Il museo come piattaforma

Progettato da David Chipperfield, il nuovo Museo Jumex di Città del Messico ospita la più importante collezione privata in America latina raccolta da Eugenio López, erede di un'azienda di succhi di frutta.

“Qual è il ruolo del museo contemporaneo?” Questa la domanda riportata sulle brochures, le pareti e il sito internet dell’atteso Museo Jumex, aperto recentemente a Città del Messico.

Progettato da David Chipperfield, il museo ospiterà su circa 4000 metri quadri la più importante collezione privata di opere d’arte dell’America Latina, raccolta da Eugenio López, quarantenne erede di una famiglia produttrice di succhi di frutta. In termini di ampiezza e ambizione tra le imprese culturali messicane nate negli ultimi anni, il Jumex è paragonabile solo al vicino Museo Soumaya, del magnate delle telecomunicazioni Carlos Slim, progettato da Fernando Romero e inaugurato, in altrettanta pompa magna, nel 2011.

David Chipperfield, Museo Jumex, Mexico City, 2013

Il giorno dell’inaugurazione del Jumex, il commento più diffuso tra il pubblico riguardava la grande differenza tra i due musei (differenza peraltro effettiva). Ma come esempio del modo in cui in Messico si stia costruendo la cultura attraverso, citando le parole di un amico quel giorno, “la privatizzazione del pubblico”, i due musei rappresentano due versioni opposte della stessa ambizione. Non è infatti una coincidenza che sorgano praticamente uno di fronte all’altro nella tanto strombazzata meta commerciale, culturale e del divertimento di Nuevo Polanco, uno dei più estremi interventi di riconversione urbana nella storia recente della città.

Quasi soffocato dal contesto, il Museo Jumex riesce sorprendentemente a distinguersi come una piccola e robusta fortezza neomodernista rivestita dal tono cremoso del travertino locale. Il museo è tagliato a metà in una “gonna” inferiore, pubblica, che rivela in maniera civettuola quanto basta per attirare i passanti, e una galleria superiore disposta su due piani, coronata da una copertura a shed. O, come lo ha definito pubblicamente Chipperfield durante un’intervista con Hans Ulrich Obrist nell’ambito del programma inaugurale: “un museo distaccato e riflessivo arroccato sopra un altro museo, pubblico e attivo”.

David Chipperfield, Museo Jumex, Mexico City, 2013

All’esterno l'edificio si sforza di portare regolarità al contesto, una figura solitaria che viaggia controcorrente. Il lotto, ex sito industriale, è stato incredibilmente impegnativo: un piccolo appezzamento di terra triangolare, stretto tra vistosi edifici commerciali e residenziali, affiancato da un binario ferroviario (ancora attivo) e una torre ellittica per appartamenti che si insinua da dietro, alla distanza di un braccio dal museo, per non parlare dell’accattivante Soumaya, un paio di metri di fronte, e del gigantesco schermo a LED appeso all’altisonante aggetto geometrico in acciaio del vicino teatro progettato originariamente, anche se non ancora concluso, da Antón García-Abril, che vomita costantemente il disgustoso promo verde di Wicked, the musical.

David Chipperfield, Museo Jumex, Mexico City, 2013

Con l’aiuto del partner locale TAUU, guidato dall’architetto Óscar Rodríguez, anziché creare un edificio introverso, Chipperfield affronta la sfida posta dal contesto. Una prima versione del progetto rompeva la struttura in una serie di piccole scatole, ma fu scartata per la natura della collezione che richiedeva grandi gallerie aperte. Così l’edificio divenne verticale, la goffa geometria addolcita dalla rifrazione. Il progetto è stato ripensato e rielaborato in loco, così che solo pochi elementi sembrano fuori luogo. Per affrontare la complessa impostazione, Chipperfield si è concentrato sugli aspetti più positivi del contesto: un clima mite che permetteva un involucro aperto e terrazzato; e la disponibilità di una forza lavoro specializzata e incredibilmente qualificata, che ha tagliato e modellato a mano le pietre della facciata, creando un effetto morbido e naturale. Se c’è una cosa che differenzia immediatamente l’edificio dal contesto, è sicuramente la grande attenzione ai dettagli che caratterizza i migliori lavori di Chipperfield. L’edificio lascia anche spazio all’umorismo: la facciata in pietra strizza furbescamente l’occhio al lussuoso centro commerciale di fronte, Antara Polanco, progettato da Javier Sordo Madaleno nel 2006, rivestito in elementi prefabbricati di calcestruzzo a imitazione del travertino, dipinti nella medesima tonalità di beige lattiginoso.

