Prometeo incatenato e liberato
Kenneth Frampton
Nel lavoro di ristrutturazione, ampliamento e consolidamento strutturale della Facoltà di Architettura del Pratt Institute di Brooklyn (1997-2005) e nell’edificio dei dipartimenti di Arte e Storia dell’Arte della University of Iowa di Iowa City (1999-2006), troviamo due opere esemplari dello studio Steven Holl Architects: due opere determinate in gran parte dal contesto, che dimostrano in modalità molto differenti l’ispirato talento di Steven Holl. Come ho voluto suggerire nel titolo, queste opere rappresentano due atmosfere e due momenti diversi: la prima si è confrontata con un rigido vincolo del contesto – dato dal tessuto degli edifici adiacenti e dalle risorse finanziarie estremamente ridotte –; la seconda è stata l’occasione di creare una forma libera e in espansione, che dà spazio – grazie a un unico gesto, deciso e onnicomprensivo – alla materializzazione e alla rappresentazione di una Facoltà accademica ibrida, unica nel suo genere; una Facoltà, che riunisce in una sola istituzione la creazione artistica e la sua interpretazione, considerati processi reciprocamente simbiotici. Si tratta, in realtà, dell’unica Facoltà di questo tipo che, mi pare, rimanga negli Stati Uniti.
Mentre il Pratt è rinchiuso tra due edifici preesistenti in muratura di mattoni portante, vicini alla sintassi costruttiva delle fabbriche ottocentesche, lo Iowa si apre su un lago artificiale circondato da un’interfaccia a parco, situato tra il reticolo originario delle strade cittadine, un campus universitario progettato con qualche vaghezza e un pittoresco tessuto suburbano collocato su un’altura esterna tanto al reticolo quanto al campus: un sito triangolare, appartato, arcadico, che ci appare come una specie di terra di nessuno tra le zone – di grana differente – del tessuto circostante. Nel caso del Pratt, dunque, si tratta di un ingegnoso intervento di infiltrazione urbana; nel caso dello Iowa di un’opera topografica che si apre sul lago, insieme con una macchia d’alberi, e che volge la ‘schiena’ ortogonale a una strada di collegamento con la città.
Per quanto riguarda il Pratt Institute, è difficile trovare le parole adatte a esprimere il carattere economicamente eroico dell’opera. È uno dei rari interventi architettonici capaci di donare nuova vita a un’istituzione: la forza della rivitalizzazione impressa alle strutture di mattoni preesistenti contigue è tale da dare l’impressione che la Facoltà di Architettura del Pratt abbia finalmente un’identità. Ci viene così donato un edificio essenzialmente funzionale ma anche dal valore simbolico discreto, in grado di competere, per la pregnante distribuzione spaziale, con qualunque altra Facoltà di Architettura statunitense. In ultima analisi, il gioco dipende quasi esclusivamente da pochi magistrali gesti spaziali, eseguiti da un architetto di consumata esperienza; ovvero dalla presenza di sei brillanti mosse che, a posteriori, possono essere così individuate: 1. l’inserimento letterale, tramite una gru, di uno scheletro di sei pilastri di calcestruzzo armato tra i due edifici preesistenti; 2. il contemporaneo ampliamento di questa struttura con uno spazio sotterraneo in grado di ospitare la sala delle conferenze; 3. il collegamento della sala delle conferenze con l’atrio d’ingresso a doppia altezza, attraverso una serpeggiante scala regia, che si incurva scendendo nella cavità sotterranea; 4. la realizzazione di piccoli spazi espositivi su più livelli, in modo da collegare i differenti piani dei due edifici contigui attraverso una rampa, che si apre sugli spazi adiacenti a ogni piano; 5. la copertura di questo tessuto spaziale con un lucernario progettato in modo da consentire l’ingresso della luce solare d’inverno e impedirlo in piena estate; 6. la creazione di nuovi prospetti, rivestiti da lastre di vetro opaco verticali e arricchiti da un intaglio neoplasticista di vetro trasparente, fissato da un infisso di acciaio color ocra rossa che scende a incorporare, con la medesima sintassi, una ‘scatola’ d’ingresso tridimensionale di lastre di vetro: si tratta di una tipica figura plastica di Holl, che è diventata quasi una firma (si veda il Cranbrook Science Center o l’ingresso del Kiasma Museum di Helsinki).
Questa composizione sincopata non potrebbe essere più lontana dal cacofonico gesto cubista gettato nel paesaggio intorno a Iowa City come una specie di sfida catalizzatrice, contro la quale e di fronte alla quale è stato organizzato il programma costruttivo in una sequenza di episodi spaziali dinamici, che assumono come elemento generatore un complesso sistema di scale a più livelli; un elemento, sul quale sembrano impattare tutti i volumi eterogenei ai rispettivi piani. È questo essenzialmente il modus operandi che influenza l’intero edificio: non solo gli studi per artisti sopra la biblioteca, ma anche le aule impilate ortogonalmente, i laboratori, gli uffici, i magazzini, i volumi semipubblici – come la sala di lettura della biblioteca, parzialmente sistemata al secondo piano, che si affaccia sul lago – fino ad arrivare alla sala delle conferenze, il cui contenitore ricurvo sembra alludere casualmente alla scultura picassiana della Chitarra (1912-13). E infine va rilevato come ci sia qui l’impostazione dell’involucro continuo tipico di Holl – un tema cui lo studio dedica abitualmente un’attenzione speciale – risolto con un rivestimento dell’edificio, di vetro o di metallo, combinato spesso con un’epidermide di rame a giunture fisse; oppure risolto con uno speciale acciaio resistente alle intemperie – una lega a ossidazione naturale di rame, acciaio, cromo e nickel – che sottolinea il generale carattere scultoreo dell’opera. Come nel Pratt Institute, c’è qualcosa nella forma, nelle finiture e nella collocazione dello Iowa sul sito che dà l’idea che l’edificio sia lì da sempre: in accordo, si potrebbe osservare, con il paradossale concetto del ‘banale’ sviluppato da Auguste Perret. In una parola, quella magica combinazione di vitalità e di serenità che si trova nelle più belle opere di Luis Barragán.
Kenneth Frampton
Nato nel 1930, si è laureato in architettura presso l’Architectural Association nel 1956. Tra il 1972 e il 1982 ha fatto parte dell’Institute for Architecture and Urban Studies di New York. Critico e storico, è Ware Professor presso la Graduate School of Architecture, Planning and Preservation, Columbia University, New York.
