L'abbiamo visto arrivare

Dopo un decennio dall'attentato dell'11 settembre 2001, Lebbeus Woods riflette sul contesto della tragedia e sull'amarezza che la ricostruzione sia come sempre una questione di affari.

Per chi aveva visto nell'estate del 1992 il rogo delle torri gemelle di Sarajevo [1], colpite da terroristi che intendevano minare il morale della popolazione di quella città cosmopolita, l'attacco alle torri gemelle del World Trade Center di New York, nove anni dopo, che aveva lo stesso intento, non è stato una sorpresa. La caduta della Cortina di ferro e la fine della guerra fredda avevano generato un nuovo tipo di guerra mondiale, non fondata sullo scontro di grandi eserciti in campo aperto, ma su azioni insurrezionali limitate che attaccavano i centri del potere nemico, li distruggevano e quindi ne minavano la fiducia e la capacità di dominare gli altri. Questo nuovo tipo di lotta si chiama terrorismo. La sua arma principale consiste nel suscitare la paura dei nemici, Stati o cittadini comuni che siano, e approdare non ad armistizi, trattati o altri strumenti formali di riconciliazione tra Stati legalmente riconosciuti, ma a vittorie di fatto, in cui la speranza dei rivoltosi è conquistare concessioni economiche e politiche tali da rafforzarli nella loro sfera d'influenza e nel mondo, nel senso di incutere sempre più timore e quindi diventare sempre più potenti e autorevoli.
Foto di apertura: Sarajevo 1992, il rogo delle torri UNIS. Fotografia: Ivan Puljic; qui sopra: Sarajevo/New York, programma della conferenza, 5 marzo 1994. Scansione del programma originale; la foto è di una vecchia cartolina
Foto di apertura: Sarajevo 1992, il rogo delle torri UNIS. Fotografia: Ivan Puljic; qui sopra: Sarajevo/New York, programma della conferenza, 5 marzo 1994. Scansione del programma originale; la foto è di una vecchia cartolina
Una nuova caratteristica significativa di questo genere nuovo di conflitto sta nel fatto che le controparti non sono divise da una linea sociopolitica (comunisti da una parte e capitalisti dall'altra) come nella rivalità tra le due superpotenze della guerra fredda, ma da una linea religiosa. Fatto che costituisce un ritorno al medioevo, e per nulla moderno se non in termini di armamenti e di tecniche di comando e controllo. Il conflitto ora è prima di tutto tra cristiani e musulmani. L'attacco di Sarajevo fu condotto da combattenti cristiani contro una maggioranza musulmana. L'attacco al World Trade Center di New York fu condotto da combattenti musulmani contro una maggioranza cristiana. Per entrambi lo scopo era colpire un modo di vivere. Entrambi gli attacchi erano attacchi contro l'idea stessa di città.
RoTo Architects (Michael Rotondi) proposta di ricostruzione del sito del reconstruction World Trade Center, 2002. Modello di RoTo Architects
RoTo Architects (Michael Rotondi) proposta di ricostruzione del sito del reconstruction World Trade Center, 2002. Modello di RoTo Architects
Il 5 marzo 1994 si svolse nella sala grande della Cooper Union di New York un convegno intitolato Sarajevo/New York: The City Under Siege , "Sarajevo-New York: la città sotto assedio". Vi parteciparono alcuni dei più acuti osservatori e analisti dell'attacco a Sarajevo e delle sue conseguenze per qualunque città. Scopo del convegno era far prendere coscienza ai newyorchesi dei bisogni urgenti degli abitanti di Sarajevo, ma anche della possibilità che "succedesse anche qui". Quante persone se ne andassero alla fine di quella giornata con l'idea che New York potesse essere vittima di un attacco, io non lo so. Ma alcuni di noi lo hanno visto arrivare e molti, se avessero compreso a fondo quel che stava accadendo oltreoceano, avrebbero dovuto prevederlo.
L’occasione di creare una grande, nuova opera d’architettura e di spazio pubblico – il monumento migliore al coraggio umano e alla capacità di reagire di fronte a una perdita tremenda – era svanita
Steven Holl, concept per la proposta di ricostruzione del sito del World Trade Center, 2002. Disegno di Steven Holl
Steven Holl, concept per la proposta di ricostruzione del sito del World Trade Center, 2002. Disegno di Steven Holl
Lo spreco di una grande mente è una cosa terribile

Dopo la caduta delle torri gemelle sorsero intorno al World Trade Center aspri dibattiti su come, o addirittura se, il sito dovesse essere ricostruito. Vi presero parte alcuni degli architetti più brillanti e creativi dei nostri tempi, spesso con specifiche proposte progettuali, ognuna delle quali – a usarla come punto di partenza – avrebbe ribaltato la tragedia in trionfo, trasformando radicalmente il sito del disastro in un nuovo genere di spazio urbano. Il progetto di massima scelto alla fine, quello di Daniel Libeskind, architetto di gran fama per i suoi progetti concettuali e per il Museo ebraico di Berlino, era la meno innovativa di tutte e la più facile per politici e immobiliaristi, che senza dubbio facevano conto sulla sua facile digeribilità. Consistendo in nulla più che in un normale gruppo di normali grattacieli, dominati dalla cosiddetta "Liberty Tower", o "grattacielo della Libertà", dell'altezza di quasi 550 metri, intendeva – in modi che non sono mai stati ben chiari – diventare il simbolo della capacità di reagire dell'America. Un memoriale della Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti dalla monarchia britannica del 4 luglio 1776 appare bizzarramente distante dagli attacchi di Al-Qaida, dalle loro ragioni e da ogni seria prospettiva di efficace risposta; ma all'epoca fu salutato da molti come un'idea brillante. Comunque anche l'insipida proposta di Libeskind fu poi dirottata da politici e immobiliaristi, che l'affidarono a David Childs dello studio Skidmore, Owens and Merrill (SOM), il quale provvide al suo ulteriore decadere nell'indifferenza convenzionale.

