La giovane cooperativa di architetti cileni URO1.ORG ha elaborato un sistema di progettazione per abitazioni economiche, basato sull’assemblaggio di pochi elementi seriali che consentono un’infinita varietà di soluzioni. Il primo risultato di questo lavoro è il manufatto sperimentale che presentiamo in queste pagine e che è stato lo spunto per un dibattito sull’identità dell’architettura latinoamericana. A cura di Fabrizio Gallanti Fotografia di Juan Alfonso Zapata.

Cubismo prefabbricato
di Fabrizio Gallanti

Il prototipo M7 è l’esito di un lento processo di ricerca e sperimentazione, condotto a partire dal 2001 dalla cooperativa di architetti cileni URO1.ORG: una ricerca di soluzioni costruttive modulari, che permettano agli stessi utenti di configurare e realizzare liberamente un’architettura di scala ridotta. La piccola casa per il fine settimana situata a Tunquén, su un altopiano verdeggiante prospiciente l’oceano Pacifico, è servita come esperimento per definire un ventaglio di materiali possibili, e per affinare le metodologie di assemblaggio, improntate a una estrema semplicità ed economia di esecuzione. Le condizioni particolari dell’incarico ricevuto da URO1.ORG – vale a dire la sostanziale esiguità delle risorse finanziarie messe a disposizione dal cliente (all’inizio 7.000 euro circa ) – e l’isolamento, quasi selvaggio, del lotto hanno indotto gli architetti a progettare un edificio composto da parti prefabbricate, realizzate a Santiago e condotte sul luogo con un camion, in un unico trasporto. Il montaggio è stato effettuato con il solo uso di viti e trapani, assemblando 27 elementi prefabbricati, realizzati con due tavole di compensato di pino di 21 millimetri di spessore, incollate tra loro.

L’intento è stato quello di lavorare con tolleranze millimetriche, in modo da garantire l’incastro preciso delle parti e ridurre al minimo i tempi di costruzione. I moduli sono stati eseguiti da un mobiliere, traslando quindi il prototipo in un ambito concettuale e figurativo sospeso tra design e architettura, dove il compensato (acquistabile in qualsiasi supermercato del “fai da te”) funziona al contempo come elemento strutturale e di tamponamento. Il rigore modulare dell’assemblaggio, dettato dalle variazioni possibili di uno stesso elemento ripetuto, determina una logica posizionale delle partiture – che sono utilizzate indifferentemente come muro, soffitto e pavimento – tale da consentire una forte coerenza percettiva degli interni.

A seconda della localizzazione, le stesse tavole svolgono infatti il ruolo di travi, pilastri o contrafforti. E così, una volta montato l’ultimo modulo e stretta l’ultima vite, la casa si comporta strutturalmente come un blocco monolitico. Non esiste quindi una cesura tra elementi d’arredo e tettonica costruttiva, dato che la stessa logica di incastri delle parti determina la configurazione di ripiani, superfici, recessi, concavità utilmente riutilizzati per contenere libri, stoviglie, suppellettili. La modulazione geometrica delle parti è dettata dalle misure delle tavole di compensato: 2,40x0,40 metri.

Le articolazioni spaziali interne definiscono quindi soluzioni volutamente ambigue: un dislivello è al contempo una seduta e un gradino sovradimensionato; l’aggetto di una finestratura determina la creazione di un piano che può essere utilizzato come panca o come scaffalatura; due blocchi in cemento interrati per creare una fondazione discontinua accolgono il bagno e una vasca con idromassaggio, collocata direttamente nel salotto. Successivi slittamenti dei piani e degli appoggi verticali, leggibili sempre come semplici lastre, individuano ambiti differenziati, che però non si cristallizzano mai in assetti programmatici definitivi.