Secondo Chipperfield “una stanza senza connessione con l’esterno non è una stanza”

Dall’interno, il museo appare a dir poco stupefacente. La costruzione è così accurata che viene voglia di strofinarsi contro ogni superficie. Le finestre a tutt’altezza, le porte girevoli massicce che sfiorano il soffitto e una scala scultorea profilata in acciaio annerito, esprimono tutto il dramma, senza strafare. I pavimenti in travertino portano un calore inusuale per gli standard dei white cube. Non c’è niente delle pretese modaiole delle gallerie contemporanee. Infatti, paragonato ai vezzi dello spazio espositivo precedente che ospitava la raccolta, aperto nel 2001 all’interno della fabbrica di succhi di frutta Jumex, nella periferia industriale di Ecatapec, il Museo Jumex appare completamente maturo.

Anche la fondazione è cresciuta e il nuovo edificio è stato l’occasione perfetta per celebrare e segnare una nuova tappa della sua breve storia. Il Jumex ha avuto un’inaugurazione col botto: tre giorni di feste stravaganti, pre-aperture, discussioni pubbliche e un maiale arrosto. Artisti, commercianti, critici ed esperti sono arrivati da tutto il mondo per l’occasione. Le mostre inaugurali forse non erano folgoranti come le feste, ma gli ospiti erano comunque elettrizzati. Il secondo piano della galleria ospitava una retrospettiva di James Lee Byars, la più raffinata e cerebrale delle tre mostre, curata da Magalí Arriola e Peter Eleey, di PS1, che la ospiterà l’estate prossima.

Jumex Museum, Fernando Gamboa, installation view in the bookstore. Marble floor by Martin Creed.

Nello spazio principale della galleria è allestita una doppia mostra, curata dal direttore del museo, Patrick Charpenel, che unisce in modo occhieggiante al gusto più popolare le opere salienti della collezione e una personale senza pretese di Fred Sandback. La mostra ha fatto strabuzzare gli occhi a più di un critico, ma per il Messico appariva invitante e significativa. Aveva qualcosa del sovraccarico sensoriale così profondamente radicato qui, una delle poche costanti della città. Come cospargere di salsa e di succo di lime qualsiasi cosa. O costruire chiese in cima ad antiche piramidi e nuovi edifici che divorano le chiese antiche. Più che la spolverata di opere di artisti messicani, questa stratificazione pesante di pezzi su un unico grande piatto da portata è stata un gesto incredibilmente familiare e soddisfacente, e probabilmente un modo efficace per comunicare con le folle già in pellegrinaggio nel quartiere per scattarsi fotografie davanti alla facciata in alluminio scintillante del Soumaya.

Museo Jumex, James Lee Byars, installation view

Lo spazio espositivo principale è permanentemente cullato in un gioco arioso di luce naturale e artificiale, con diverse profondità e geometrie nette, che proseguono sino al lucernario frastagliato della copertura. “Per un curatore o un conservatore, la luce naturale è il nemico, è inaffidabile. Come puoi ottenere solo la quantità esatta di luce?” si è chiesto l’architetto. Ma i cambiamenti di luce naturale possono anche offrire ai visitatori esperienze diverse dello spazio, così la sfida non era escludere il sole o rendere la luce diurna una costante regolare, ma progettare leggere modulazioni. Ogni singola galleria del museo è illuminata dalla luce naturale (nonostante una delle finestre sia stata oscurata per una delle mostre). Secondo Chipperfield “una stanza senza connessione con l’esterno non è una stanza”.

