È davvero sostenibile?

Domus ha incontrato il collettivo Rotor per analizzare il modo in cui la questione etica della sostenibilità si realizza nella produzione contemporanea, all'interno e al di là della sfera dell'architettura e del design. A cominciare da Lovanio, che si è proposta di portare a zero le emissioni di carbonio entro il 2030.

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Domus 967, marzo 2013

Mano a mano che, da interesse militante, l'attenzione all'ambiente diventa posizione adottata da Governi nazionali e da amministrazioni locali, le città, le regioni e i Paesi d'Europa si pongono obiettivi ambiziosi per ridurre l'impronta ecologica. Di recente, la città belga di Leuven si è proposta di portare a zero le emissioni di carbonio entro il 2030. Il collettivo critico Rotor di Bruxelles è stato incaricato dal centro d'arte Stuk della città, di analizzare l'impatto culturale del concetto di sostenibilità sul tessuto urbano. Ne è uscita una serie di dipinti (tra cui quello in copertina) che raffigurano le attività quotidiane degli abitanti di Leuven connesse con questo concetto. Per Rotor, il cui lavoro ha spesso analizzato i flussi materiali dell'industria e dell'edilizia, la mostra "Leuven, 2012" inaugura una serie di progetti che analizzano il modo in cui la questione etica della sostenibilità si realizza nella produzione contemporanea, all'interno e al di là della sfera dell'architettura e del design. Joseph Grima ha incontrato Maarten Gielen e Lionel Devlieger per un confronto su questa ricerca, che si concluderà alla prossima Triennale di Architettura di Oslo (dal 19 settembre al 1° dicembre), di cui Rotor è curatore insieme con la rivista parigina Criticat.

Domus: Dato che quasi il 40 per cento del consumo totale di energia dipende dagli edifici, è chiaro che l'architettura, in quanto disciplina, è di fondamentale importanza nel discorso sulla sostenibilità. Tuttavia, come avete sottolineato, molto di quanto si afferma in materia di sostenibilità è relativamente senza significato, quando non decisamente inficiato dall'opportunismo, dall'ipocrisia ambientalista e dai trucchi di marketing degli immobiliaristi. Pensate che il ruolo dell'architettura in questo campo sia irreparabilmente compromesso?
Rotor: Stiamo elaborando una critica, cioè stiamo cercando di prendere un po' di distanza dal tema in modo da osservarlo con più chiarezza. Non siamo contro la sostenibilità: siamo sinceramente interessati al discorso dell'architettura su questo tema. Naturalmente, porsi la domanda se il concetto di sostenibilità possa essere preso sul serio è di per sé problematico, e lo è abbastanza da permetterci di rispondere in modi molto sfumati. Non vogliamo spingerci all'estremo opposto, sia perché si fa già abbastanza opera di promozione in merito, sia perché in materia non siamo terroristi. Troviamo che tutti i progetti che abbiamo inserito nella nostra ricerca siano davvero interessanti sotto certi aspetti. Qualche anno fa John Roberts della Arup disse che l'unico motivo per cui si potesse definire Masdar una città sostenibile è che sta dentro un recinto ed è perfettamente chiusa. Il sostenibile sta dentro le mura: non nell'aeroporto vicino, non nelle fabbriche di cemento che portano i materiali dentro la città. Sostenibile è solo quello che avviene dentro le mura e noi crediamo, da un punto di vista concettuale, che ogni progetto sostenibile, ogni progetto che pretenda di esserlo, debba avere un recinto. Chiamiamo queste riserve "sacche di sostenibilità". In un mondo non sostenibile, ogni progetto che invece lo sia deve trovare la propria strada per distanziarsi concettualmente da ciò che lo circonda.

In apertura: De Wakkere Akker, un’iniziativa per la Community Supported Agriculture di Herent. Qui sopra: Bancone per carne, salumi e verdure al supermercato Bio-Planet

Qui sorge ovviamente un problema: Masdar non potrebbe esistere senza un aeroporto e senza tutte le fabbriche prive di certificazione LEED che sorgono fuori dei confini cittadini.
L'idea implicita è che queste sacche di sostenibilità gradualmente si amplieranno e che, a un certo punto, diverranno così grandi da collegarsi tra loro a formare sacche maggiori. Poi, poco a poco, queste 'supersacche' si impossesseranno del mondo, un progetto alla volta. In certi casi, un progetto può perfino coinvolgere un Paese intero, ma deve avere confini ben identificabili.