Il progetto realizza così una complessa macchina della visione, dove il movimento all’interno dello spazio domestico è accompagnato da un gioco plurale di finestrature, che incorniciano diversi frammenti di paesaggio, permettendo che il contesto, ridotto ai puri elementi naturali (la luce, l’erba, il suono delle onde, la salsedine trasportata dal vento, il profumo dei fiori in certi giorni dell’anno) irrompa all’interno, dilatando l’esigua dimensione del prototipo che è di soli 45 metri quadri. L’articolazione interna (in qualche modo memore delle esperienze di Adolf Loos per ciò che concerne la sostanziale identità di architettura e arredo) reinterpreta espressivamente metodologie progettuali proprie del neoplasticismo olandese o del costruttivismo russo: l’architettura come gioco tridimensionale di piani e superfici. Nel commento dell’architetto Rodrigo Pérez de Arce, il riferimento cui si ispirano i progettisti sembra essere: “Rietveld che sta facendo shopping a un Home Store”.

La logica tettonica che determina la morfologia del progetto diventa leggibile all’esterno del prototipo, dove la successione parossistica di aggetti, concavità e scarti volumetrici rimarca la radicale alterità dell’intervento rispetto al contesto: nessuna ipotesi mimetica con il paesaggio, ma piuttosto una piena affermazione della matrice astratta dell’intervento. Non è un caso che la casa tenti di rifuggire – per quanto possibile in un territorio altamente sismico – qualsiasi contatto con il terreno: alcuni appoggi puntuali, realizzati con i tubi solitamente usati per i ponteggi edilizi, sollevano la casa dal suolo, svelando la struttura di cassettoni in legno delle fondazioni e uno sconcertante – perché inatteso – ‘sotto’ della casa, che riecheggia una barca in secca.

Un rivestimento di fibra di vetro e resina, dipinto di giallo chiaro, necessario per proteggere il prototipo dalle intemperie, annulla la ricchezza vibratile delle fibre di pino degli interni, sottolineando il gioco plastico dei volumi. La casa è stata montata in soli nove giorni dagli stessi membri di URO1.ORG, aiutati da amici e parenti, accampati in tenda; i trapani venivano caricati con un generatore a benzina, dato che nel lotto non esiste elettricità. Fatta esclusione per i moduli della copertura, che sono stati sollevati da una scavatrice (l’unico mezzo che si poteva affittare in zona), tutto il resto è stato issato a forza di braccia da squadre di sei persone.

Lo scorrimento delle acque piovane dal tetto è stato ottenuto inclinando tutta la casa di pochi gradi: un sasso posto sotto la livella a bolla è servito per il calcolo della pendenza strutturale. In tutto, delle 167 tavole impiegate nel progetto, la perdita di materiale corrisponde soltanto a mezza tavola. Il costo finale della realizzazione è stato di 235 euro al metro quadro. Buona parte delle spese è stata sostenuta dalla cooperativa. Per un intero inverno australe, la struttura ha troneggiato nuda nella brughiera del Pacifico, esposta agli agenti atmosferici più estremi, nell’attesa di nuovi fondi per realizzare le finestre e acquistare la fibra di vetro. L’esperienza accumulata nello sviluppo del modulo M7 è stata reinvestita dalla cooperativa nello sviluppo di un sistema di moduli prefabbricati, denominati MN PRO, composti da un sandwich di materiali e caratterizzati da un sistema di montaggio estremamente semplice.

Tale sistema dovrebbe configurare un kit di costruzione particolarmente adatto alle condizioni di mercato di un Paese in via di sviluppo: questo kit che permetterebbe di implementare prodotti che integrino lavorazioni industriali alla materia prima grezza, nella prospsettiva di eventuali esportazioni. Un possibile brevetto internazionale e un potenziale finanziamento pubblico, legato all’innovazione tecnologica, darebbero un nuovo impulso a quella che sino a ora è stata una vicenda unica per entusiasmo e abnegazione. All’inizio del progetto del prototipo M7 l’età media dei membri di URO1.ORG era di 25 anni.