In occasione della Milano Design Week, Domus ha portato al Politecnico di Milano Ma Yansong, guest editor per il 2026, per una lectio magistralis che, più che una lezione accademica, è stata una presa di coscienza (e di posizione) sul futuro dell’architettura. “L’architettura non è architettura” esordisce Ma, con uno statement che stupisce solo chi non ha seguito “la sua Domus” dall’inizio di quest’anno. Di fatto, per l’archistar cinese a capo dello studio Mad, l’architettura è fantasia, natura, partecipazione, corpo, movimento e tutte le tematiche che saranno approfondite dalla rivista nei prossimi mesi.
“In Cina lo avremmo demolito”: la lecture di Ma Yansong al Politecnico di Milano
Il guest editor 2026 di Domus porta al Politecnico una riflessione sull’architettura contemporanea, tra critica del costruito, natura e responsabilità sociale.
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- Francesca Critelli
- 30 aprile 2026
Courtesy Mad Architects
Courtesy Mad Architects
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Foto Zhu Yumeng
Foto Zhu Yumeng
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Foto Hufton+Crow
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Foto 存在建筑
Foto Arch Exist
Foto Arch Exist
Foto Arch Exist
Foto Hufton+Crow
Foto Hufton+Crow
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Foto Nic Lehoux
Foto Nic Lehoux
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Foto Nacasa & Partners Inc
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Foto Osamu Nakamura
Foto Hufton+Crow
Foto Hufton+Crow
Foto Adam Mork
Foto Iwan Baan
Foto Iwan Baan
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Foto Tian Fangfang
Foto Tian Fangfang
Foto Tian Fangfang
Courtesy Mad Architects
Courtesy Mad Architects
Courtesy Mad Architects
Ma Yansong mette in discussione ciò che diamo per scontato. “Abbiamo studiato architettura per anni, ma forse è proprio questo il momento giusto per chiederci cosa sia davvero”. Per Ma, infatti, la disciplina non può più essere letta secondo le categorie tradizionali.
Non basta disegnare edifici: dobbiamo spiegare perché lo facciamo e a cosa serve.
Ma Yansong
Il lavoro editoriale con Domus nasce da questa esigenza. “Vogliamo aprire la conversazione, rendere questa professione meno chiusa”, spiega. Nei numeri curati da lui, l’architettura diventa di tutto, spostando il focus dall’oggetto costruito all’esperienza. “Non basta disegnare edifici: dobbiamo spiegare perché lo facciamo e a cosa serve”.
Il confronto con la Cina
Nel racconto di Ma, la Cina è il punto di partenza ma anche il termine di confronto. “Abbiamo costruito intere città in un anno”, commenta. Una crescita rapidissima che oggi si è fermata, lasciando spazio a una nuova consapevolezza: “vogliamo più natura e meno scatole di cemento, perché nelle città moderne manca il contatto con la natura”. Ed è mancato anche il contatto con le persone secondo Ma, tanto che oggi i giovani architetti sembrano non avere più grandi progetti. Devono lavorare su scala più piccola, capire come vivono le persone.
Qui non si tratta solo di sostenibilità, ma di un cambio di paradigma. “Le persone che vivono in città hanno perso questa connessione”, insiste, spiegando come il suo team cerchi di reinserire nei progetti l’elemento naturale non come decorazione, ma come parte integrante dell’esperienza architettonica.
Il caso Montparnasse
La Tour Montparnasse di Parigi è un edificio controverso, spesso percepito come un ecomostro estraneo al contesto urbano. Negli ultimi anni, Parigi ha lanciato una competition – vinta poi dallo studio di Renzo Piano – coinvolgendo alcuni dei più grandi studi di progettazione al mondo. “Quando l’ho visto, la prima cosa che ho pensato è stata che in Cina lo avremmo demolito”, dice Ma senza esitazioni.
Una dichiarazione che strappa qualche sorriso nell’aula magna dell’edificio Trifoglio, ma che rivela anche una differenza culturale profonda. “Sarebbe stato più facile”, aggiunge, per poi spiegare che – fortunatamente - in Europa il tema della conservazione impone strategie diverse.
La sua proposta non cancella l’edificio ma lo trasforma attraverso un’illusione ottica, e in lontananza la Tour Eiffel si vede replicata sulla Tour Montparnasse, ma a testa in giù: “abbiamo usato il riflesso per farla scomparire nel cielo”, mettendo così in discussione l’idea stessa di grattacielo. “Non è solo una questione estetica”, precisa, “ma una domanda importante: perché continuiamo a costruire in altezza?”.
Oltre l’oggetto architettonico
Questa tensione tra critica e progetto attraversa tutta la sua pratica. Nei lavori presentati - dalle Absolute Towers al museo Fenix di Rotterdam - l’architettura tende a dissolversi, a farsi paesaggio, costruito e naturale. “Non voglio realizzare oggetti isolati”, afferma, “ma creare relazioni”.
È qui che si legge un riferimento costante alla cultura cinese più ancestrale. “Nella tradizione, natura e architettura non sono separate”, spiega. “Le montagne non sono (solo) montagne, l’acqua non è (solo) acqua”.
Abbiamo studiato architettura per anni, ma forse è proprio questo il momento giusto per chiederci cosa sia davvero.
Ma Yansong
E allo stesso modo, Ma rimette in discussione anche il ruolo dell’architetto, convinto che abbia “molte più responsabilità di prima” ma allo stesso tempo che “l’architettura non è più così influente”, facendo riferimento alla perdita di centralità a livello culturale della disciplina. Ed è anche questo, secondo l’architetto, il motivo per cui sforzarsi di essere più aperti, più connessi alle vite delle persone che ci circondano.
“Qual è l’architettura di domani?” chiede sul finale ai presenti. Nessuno ha potuto dare una risposta, nemmeno lui stesso, ma la direzione del suo studio è chiara: “dobbiamo ascoltare di più, capire i bisogni, creare qualcosa che risponda davvero” alle necessità delle persone e della terra.