L’eco-team dei “potatori d’energia” dopo una ricognizione in un’abitazione, a caccia di fattori di miglioramento nella gestione del consumo energetico. Questo dipinto fa parte di una serie di 16 quadri realizzati da Robert Suermondt, prendendo spunto dalla ricerca documentaristica del collettivo belga Rotor sulle iniziative ecologiche della municipalità di Leuven, città impegnata in un’opera di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2030. I dipinti sono stati esposti presso lo Stuk kunstencentrum di Leuven lo scorso febbraio, nell’ambito dell’Artefact Festival

Qualche tempo fa Florian Idenburg scrisse per Domus il saggio Astenibilità: sosteneva che la realtà dell'industria edile implica un massiccio consumo di energia; che, per quanto si vada lontano per costruire qualcosa di 'sostenibile', l'effetto complessivo è un aumento dei consumi; e che, se davvero si spinge questo ragionamento alle estreme conseguenze, l'unica attività sostenibile è non costruire.
È un'affermazione che in questi anni si sente abbastanza spesso nei Paesi occidentali, in parte ispirata al fatto che l'economia è in crisi e che non possiamo più permetterci di costruire. Se si esce dall'Europa e si va in Sudamerica, in Africa, in Asia—nel Congo, per esempio—non si può solo dire: "D'accordo, smettiamo di costruire". Per cui, da questo punto di vista, pensiamo che sia una critica un po' semplicistica. È anche un punto di vista molto triste: se lo scopo ultimo è risparmiare energia, perché non ci suicidiamo? In fin dei conti, tutto, perfino camminare, consuma energia.

Tetto verde del supermercato BioPlanet sul Tiensesteenweg

Però è vero che, a parte il dogma della sostenibilità di per sé, la premessa del sistema economico capitalista è l'espansione permanente. E un'espansione illimitata—per quanta attenzione si faccia alle risorse—è teoricamente impossibile, per lo meno senza la fusione fredda o cose simili.
Nel 1987 le Nazioni Unite hanno pubblicato il Rapporto Brundtland, che comprendeva quella che oggi è una delle definizioni più generalmente accettate di sostenibilità: "Lo sviluppo sostenibile è quello che soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la possibilità che le generazioni future soddisfino le loro". L'aspetto intrigante di questa definizione è che si basa sull'idea di 'esigenza'. Il punto è come lavorare su quell'idea in quanto architetti, e individuare quali siano le esigenze in questione. Nella nostra società, lo sviluppo è sicuramente sentito come esigenza. In altre parole, la crescita del bisogno di bisogni rappresenta un'esigenza. Il discorso finisce per mordersi la coda. Quando si parla di sostenibilità, prima o poi si finisce con il parlare di problemi esistenziali, come lo scopo della vita. Nella nostra mostra volevamo analizzare come queste nuove morali influenzino la vita quotidiana a Lovanio.

La cappella Romaanse Poort dopo la prima riunione del comitato direttivo del Climate Neutral 2030 di Leuven

Potete parlarci della mostra di Lovanio e spiegarci come mai questo processo ha portato a realizzare dipinti?
Lovanio è una piccola città a 25 km da Bruxelles. La presenza dell'Università cattolica ha generato una forte tradizione cattolica e comportamenti profondamente etici, oltre a una grande fiducia nella tecnologia. Questi fattori hanno costituito un terreno molto fertile per le idee sulla sostenibilità. Lovanio ha maturato il proposito solenne di diventare, entro il 2030, una città a zero emissioni di carbonio. Sono fortunati, perché non hanno industrie pesanti, ma questo obiettivo resta comunque molto ambizioso. Il nostro intento è innescare un dialogo a partire dallo slogan "Zero emissioni di carbonio nel 2030", osservando la situazione del 2012 e ciò che accade giorno per giorno per preparare la società sostenibile di domani. Koen Berghmans, un nostro collega, ha fotografato le attività quotidiane di Lovanio—dalle lezioni di cucina vegetariana ai repair cafés—e fatto ricerca su nuovi materiali da costruzione. Il risultato è stata la produzione di centinaia di immagini, tra le quali abbiamo attentamente selezionato 16 scene, poi tradotte in dipinti dal pittore di origine svizzera/olandese/slovena Robert Suermondt, che ha studio a Bruxelles. Si può dire che si è trattato di un vero e proprio incarico decisamente vecchio stile. Volevamo usare la pittura per creare uno specchio per i visitatori, per aiutarli a identificarsi con le scene.
L'ultimo dipinto fa un po' da contrappeso agli altri. Dietro questa astratta retorica dell'economia intelligente dei materiali ci sono sempre dei lavoratori immigrati che fanno il lavoro sporco. Ci è sembrato molto importante equilibrare tutte queste innocenti immagini di borghesi consapevoli con la rappresentazione di una veduta più sgradevole di quello che ci sta dietro. Non ci preme denunciare una pratica in favore di un'altra, quanto mostrare che è difficile separare il buono dal cattivo.

