomerato urbano che si allarga nel territorio: una strada interna, spazio comune dell’edificio, connette così le varie stanze e spazi funzionali, che lavorano invece come dei moduli che si legano in un tessuto di spazi connettivi.
Annoverato tra i progetti manifesto dello strutturalismo olandese, il complesso è sviluppato attraverso una griglia che individua la matrice generativa del progetto, rivelandosi poi in copertura, dove una serie di cupole/volte ne sottolinea la presenza.
Lo strutturalismo olandese ha dato vita a numerose sperimentazioni dove la modularità delle architetture veniva esaltata in relazione alla sua complessità e rigore strutturale. Ne è un esempio l’edificio per uffici della Centraal Beheer.
Questo progetto vede l’edificio composto da diversi volumi cubici, i quali all’esterno mostrano un carattere chiuso e compatto, per lasciare negli interni una struttura aperta che caratterizza spazi comuni, corti e spazi di passaggio. Attraverso la giustapposizione di lucernari e lo svuotamento degli angoli dei volumi, la luce penetra all’interno dell’edificio. Ne risulta un’architettura che pare fare eco ad alcune suggestioni medievali, dove i vari piani si interfacciano l’un l’altro e la modularità è percepita attraverso l’esperienza dell’architettura stessa.
Il Collegio Universitario progettato da Giancarlo De Carlo ad Urbino vede una sperimentazione sul tema della cellula abitativa che intercetta la morfologia scoscesa del territorio appenninico.
Costruito per un periodo che ha coperto due decenni, il progetto di De Carlo si articola in una serie di diversi complessi che vedono più di 1000 alloggi dislocarsi sul territorio urbinate: la composizione variata definisce una struttura policentrica del collegio, dove però la modularità riesce a creare una regola. Utilizzando il mattone e il cemento, le forme si incastonano nel suolo, facendo sì che i moduli non abbiano mai una resa standardizzata.
Casa evolutiva può essere annoverata tra i progetti giovanili di Renzo Piano che mostrano come il suo interesse per la tecnica, sin dalle prime sperimentazioni, fosse collegato alla possibilità di dare risposte innovative a differenti contesti.
Costruito a Corciano tra il 1978 e il 1982, a partire dall’utilizzo di elementi prefabbricati in calcestruzzo armato a “C”, l’architetto configura una casa potenzialmente incrementabile, capace anche di costruire un tessuto urbano in situazioni di emergenza. Questo concetto di casa evolutiva, che dà nome al progetto stesso, permette così di adattare alle varie esigenze gli spazi della casa, nonchè di coloro che vivranno le singole unità. Non è un caso che questo progetto sia infatti una riproposizione di un prototipo ideato da Renzo Piano e Peter Rice a seguito del sisma che colpì il Friuli-Venezia Giulia nel 1976.
Parte della sperimentazione “Elemental” portata avanti dall’architetto cileno, Quinta Monroy housing utilizza il tema della modularità come strumento per poter incrementare nel tempo lo spazio dell’abitare.
La ricerca architettonica si fonda sul dare un’occasione di trasformazione a coloro che vivono all’interno di queste residenze: si accostano così in serie diverse strutture di base modulari, volumi bassi, a volte traforati, per il piano terra, con sovrapposti volumi che si sviluppano in altezza.
Tra i vuoti creati si è potuta trasformare, ampliare e personalizzare ciascuna abitazione: la modularità garantisce un principio di composizione e la possibilità di un accesso democratico all'abitare.
La residenza per anziani progettata da Aires Mateus si configura come un edificio in linea che si snoda all’interno del lotto, nel quale le singole stanze vengono riconosciute come unità minime dell’architettura. Chiaramente riconoscibile in pianta, il progetto traspone poi la modularità in facciata. Qui, un susseguirsi di pareti opache e trasparenti, pieni e vuoti, scandisce l’architettura, rendendo chiara la modularità sulla quale si fonda il progetto. La rigidità della griglia utilizzata nella disposizione delle stanze riesce comunque a restituire un grande dinamismo grazie all’andamento zigzagante del corpo di fabbrica.
La semplicità materica, tipica dello studio portoghese, rende infine riconoscibile l’aggregazione delle unità e trasforma la geometria in valore espressivo.
Il centro di riabilitazione psichiatrica realizzato nel 2006 da Sou Fujimoto dispone una serie di moduli in maniera libera nel lotto, creando un agglomerato eterogeneo.
Ogni parallelepipedo risulta autonomo nello spazio, ruotando in maniera varia e accogliendo tutte le funzioni e gli alloggi necessari al funzionamento del centro, pensato come una piccola città. La giustapposizione di questi corpi, che fungono da moduli che costipano lo spazio, lascia così la possibilità di avere un tessuto connettivo continuo per i bambini. Il risultato che nasce è dinamico, mai uguale a sé stesso, in cui ogni scorcio interno risulta differente e unico.
Uno dei progetti più celebri dell’architetto danese Bjarke Ingels, The Mountain, accorpa 80 appartamenti in un blocco di 11 piani, operando una scomposizione per moduli delle singole unità. Costruito nel 2008 nell’area sud di Copenaghen, l’edificio sembra fare eco alla forma di una montagna artificiale. Infatti, la presenza di una pendenza diagonale segmentata caratterizza l’intervento e individua le diverse unità abitative. Qui la relazione tra volume costruito e spazio esterno mostra lo sfalsamento dei moduli piano per piano, lasciando spazio a giardini pensili, e costruisce l’identità principale dell’architettura. Il basamento continuo, invece, ospita un grande parcheggio che rialza anche visivamente i blocchi abitati. Questo rende la modularità delle residenze osservabile in ogni parte del progetto
Nel mosaico urbano di Singapore, lo studio olandese guidato da Rem Koolhaas ha realizzato nel 2013 un complesso di 1040 appartamenti.
Qui il tema della modularità non è riferito al singolo appartamento, che invece viene distribuito all’interno di grandi volumi. Questi sono dei parallelepipedi che vengono sovrapposti e accostati a formare in planimetria una serie di esagoni, occupando 8 ettari di terreno. All’interno i corpi accolgono non solo abitazioni ma anche piscine, palestre e altre funzioni ricreative.
Il progetto impila 31 blocchi di dimensione eccezionale, 70,5 x 22 x 16,5 metri, come fossero mattoni fuori scala. La ripetitività dei singoli elementi ricorda vagamente il complesso Bijlmermeer di Amsterdam, ma portandolo alla scala di una megastruttura che, come una montagna di tessere, ha costruito un pezzo di città.