L'occasione di creare una grande, nuova opera d'architettura e di spazio pubblico – il monumento migliore al coraggio umano e alla capacità di reagire di fronte a una perdita tremenda – era svanita.
Raimund Abraham, Architect, proposta per la ricostruzione del sito del World Trade Center, 2002. Disegno su stampa seppia di Raimund Abraham
Raimund Abraham, Architect, proposta per la ricostruzione del sito del World Trade Center, 2002. Disegno su stampa seppia di Raimund Abraham
New York, New York

Si dice spesso che New York è il centro della cultura mondiale. La sola cultura di cui sia davvero il centro è quella del comprare e del vendere, e di qualcuno – di solito un'élite benestante – che in questo processo ci fa i soldi. A New York, come sempre di più dappertutto, la cultura del profitto è quella intorno alla quale ruotano tutte le altre subculture. Certo l'arte, la musica, la letteratura e la danza a New York fioriscono perché c'è la possibilità, in un modo o nell'altro, di "comprarle e venderle": producono denaro. Senza il quale la cultura della bellezza e dell'ispirazione semplicemente sparirebbe, per lo meno a quel che dicono. Quel che non dicono invece le aziende e i mecenati che ci assicurano che il capitalismo è il grande patrono dell'arte, è che si compra e si vende solo l'arte che si adegua alla corrente dominante. Certamente la corrente dominante tollera e perfino richiede un certo tasso di opere non allineate d'avanguardia che scuotono, criticano, provocano e attaccano i principi d'impresa, allo scopo di rivendicare una legittimazione in termini storici. E tuttavia ci sono limiti precisi a quel che si può fare e promuovere a scopo di lucro, e sono limiti molto stretti. Qualunque serio, non ironico riferimento al socialismo viene ignorato dal mercato. Così come qualunque serio appello a una vera rivoluzione, sotto l'ègida di qualunque ideologia. Così come qualunque seria rivendicazione di un futuro che non abbia al suo centro il capitalismo. L'elenco è lungo, ma poco discusso in pubblico; anche di questo si privano artisti e critici che da molto tempo hanno adottato una cauta autocensura per non essere considerati simpatizzanti dei terroristi o comunque non adatti al mercato.
A sinistra: Allied Works, Architects, proposta per la ricostruzione del sito del World Trade Center, 2002. Modello di Allied Works. A destra: Lebbeus Woods, Architect, proposta per la ricostruzione del sito del World Trade Center, 2002. Disegno di Lebbeus Woods
A sinistra: Allied Works, Architects, proposta per la ricostruzione del sito del World Trade Center, 2002. Modello di Allied Works. A destra: Lebbeus Woods, Architect, proposta per la ricostruzione del sito del World Trade Center, 2002. Disegno di Lebbeus Woods
New York è una città dotata di pochi edifici contemporanei innovativi. Nomi famosi vi vengono occasionalmente invitati per costruire edifici stracommerciali, mai per fare proposte urbanistiche ambiziose che potrebbero influire sul futuro della città e sul modo in cui la maggioranza delle persone vive concretamente. Particolarmente vistosa è l'assenza di architetti americani di fama mondiale come Eric Owen Moss e Steven Holl, che ci vive. Thom Mayne e il suo studio Morphosis hanno costruito un edificio rivoluzionario per la Cooper Union, università progressista che insiste a frasi frequentare gratuitamente dagli studenti. Il resto della città è il prodotto della speculazione immobiliare, dei profitti e delle perdite: il modello che le città di tutto il mondo sembrano ansiose di seguire.

Il messaggio lanciato da New York, al centro dell'attenzione del mondo in questo 11 settembre, è semplice: "Gli affari continuano".

[1] Grattacieli Unis di Sarajevo, 1992

Atelier Daniel Libeskind, con David Childs di SOM, proposta per la ricostruzione del sito del World Trade Center, 2002-2009. One World Trade Center (prima Freedom Tower e Liberty Tower) a sinistra. Rendering: courtesy  Silverstein Properties.
Atelier Daniel Libeskind, con David Childs di SOM, proposta per la ricostruzione del sito del World Trade Center, 2002-2009. One World Trade Center (prima Freedom Tower e Liberty Tower) a sinistra. Rendering: courtesy Silverstein Properties.
Progressione dei lavori di ricostruzione del World Trade Center.   6 settembre 2011. Fotografie di Lebbeus Woods
Progressione dei lavori di ricostruzione del World Trade Center. 6 settembre 2011. Fotografie di Lebbeus Woods

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