Visitatori a passeggio nel futuro orto di De Wakkere Akker, a Herent

Avete scelto di prendere le distanze da una pittura immediatamente fotografica. Che cosa ha ispirato questa decisione?
Dato che siamo continuamente bombardati di immagini, è molto difficile conquistare l'attenzione di qualcuno con un'immagine. È il motivo per cui anche a Lovanio volevamo esporre dei dipinti, perché quel che stiamo facendo è presentare Lovanio a Lovanio, le persone dei dipinti sono le stesse che stanno di fronte ai dipinti. Come si fa a mettere uno specchio di fronte a qualcuno? E come si fa a far capire il significato simbolico della raccolta differenziata? Un dipinto si legge molto più facilmente come una specie di dispositivo simbolico o metaforico che come un'immagine. In questo caso volevamo mettere chi guarda di fronte a uno specchio. E quindi ci servivano dei dispositivi che favorissero l'identificazione dell'osservatore con la scena.

Alludi all'idea di impegnare il pubblico in prima persona nel più vasto quadro della sostenibilità. A quanto pare il tuo discorso significa che, per realizzare una società sostenibile, oltre alla tecnologia edilizia occorre un impegno individuale.
A questo proposito si verifica una curiosa oscillazione perché, se ci si riferisce per esempio agi scritti di Buckminster Fuller, egli afferma che non è possibile riformare l'uomo, l'unica possibilità che resta è riformare l'ambiente, e quindi occorre usare la tecnologia per riconfigurare completamente l'ambiente: Fuller abbandona totalmente l'idea che gli uomini si possano cambiare. Ovviamente è un punto di vista profondamente modernista, da cui abbiamo ereditato una potente tecnofilia. Oggi molti hanno un atteggiamento critica, ma una volta ogni tanto è una buona cosa anche prendere in considerazione certi elementi di saggezza di questo proposito di riformare gli uomini.

A sinistra: open house durante la settimana del clima a Leuven. A destra: il teatro di balle di paglia OPEK (Openbaar Entrepot voor de Kunsten)

Ho sentito molto parlare di un'analogia, dal punto di vista esistenziale, tra il vostro lavoro a Lovanio, attento a questi semplici gesti di vita quotidiana, e ciò che Dan Hill ha scritto di recente sull'idea dei "cittadini intelligenti" e delle iniziative individuali. La dimensione più promettente di questa nuova frontiera di pensiero guarda a questa prassi di partecipazione che si diffonde in tutta la società. La sostenibilità viene necessariamente dalla base.
L'Unione Europea qualche anno fa ha adottato una politica di eliminazione delle lampadine a incandescenza a favore di quelle a risparmio energetico. In realtà i risparmi sono inesistenti perché la nuova tecnologia consente di illuminare – come era stato predetto – cose che prima non lo sarebbero state. Ma allora l'Europa sosteneva questo programma di riduzione dei consumi energetici e, in coincidenza con la crisi del 2007, si verificò un'imprevista, drastica riduzione dei consumi energetici. Di colpo l'energia divenne meno costosa e oggi siamo allo stesso livello in cui eravamo prima della crisi. Le conseguenze logiche sono assolutamente prevedibili. Se le lampadine sono state molto efficaci nella riduzione del consumo energetico complessivo, quest'ultimo è stato in qualche modo riequilibrato da un altro punto di vista. La diffusione dei comportamenti che parte dalla base è bloccata dall'attuale sistema economico.

Dimostrazione del funzionamento di un telaio per finestra Internorm

The Coal Question, scritto nel 1865 da William Stanley Jevons, dimostra che una combinazione di iniziative individuali e regole amministrative vincolanti può incanalare e imporre, al di là di qualunque iniziativa individuale, la necessità della riduzione. Ma ciò ripropone il problema dello sviluppo sotteso all'ideologia capitalista, e le due cose in definitiva sono in contraddizione.
C'è anche un rapporto con l'idea di profitto e del relativo atteggiamento verso di esso della società in quanto tale. Non siamo molto lontani da Georges Bataille e dal concetto di "dispendio glorioso" contrapposto al "dispendio catastrofico". In certo qual modo Jevons afferma che il risparmio ha senso solo se lo si investe in qualcosa che non accresca la produzione. Forse su questo punto l'architettura può dare un contributo.

Le immagini dell'articolo sono i dipinti frutto del lavoro a quattro mani del pittore Robert Suermondt e del collettivo Rotor, esposti al centro per l'arte Stuk di Leuven lo scorso febbraio.

Casa unifamiliare a Heverlee

Il collettivo Rotor è stato fondato nel 2005 a Bruxelles. Oltre a ideare e realizzare progetti di architettura e design, Rotor esprime il proprio punto di vista critico su progetto, risorse materiali e diseconomie attraverso ricerche, mostre, scritti e conferenze. Vi fanno parte: Maarten Gielen, Tristan Boniver, Lionel Devlieger, Michael Ghyoot, Benjamin Lasserre, Melanie Tamm, Renaud Haerlingen, Lionel Billiet e Koen Berghmans