Una terza mostra, non annunciata, più grintosa ma non meno raffinata, curata da Patricia Marshall – una collaboratrice della collezione – è stata nascosta sotto l’edificio, in un parcheggio sotterraneo. Come se le tre portate non fossero sufficienti, altri pezzi sono stati gettati nella mischia: un’installazione esterna di Damian Ortega composta da oggetti domestici in equilibrio e una modesta presentazione (nella libreria, insieme a uno splendido pavimento in lastre di marmo di Martin Creed) di una intrigante pubblicazione del museo dedicata all’archivio di Fernando Gamboa, che calza perfettamente se si considera che Gamboa fu un famoso promotore culturale degli anni Cinquanta che dedicò la sua vita a portare la cultura messicana sulla scena internazionale. In poche parole, la prima risposta alla domanda di apertura sul ruolo del museo contemporaneo è che deve ancora essere capace di allestire un bello spettacolo.

Museo Jumex, Un lugar en dos dimensiones: una selección de Colección Jumex + Fred Sandback, exhibition view

La metà inferiore del museo comprende un atrio che si apre su una piccola piazza, un bar affacciato su una terrazza e lo spazio più intrigante dell’edificio: la vetrina pubblica, una nicchia di vetro sperimentale circondata da un’enorme terrazza che taglia la facciata. La vetrina abbraccia il contesto inverosimilmente saturo, cercando di trarne il meglio, come una modella che fa della sua dentatura irregolare un segno distintivo. Non è una sala espositiva, né un auditorium: incarna la duplice funzione di luogo dinamico e destinazione realmente pubblica, un delicato equilibrio tra apertura e riservatezza, tra rumore e riflessione, tra l’apertura al caos e ai ritmi mondani della città e la creazione di un rifugio per i pensieri profondi e un’esperienza estetica unica.

La domanda da porsi è come un’istituzione privata possa assumere un ruolo anche più ambizioso di quelle pubbliche nel promuovere il cambiamento sociale e culturale

Torniamo quindi alla domanda: qual è il ruolo di un museo di arte contemporanea? Il Museo Jumex, come il Soumaya, vuole trasformare una ricchezza personale in fonte di cultura pubblica. La vera sfida per il Jumez è quella di non creare un museo di livello mondiale (in Messico ce ne sono in abbondanza, di cui un paio dedicati all’arte contemporanea) ma farne un’istituzione rilevante per il Paese e la città (e il suo contesto urbano più prossimo) capace di raccogliere le spinte sociali più estreme. La vera sfida che lo attende riguarda quello che Chipperfield chiama “il cliente senza voce”, il cittadino comune. Un museo come questo può diventare uno strumento sociale importante per cambiare la cultura di massa? Lo spostamento verso il centro può provocare un movimento verso una posizione più centrale non solo nell’esporre cultura ma anche nel generarla?

Museo Jumex, Un lugar en dos dimensiones: una selección de Colección Jumex + Fred Sandback, exhibition view

Dall’apertura nel 2001 il Jumex ha esplorato diverse possibilità per trasformare una collezione in un’istituzione, affiancando agli spazi espostivi strumenti di ricerca ed editoriali, un importante programma di sovvenzioni per gli artisti emergenti e una biblioteca specializzata aperta al pubblico. Ora la domanda da porsi è come un’istituzione privata possa assumere un ruolo anche più ambizioso di quelle pubbliche nel promuovere il cambiamento sociale e culturale. In questo senso, il lancio del programma pubblico inaugurale è stato un banco di prova: una giornata di incontri che comprendeva una performance di Byars, un dibattito moderato da Gabriel Orozco con domande da parte del pubblico sul ruolo dell’arte, un’intervista con Chipperfield e Obrist, una lettura ispirata a Gamboa e un concerto di un gruppo locale.

Museo Jumex, Un lugar en dos dimensiones: una selección de Colección Jumex + Fred Sandback, exhibition view

Il Jumex vuole essere un’infrastruttura sociale e culturale: il museo come piattaforma pubblica. Resta da vedere se questo offuscamento dei confini tra pubblico e privato, tra il popolare e l’oscuro, sarà effettivamente in grado di connettersi con un pubblico più vasto, di creare non solo una “destinazione” ma un centro di attività critica creativa intorno alla cultura contemporanea (che in realtà manca alla città) che incanali queste energie trasformandole in bene comune. Gli elementi ci sono tutti, e l’avvio è stato sicuramente buono.