Si vive solo due volte

L’imminente ristrutturazione del celebre atrio dell’albergo Okura di Tokyo progettato da Taniguchi mette in luce una caratteristica della cultura giapponese: la consapevolezza della transitorietà.

Il dibattito sull’imminente ristrutturazione del celebre e caratteristico atrio dell’albergo Okura di Tokyo fa emergere, una volta di più, posizioni differenti nella concezione del patrimonio culturale e sulla sua tutela concreta. La divergenza delle opinioni sull’azione dell’UNESCO nei confronti del patrimonio culturale è stata tra l’altro recentemente discussa nella sezione Op-ed di Domusweb, con i contributi di Marco D’Eramo (Urbanicidio a fin di bene), pubblicato su Domus 982 luglio-agosto 2014, e Michiel van Iersel (L’Unesco non è l’ISIS). Concetti che, riesaminati alla luce del contesto culturale dell’Hotel Okura indicano forse che non solo il tema della tutela, ma anche le sue applicazioni pratiche potrebbero avere uno sviluppo dialettico.  

L’autista era sceso dalla macchina e si era inchinato. Henderson lo aveva sommerso di un torrente di istruzioni in giapponese e poi aveva raggiunto Bond sul sedile posteriore. “Prima di tutto ti porto all'albergo, l’Okura, il più nuovo di quelli occidentali. L’altro giorno hanno ucciso un turista americano al Royal Oriental e non vogliamo perderti così in fretta”.

La lobby dell'Hotel Okura negli anni Sessanta. Da: Saburo Mizoguchi, The Indigenous Patterns and Hotel Okura, 1964

L’albergo “occidentale” dove Ian Fleming scelse di far alloggiare James Bond durante il suo soggiorno a Tokyo in realtà era stato inaugurato solo due anni prima della pubblicazione di Si vive solo due volte, nel maggio 1962. All’Okura l’agente segreto avrebbe varcato la soglia di un atrio dall’eleganza senza pari, progettato da uno dei primi modernisti, Yoshiro Taniguchi: uno spazio lievemente ribassato caratterizzato da grandi finestre a traverse decorate ad asanoha, i motivi geometrici tradizionali, lampadari esagonali a soffitto e schermi a parete di broccato a fiori quadripetali disegnati dal ceramista Kenkichi Tomimoto. Un preannuncio di alcuni dei leitmotiv dell’albergo, i cui elementi progettuali adottano gli schemi decorativi della tradizione giapponese in misura tale che la loro reinterpretazione all’Okura fu perfino accompagnata da una specifica pubblicazione. Grazie all’impeccabile gestione dell’albergo le sue condizioni sono state finora mantenute nella forma originale.

Il suo carattere si è fatto ancor più raffinato grazie alla patina di storia che i suoi leggendari ospiti hanno lasciato dietro di sé: un lungo elenco che comprende tra l’altro quasi tutti i più importanti monarchi e capi politici dell’ultimo mezzo secolo.

Ma l’occasione di visitare l’albergo nella sua immacolata condizione sta avviandosi al termine: l’Okura è destinato allo smembramento in conseguenza delle stesse forze che ne hanno provocato la nascita. Di fatto la costruzione dell’albergo va intesa nel quadro di una serie di modernizzazioni delle infrastrutture di Tokyo in vista delle Olimpiadi del 1964. Fu un’epoca di frenetiche innovazioni, ma contemporaneamente caratterizzata dallo spirito modernista di un’epoca, che a Tokyo portava il segno della World Design Conference (WoDeCo), il convegno mondiale del progetto tenuto nel 1960. Oggi, con le Olimpiadi del 2020 all’orizzonte, l’ala principale sarà chiusa nel 2015 e verrà ricostruita sotto forma di un grattacielo di vetro la cui inaugurazione è prevista in tempo per ospitare il gran numero di turisti attesi per i Giochi. In particolare l’incerto destino dell’atrio e dell’adiacente “Bar dell’Orchidea” è stato molto criticato, fino a provocare di recente una petizione – “Salvate l’Okura” – lanciata dalla rivista Monocle di Tyler Brûlé, alla quale, dal punto di vista del proprietario dell’albergo, si contrappone una lungamente attesa e quindi inevitabile ristrutturazione.

Il pannello della porta scorrevole della lobby con i fiori quadripetali disegnati dal ceramista Kenkichi Tomimoto

Sarebbe sbagliato sottovalutare questo dissidio come un conflitto di priorità tra modaioli e affaristi; e in questo il caso dell’Hotel Okura mette in luce anche una differenza culturale che indica nella cultura giapponese una differenza nella consapevolezza della transitorietà. In realtà l’apprezzamento estetico dell’effimero, come i fuochi d’artificio o la bellezza delle stagioni, purtroppo coincide con una provvisorietà che spesso mette le abitazioni giapponesi di fronte alla realtà dei terremoti e degli incendi. Sulla base di frequenti miglioramenti normativi destinati a limitare i danni di queste minacce, spesso gli edifici vengono ricostruiti invece che ristrutturati, con il risultato della nota durata di vita ridotta delle case giapponesi, che assomma a meno di trent’anni. Tuttavia ciò che a prima vista può apparire profondo pragmatismo o sobrietà si ritrova anche nella tradizione del rinnovamento, come accade per la periodica ricostruzione dei santuari scintoisti – un rituale chiamato shikinen sengu – che per l’Ise Jingu si protrae da 1.300 anni. Benché ‘rinato’ 62 volte il santuario viene comunque considerato originale.

In questo contesto l’iniziativa di ricostruire un edificio può essere meno estranea alla cultura nipponica rispetto ai criteri occidentali di autenticità e di antichità come condizione preliminare della tutela. Quest’ultima, come sostiene Rem Koolhaas, non è necessariamente nemica della modernità ma può invece essere parte della sua innovazione, sollevando con ciò – esplicitamente o meno – il problema di che cosa conservare. Nel caso dell’Okura l’elenco sarebbe lungo e, a parte l’esigenza di proseguire nella discussione dei termini generali della conservazione, l’Okura impone anche l’urgenza di visitarlo a motivo della sua condizione effimera. Una situazione che aggiunge in definitiva un elemento di tragedia imminente, che risuona come un sottofondo di malinconia nell’atrio, ma che è anche la base della rinnovata attenzione che l’albergo sta ricevendo. Curiosamente il tema della rinascita di una cosa (o di una persona) condannata a morte è anche il motivo ispiratore del titolo del libro di Ian Fleming, che lo porta a comporre un haiku nello stile di Matsuo Basho, il poeta del periodo Edo, che fa da esergo al romanzo:

Si vive solo due volte:
una volta quando si nasce
e una volta quando si guarda
la morte in faccia.

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Andreas Kofler, architetto, urbanista e giornalista freelance, è attivo a Parigi e a Tokyo. Ha lavorato per vari studi – tra cui STAR, TD, OMA/AMO, l’AUC e Dominique Perrault – prima di partecipare alla fondazione di Weltgebraus. La maggior parte dei suoi progetti implica un’articolazione multidisciplinare, come i lavori sulla Grand Paris (DPA/l’AUC), sulla Grande Mosca (l’AUC), per Prada (AMO) e la mostra The Image of Europe (TD/AMO) per l’Unione Europea.